Quindici anni fa…

IV. Kongreß der Fondation européenne pour la Psychanalyse

Berlin, 22. 24. Mai 1998

Organisation: Martin Lerude, Jutta Prasse, Claus-Dieter Rath

Das Symptom in der Psychoanalyse und die Psychoanalyse als Symptom

Antonello Sciacchitano (Milano)

“Il disagio in psicanalisi si chiama psicoterapia”

“Voglio solo sapermi al sicuro che terapia non uccida la scienza.”
S. Freud, La questione dell’analisi laica – Poscritto (1927)

Due definizioni negative di psicanalisi

1. Anche se di fatto promuove la guarigione del soggetto della scienza, in linea di principio la psicanalisi non è una terapia.

1.1. La psicanalisi non è una terapia perché [non conosce e] non applica alcuna ortodossia.

1.1.1. La psicanalisi non applica alcuna ortodossia perché lavora con il linguaggio, che non è un codice. Leggi tutto “Quindici anni fa…”

Modalità di pensiero (Denkweise), fantasma di legittimazione e psicanalisi

Resumé: Vorrei dire qualcosa sul nesso tra la “modalità di pensiero” (Denkweise) dominante, il fantasma di legittimazione che abita gli psicanalisti e gli effetti sulla psicanalisi in rapporto alla situazione italiana. Cioè come la modalità di pensiero efficientista e tecnoscientista di matrice americana, alleata con il linguaggio del management, opera nella società civile diffondendo una logica di “salute pubblica” e di controllo. Come questa ideologia (che si presenta spesso come neutra) incontra la complicità degli psicanalisti che sempre più difficilmente riescono a sostenere l’angoscia della loro posizione “impossibile”, il loro essere al margine, in una posizione critica radicale e di rottura con il discorso dominante. Come questo aiuti a capire perché la professionalizzazione e la regolamentazione si diffonda. Come infine poter interrogare – con altri- in nome della psicanalisi l’angoscia e il desiderio di legittimazione che ci abita: appoggiandoci sulla nostra mancanza–a-essere recuperare la possibilità di mantenere viva la verità della sovversione freudiana. Leggi tutto “Modalità di pensiero (Denkweise), fantasma di legittimazione e psicanalisi”

Se volessi diventare astrologo…

… andrei da un astrologo già affermato, possibilmente il più rinomato sulla piazza, perché mi insegni a interpretare le configurazioni astrologiche; da lui imparerei a correlare i passaggi attuali dei pianeti nelle loro case con l’assetto planetario che ha presieduto alla nascita di chi mi chiede l’oroscopo, giustificando così previsioni future. Studierei codici antichi e moderni, sempre lasciando l’ultima parola al maestro di cui sono allievo. Poi diventerei un professionista, vendendo strologherie a giornali e a privati. Il popolo ama essere ingannato e lo ingannerei prontamente con lo stesso fervore con cui mi sono lasciato ingannare io stesso. L’ignoranza astrologica – un’antica e nobile ignoranza, risalente ai sacerdoti sumeri – verrebbe garantita al cento per cento: prima di diventare astrologo non sapevo che Giove avesse dei satelliti – le lune medicee, scoperte da Galilei – e continuerei a non saperlo da astrologo ben formato. Leggi tutto “Se volessi diventare astrologo…”

Chi ci salverà dalla psicoterapia?

Javier Cercas risponde sul “Corriere della sera” del 7 marzo 2013 (p. 50), dove racconta il seguente aneddoto:

“Alcuni anni fa, la polizia di Los Angeles fermò l’attore inglese Hugh Grant mentre una professionista gli stava praticando una fellatio in un’auto parcheggiata in strada. Il fatto provocò un enorme scandalo, al punto che la brillante carriera di Grant sembrò naufragare. Nel bel mezzo di quella tempesta, un giornalista statunitense rivolse all’attore una domanda molto statunitense: “Adesso andrà da uno psicoterapeuta?” “No”, rispose Grant. “In Inghilterra leggiamo romanzi”. Leggi tutto “Chi ci salverà dalla psicoterapia?”

Non mi frega un tappo!

