Sulla metaanalisi

Una proposta per la politica della psicanalisi, nell’ottica delle “associazioni liberamente fluttuanti”

La matrice di tutte le inibizioni è la soggezione all’uno (di solito ideale).

Così nasce l’anoressia nervosa: mangiare zero, pur di salvare l’uno.

Così nasce l’inibizione politica o la servitù volontaria;  così la chiama Etienne de la Boètie nel suo trattato sulla Servitù volontaria o Contra Uno del 1552.

Così nasce l’inibizione a pensare l’oggetto infinito, che è radicalmente non uno, essendo una struttura non categorica o non concettualizzabile.

Freud intuì qualcosa di questa volontà negativa, ma la nascose tra le pieghe del mito edipico, come se non ne avesse voluto sapere. Il maschio vorrebbe uccidere l’uno e possedere il due – sua compagna –, ma rinuncia all’impresa per non incorrere nel pericolo della castrazione. E la femmina? Freud non sapeva che dire. Non nascondiamocelo: Freud non seppe pensare l’inibizione, che regolarmente nella femmina è inibizione a pensare fuori dai moduli maschili dell’uno. E questo è non poco paradossale, se è vero che con la regola analitica fondamentale, o delle associazioni liberamente fluttuanti, iniziò a sciogliere il soggetto dalla presa inibitoria dell’uno.

La storia, in effetti, è più complessa di quanto non racconti il mito freudiano. Lo snodo intellettuale è la difficoltà a pensare l’essere senza riferirlo all’uno. Il discorso scientifico taglia decisamente questo nodo gordiano, in cui sono invischiate tutte le filosofie ontologiche, imponendo la precedenza del sapere sull’essere. Dopo Cartesio il sapere è la casa dell’essere, non viceversa; l’essere non alberga il sapere. Tutta la riflessione, inevitabilmente teologica di Martin Heidegger sul Dasein, è il tentativo di occupare la casa dell’essere, localizzandola nella schiarita (Lichtung) del bosco, formato dalla moltitudine degli enti. La filosofia è da sempre il tentativo servile di assoggettare il soggetto all’essere (del padrone), esonerandolo dal dovere di pensare. Il monumentale commento di Heidegger a Nietzsche (1936-1946), non fa vedere che la nietzscheana volontà di potenza ripropone la precedenza del sapere sull’essere. Nietzsche fu cartesiano? La domanda fa sorridere – sghignazzare? – il filosofo accademico.

Le associazioni psicanalitiche vigenti sono repliche goffe e incerte della “psicodinamica” dell’uno, imposta alla civiltà dalle religioni e da molte filosofie. Si può fare di meglio che assoggettarsi all’uno? Devono forse gli psicanalisti superare il mito edipico, per convivere pacificamente e democraticamente?

Per testimoniare che nel legame sociale tra analisti e analizzanti esiste un sapere che precede l’essere – che Freud chiamava inconscio, con un termine purtroppo troppo filosoficamente connotato – propongo di pensare (sic!) un collettivo metaanalitico, che si ponga al di là delle istituzioni psicanalitiche autoritarie, apparentemente unitarie al loro interno ed evidentemente disintegrate al loro esterno.

Un collettivo metaanalitico è un collettivo di pensiero, secondo Ludwik Fleck, che sostiene la natura sociale del pensare.1 Quello metaanalitico è innanzitutto un collettivo non autoritario, cioè non è fondato sull’insegnamento magistrale. La verità esiste – negarlo sarebbe autocontraddittorio – ma noi non l’abbiamo, come diceva Nietzsche in Aurora.2 Noi non abbiamo la verità, non perché l’abbiamo fuorclusa, come sostiene un certo lacanismo deteriore. Non abbiamo la verità semplicemente perché non abbiamo più maestri che ce la impongano. In carenza di verità, lavoriamo con il falso per renderlo meno falso. Questo è il lavoro dell’artista e dello scienziato. Auspico che sia anche il lavoro dell’analista, che riprenda in mano il bastone dell’analizzante.

Luogo di lavoro per analisti, analizzanti e non analisti interessati alla psicanalisi è il collettivo metaanalitico, dove l’analisi analizza se stessa ed evolve a partire dalle esperienze iniziali e frammentarie di ciascuno. In questo luogo vengono deposte esperienze e prime teorizzazioni psicanalitiche – come dire? – in nome del falso, affinché possano essere confutate, quindi precisate e migliorate collettivamente, senza che nessuna prevalga sulle altre e si imponga come LA interpretazione assolutamente vera.

Osservazione tecnica. Il termine metaanalitico è costruito sul calco di metapsicologico. Però fa cadere il riferimento “psicologico”. Il che non è male, se si vuole recidere il cordone ombelicale che unisce la psicanalisi alla psicoterapia. Tuttavia, c’è una radice freudiana più profonda da evidenziare.

