Mitdenker psicanalitici cercansi

Mitdenker è una bella parola, intraducibile in italiano, che hanno gli svizzeri tedeschi, ma non i tedeschi (se non erro, ma aspetto dagli amici tedeschi la conferma). Mitdenker significa uno che segue il ragionamento dell’altro; il significante è costruito sul calco di Mitarbeiter, “collaboratore”, e di mitteilen, “comunicare”, nel senso di “mettere a parte”, “far partecipe”. La rilevanza di questi concetti per la psicanalisi dovrebbe essere evidente. Alles mitteilen, “comunicare tutto” è la prima regola dell’analisi freudiana, dove funziona da presupposto e da preliminare per una collaborazione di pensiero tra analista e analizzante. L’analista potrebbe essere il Mitdenker dell’analizzante, cioè il collaboratore del/al suo pensiero, inconscio ovviamente. Leggi tutto “Mitdenker psicanalitici cercansi”

Le metaanalisi di Blum e Pohlen

Brano dall’introduzione a “L’analisi di Freud” di Manfred Pohlen (in corsivo il commento)

Il mondo è un tentativo e l’uomo deve farvi luce (Ernst Bloch)

 

Questo libro1 è l’ultimo contributo a un decennale discorso di chiarimento sulla psicanalisi;2 il discorso ora termina con il chiarimento della pratica di Freud che, in quanto esperienza fondante la concettualità psicanalitica da lui sviluppata, doveva necessariamente diventare un particolare oggetto di analisi.

“Chiarimento” o Aufklärung è lo stesso termine che in tedesco indica l’età dell’Illuminismo. Ma in questo caso la portata del termine è ben di più che un “illuminare” o “far luce” su un mistero. Si tratta precisamente della possibilità di fare della metaanalisi, cioè dell’analisi dell’analisi che qualunque collettivo psicanalitico può condurre sulla base dei documenti rarissimi, offerti da Pohlen: la trascrizione stenografica di 52 sedute con Freud. Non si tratta qui della solita produzione agiografica riguardante il rapporto maestro-allievo: in questo caso Freud con Blum, il primo in posizione up, il secondo down, il primo che sa, il secondo che si conforma al sapere magistrale. (Di queste testimonianze ne abbiamo a iosa. Segnalo tra le più interessanti il lavoro di Suzanne Gieser sul rapporto tra Pauli e Jung (cfr. S. Gieser, The Innermost Kernel. Depth Psychology and Quantum Physics. Pauli’s Dialogue with Jung, Springer, Berlin 2004). Il libro di Pohlen mostra come effettivamente avviene il lavoro analitico sul campo – “in clinica”, si usa dire con un termine medicale, a mio giudizio questa volta appropriato – con le pause e le riprese, le deviazioni e le correzioni, le congetture e le confutazioni, come in un vero e proprio lavoro scientifico senza maestri e solo con allievi. Con il piccolo particolare che uno degli scienziati all’opera è in questo caso Freud. Ciò ne fa un singolare “caso clinico”. Leggi tutto “Le metaanalisi di Blum e Pohlen”

Sulla metaanalisi

Una proposta per la politica della psicanalisi, nell’ottica delle “associazioni liberamente fluttuanti”

La matrice di tutte le inibizioni è la soggezione all’uno (di solito ideale).

Così nasce l’anoressia nervosa: mangiare zero, pur di salvare l’uno.

Così nasce l’inibizione politica o la servitù volontaria;  così la chiama Etienne de la Boètie nel suo trattato sulla Servitù volontaria o Contra Uno del 1552.

Così nasce l’inibizione a pensare l’oggetto infinito, che è radicalmente non uno, essendo una struttura non categorica o non concettualizzabile.

Freud intuì qualcosa di questa volontà negativa, ma la nascose tra le pieghe del mito edipico, come se non ne avesse voluto sapere. Il maschio vorrebbe uccidere l’uno e possedere il due – sua compagna –, ma rinuncia all’impresa per non incorrere nel pericolo della castrazione. E la femmina? Freud non sapeva che dire. Non nascondiamocelo: Freud non seppe pensare l’inibizione. (Che regolarmente nella femmina è inibizione a pensare fuori dai moduli maschili dell’uno.) E questo è non poco paradossale, se è vero che con la regola analitica fondamentale, o delle associazioni liberamente fluttuanti, iniziò a sciogliere il soggetto dalla presa inibitoria dell’uno.