Il giovedì sera ho offerto un aperitivo a degli ospiti nella stanza adibita comunemente a sala d’aspetto del mio studio; per l’occasione del brindisi, ho stappato una bottiglia di brut. Il venerdì mattina, introducendo una analizzante per la terza seduta, mi vedo recapitare, con un’aria trionfante, e un sorriso a dir poco equivoco, il tappo della bottiglia, che era finito in non so quale anfratto della libreria, ma da lei immediatamente e infallibilmente ritrovato dopo non più di tre o quattro minuti di sala d’attesa. Anche se a molti potrebbe sembrare  esagerato, basterebbe un simile gesto – che vale più di mille test −  per formulare con esattezza una diagnosi di isteria (per lo psicoanalista esiste ancora, è diffusa universalmente e non smetterà mai di esistere), ancor prima di aprire bocca per dire una parola. Poiché non ho preso il tappo che mi veniva messo in mano, esso è stato collocato in bella mostra sul mio scrittoio. Dopo circa un quarto d’ora dall’inizio della seduta, priva di qualsiasi commento sull’episodio e piena di quelle che si possono definire le lamentele di routine, comincio a domandarmi, a causa di questo silenzio, se per caso non si sia trattato di un acting-out e mi decido a chiedere lumi alla cliente, ben sapendo dell’inevitabile rischio a cui stavo andando incontro. Difatti, ne è seguito il prorompere di un torrente di fantasie sull’ “orgia” che si sarebbe svolta quella notte in sala d’aspetto con le mie “pazienti”. Nel crescendo di un turpiloquio sempre più eccitato, mi viene fatta notare, non senza la civetteria di un en passant, la forma del tappo che, come è noto, per gli champenoises non è la stessa di quella dei vini fermi. Questo gioco o “scena” fatto di civetterie con l’analista tanto quanto con la psicoanalisi (simbolismi, allusioni, motti di spirito, ironia, furbizia, finta ingenuità, rossori, scalmane, risatine, sospiri, carezze sui seni e sul sesso, ecc.) completa il quadro isterico: sono io che l’ho visto, sono io che l’ho preso, sono io che te l’ho portato! Potrei proseguire: che tu lo voglia o no, questo non mi impedirà certo di fartelo prendere…

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Recensione di Ernest Jones a “La questione dell’analisi laica”

Ci promette delle analisi low-cost, brevi, anche su Skype. Parla da ortopedico della psicanalisi, l’ultimo presidente IPA, l’italiano Antonino Ferro. L’annuncio non è nuovo. Un suo predecessore, di cui leggiamo la recensione a Freud, si augurava una psicanalisi dove i medici prevalessero sui non medici. La profezia si è abbondantemente avverata: la psicanalisi popolar-populista, oggi anche informatizzata, è diventata a tutti gli effetti medica, rimanendo in mano ai medici. Leggi tutto “Recensione di Ernest Jones a “La questione dell’analisi laica””

Freud e il cattivo selvaggio

Per tutta la vita Freud ebbe un rapporto complessivamente ambivalente con medici e medicina. Nei confronti dei medici il suo rapporto fu sostanzialmente negativo; Freud ricambiò l’antipatia con cui l’establishment medico accolse le sue innovazioni tecniche nella terapia delle nevrosi e l’ampliamento della nozione di sessualità a ogni manifestazione psichica; nei confronti della medicina, invece, il suo rapporto fu fin troppo positivo; verso la medicina Freud mantenne un’acritica devozione, considerandola scienza a tutti gli effetti. Nella Psicanalisi “selvaggiatale simmetria è ancora allo stato nascente. È selvaggia la psicanalisi operata da incompetenti, ma gli incompetenti non sono ancora selvaggi. Freud parla di psicanalisi come tecnica medica di psicoterapia e considera “selvaggia” la psicanalisi di quei medici che applicherebbero nozioni psicanalitiche senza il rispetto dovuto a una disciplina medica. Nel 1910 tali medici sono ancora degli incompetenti che commettono infrazioni tecniche (technische Verfehlungen). Forzando in senso paranoico la simmetria e passando dalla psicanalisi selvaggia agli psicanalisti selvaggi, nel 1926 Freud scriverà La questione dell’analisi laica, per prendere le distanze dai medici incompetenti e difendere dall’accusa di ciarlataneria gli analisti non medici, definiti “laici”. Allora barbari e selvaggi diventano tout court i medici che pretendono esercitare la psicanalisi come tecnica medica, senza averne la preparazione specifica, mentre laici, ma non profani, sono i non medici, che quella preparazione hanno acquisito. È evidente l’intrinseca conflittualità che indebolisce la posizione di Freud, fino a fare della psicanalisi una tecnica di psicoterapia medica che, tuttavia, non può ipso facto essere applicata da medici. Come superare l’impasse concettuale freudiana? Leggi tutto “Freud e il cattivo selvaggio”

Come possiamo dirci freudiani?