La storia, in effetti, è più complessa di quanto non racconti il mito freudiano. Lo snodo intellettuale è la difficoltà a pensare l’essere senza riferirlo all’uno. Il discorso scientifico taglia decisamente questo nodo gordiano, in cui sono invischiate tutte le filosofie ontologiche, imponendo la precedenza del sapere sull’essere. Dopo Cartesio il sapere è la casa dell’essere, non viceversa; l’essere non alberga il sapere. Tutta la riflessione, inevitabilmente teologica di Heidegger sul Dasein, è il tentativo di occupare la casa dell’essere, localizzandola nella schiarita (Lichtung) del bosco, formato dalla moltitudine degli enti. La filosofia è da sempre il tentativo servile di assoggettare il soggetto all’essere (del padrone), esonerandolo dal dovere di pensare. Il monumentale commento di Heidegger a Nietzsche (1936-1946), non fa vedere che la nietzscheana volontà di potenza ripropone la precedenza del sapere sull’essere. (Nietzsche fu cartesiano? La domanda fa sorridere – sghignazzare? – il filosofo accademico.)

Le associazioni psicanalitiche vigenti sono repliche goffe e incerte della “psicodinamica” dell’uno, imposta alla civiltà dalle religioni e da molte filosofie. Si può fare di meglio che assoggettarsi all’uno? Devono forse gli psicanalisti superare il mito edipico, per convivere pacificamente e democraticamente?

Per testimoniare che nel legame sociale tra analisti e analizzanti esiste un sapere che precede l’essere – che Freud chiamava inconscio, con un termine purtroppo troppo filosoficamente connotato – propongo di pensare (sic) un collettivo metaanalitico, che si ponga al di là delle istituzioni psicanalitiche autoritarie, apparentemente unitarie al loro interno ed evidentemente disintegrate al loro esterno.

Un collettivo metaanalitico è un collettivo di pensiero, secondo Ludwik Fleck, che sostiene la natura sociale del pensare (cfr. L. Fleck, Il problema dell’epistemologia (1936), in Id., La scienza come collettivo di pensiero, trad. C. Catenacci, Melquiades, Milano 2009, p. 93). Quello metaanalitico è innanzitutto un collettivo non autoritario, cioè non è fondato sull’insegnamento magistrale. La verità esiste – negarlo sarebbe autocontraddittorio – ma noi non l’abbiamo, come diceva Nietzsche in Aurora (1881, citato in Heidegger, Nietzsche, a c. F. Volpi, Adelphi, Milano 1994, p. 245.) Noi non abbiamo la verità, non perché l’abbiamo fuorclusa, come sostiene un certo lacanismo deteriore. Non abbiamo la verità semplicemente perché non abbiamo più maestri che ce la impongano. In carenza di verità, lavoriamo con il falso per renderlo meno falso. Questo è il lavoro dell’artista e dello scienziato. Auspico che sia anche il lavoro dell’analista, che riprenda in mano il bastone dell’analizzante.

Luogo di lavoro per analisti, analizzanti e non analisti interessati alla psicanalisi è il collettivo metaanalitico, dove l’analisi analizza se stessa ed evolve a partire dalle esperienze iniziali e frammentarie di ciascuno. In questo luogo vengono deposte esperienze e prime teorizzazioni psicanalitiche – come dire? – in nome del falso, affinché possano essere confutate, quindi precisate e migliorate collettivamente, senza che nessuna prevalga sulle altre e si imponga come LA interpretazione assolutamente vera.

(Osservazione tecnica. Il termine metaanalitico è costruito sul calco di metapsicologico. Però fa cadere il riferimento “psicologico”. Il che non è male, se si vuole recidere il cordone ombelicale che unisce la psicanalisi alla psicoterapia. Tuttavia, c’è una radice freudiana più profonda da evidenziare.

Freud prese le distanze dalla concezione filosofica – ai suoi tempi propugnata da Franz Brentano – che riduceva lo psichico al conscio. Per Freud lo psichico è non conscio, cioè inconscio. Seguendo lo spirito freudiano, basta un piccolo spostamento metonimico della negazione per affermare che l’inconscio è non psichico. Ma è esattamente questo il piccolo passo logico che Freud, essendo psicoterapeuta e medico, non compì. Rimase fissato anche lui all’uno; lo chiamava das psychisch Unbewusste o “psichicamente inconscio”, da Musatti tradotto “inconscio psichico”, come se ci fossero degli “inconsci non psichici”. In un certo senso, il padre della psicanalisi italiana ebbe un’oscura ma corretta intuizione freudiana. Il termine metaanalisi, lasciando decadere il riferimento “psichico”, pretende superare l’inibizione freudiana dell’uno).