“La psicanalisi è sorta sul terreno della medicina come un procedimento terapeutico”, questo è l’incipit della prefazione di Freud al Metodo psicanalitico del Dott. Oskar Pfister. A distanza di 100 anni esatti da quello scritto forse possiamo leggere l’affermazione freudiana in trasparenza, per esempio sospendendone la certezza. Certo, non si può sospendere la verità di fatto: la psicanalisi è una pianta nata, probabilmente per caso, nell’orto medico. Questa è una verità storicamente incontrovertibile. Ma si può sospendere la sottostante verità di principio, da Freud data per scontata, dubitando dell’essenza medica della psicanalisi.

In merito Freud non nutrì mai il minimo dubbio. Per lui la psicanalisi era una scienza medica, che veicolava una nuova forma di terapia di quelle malattie sui generis che sono le nevrosi, isteria in testa, oggi non più riconosciuta come malattia dalla successione dei DSM. Alla concezione medicale della psicanalisi Freud non rinunciò mai neppure quando, tredici anni dopo questa prefazione, scrisse un pamphlet contro i medici che esercitavano la psicanalisi senza adeguata preparazione: contro gli psicanalisti “selvaggi”, in pratica imbonitori senza scrupoli. Contro i medici sì, contro la medicina no, questa in estrema sintesi la posizione assunta da Freud nella Questione dell’analisi laica (vedi la nuova traduzione mia e di Davide Radice, uscita l’anno scorso da Mimesis). Si tratta di una posizione inevitabilmente connotata in senso paranoico – inevitabilmente paranoica, in quanto condotta con argomenti ad homines e non con argomenti scientifici, intersoggettivamente controllabili. Leggi tutto “Come possiamo dirci freudiani?”

Il legame sociale metaanalitico tra chi si interessa di psicanalisi

Chè quelli è tra li stolti bene a basso
Che sanza distinzion afferma e nega
Così nell’un come nell’altro passo.
Dante, Paradiso XII, 115-117

 

Néanmoins le discours psychanalytique (c’est mon frayage) est justement celui qui peut fonder un lien social nettoyé d’aucune nécessité de groupe.
J. Lacan, L’étourdit

 

Di cosa parlerò stasera? Vorrei parlare di psicopolitica o di politica della psicologia.[1]

MetaanalisiPer la verità, parlerò più di psicologia che di politica e forse non molto neanche di quella. Perché? Forse perché sono freudiano; come Freud ha lasciato in sospeso la questione della politica della psicologia, trattando solo marginalmente di psicologia della politica nel suo scritto del 1921 sulla psicologia delle masse, così anch’io toccherò solo tangenzialmente il campo della politica. Per colmare la lacuna freudiana sono costretto a rimandare il discorso politico vero e proprio e a parlare di logica. Insomma, parto ab ovo. Leggi tutto “Il legame sociale metaanalitico tra chi si interessa di psicanalisi”

Prefazione a “Rapporto sul Policlinico Psicanalitico di Berlino” di M. Eitingon

Propongo una nuova traduzione della prefazione che Freud scrisse per il “Rapporto sul Policlinico Psicanalitico di Berlino” di Max Eitingon. La prefazione di Freud venne scritta nel 1923. Il rapporto di Eitingon si riferiva invece all’attività dell’istituto nel periodo fra il marzo 1920 e il giugno 1922.

È interessante l’uso che Freud fa del termine Laien (laici / profani) a chiusura del suo testo. L’abbinamento con il termine Ärzte (medici) anticipa il significato che Freud cercherà di imporre per questa parola, ‘non medici’: poiché la medicina non prepara in alcun modo all’analisi, i Laien non sono ‘profani’, incompetenti dell’analisi, sono solo ‘non medici’, ovvero laici.

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