Freud prese le distanze dalla concezione filosofica – ai suoi tempi propugnata da Franz Brentano – che riduceva lo psichico al conscio. Per Freud lo psichico è non conscio, cioè inconscio. Seguendo lo spirito freudiano, basta un piccolo spostamento metonimico della negazione per affermare che l’inconscio è non psichico. Ma è esattamente questo il piccolo passo logico che Freud, essendo psicoterapeuta e medico, non compì. Rimase fissato anche lui all’uno; lo chiamava das psychisch Unbewusste o “psichicamente inconscio”, da Musatti tradotto “inconscio psichico”, come se ci fossero degli “inconsci non psichici”. In un certo senso, il padre della psicanalisi italiana ebbe un’oscura ma corretta intuizione freudiana. Il termine metaanalisi, lasciando decadere il riferimento “psichico”, pretende superare l’inibizione freudiana dell’uno).


Note

1 Cfr. L. Fleck, Il problema dell’epistemologia (1936), in id., La scienza come collettivo di pensiero, Melquiades, Milano 2009, p. 93.

2 Cfr. M. Heidegger, Nietzsche, Adelphi, Milano 1994, p. 245.

 

Antonello Sciacchitano

Autore: Antonello Sciacchitano

Nato a San Pellegrino il 24 giugno 1940. Medico e psichiatra, lavora a Milano come psicanalista di formazione lacaniana; riceve domande d'analisi in via Passo di Fargorida, 6, tel. 02.5691223: E' redattore della rivista di cultura e filosofia "aut aut", fondata da Enzo Paci nel 1951.

Un commento su “Sulla metaanalisi”

  1. Caro Antonello,
    ho visto con attenzione il tuo articolo e nel ringraziarti per il tuo impegno ti indico di seguito il mio contributo.
    …”Così nasce l’inibizione a pensare l’oggetto infinito”…
    Domanda: – Come intendi questo oggetto infinito? come lo applichi alla teoria/clinica? A cosa ti serve, insomma? Perché ti è servito pensarlo?
    Risposta: – L’oggetto infinito dà sostanza all’oggetto a lacaniano, che è un oggetto vuoto. Mi serve convocare l’oggetto infinito per simmetria con il soggetto che è finito. Se l’oggetto è infinito, il soggetto finito non possiede tutto il suo desiderio.
    Domanda: – Devono forse gli psicanalisti superare il mito edipico, per convivere pacificamente e democraticamente?
    Risposta: – Gli psicanalisti di ogni genere e formazione devono superare il modo di pensare mitologico, che è inevitabilmente teologico. Non basta dichiararsi atei per evitare la teologia. La teologia è pericolosa per il legame sociale perché giustifica le guerre di religione.
    Domanda: – Dovrei andare a rivedermi Spielrein quando dice che siamo “dividui” prima di essere individui; o pensare che l’Io è recente nella storia dell’umanità, e solo nostro occidentale in quanto tale. Altrove e fino a poco tempo fa anche da noi, era il Noi… la volontà negativa prende origine dal mito dell’uno, ma l’Uno non viene forse “dopo”?
    …”Per testimoniare che nel legame sociale tra analisti e analizzanti”…
    Domanda: – Perché parli di questo? cosa ti ha spinto a questo passaggio?
    Risposta: – Mi ha spinto a questo passaggio la necessità di esportare fuori dal setting freudiano il legame che si stabilisce tra analista e analizzante. La mia ideuzza è di diffondere la pratica analitica fuori dallo studio dell’analista. Che si analizzi sempre e dovunque.
    …”Secondo Ludwik Fleck, che sostiene la natura sociale del pensare”…
    Domanda: – Vedasi anche Mc Luhan e De Kerkowe con l’intelligenza connettiva?
    Risposta: – Perché no?
    …”Quello metaanalitico è innanzitutto un collettivo non autoritario, cioè non è fondato sull’insegnamento magistrale”…
    Domanda: – Essendo una prassi, lo sapremo solo dopo?
    Risposta: – OK.
    …”Questo è il lavoro dell’artista e dello scienziato. Auspico che sia anche il lavoro dell’analista.”…
    Domanda: – Grazie per questa pratica profondamente interdisciplinare.
    …”Il lavoro dell’analista, che riprenda in mano il bastone dell’analizzante.”
    Domanda: – Quale bastone intendi? quello di Edipo, lo zoppo?
    Risposta: – Il “bastone dell’analizzante” è una metafora di Lacan. Lacan intendeva l’analizzante come viandante e l’analisi come viaggio.
    …”Dove l’analisi analizza se stessa ed evolve a partire dalle esperienze iniziali e frammentarie di ciascuno.”…
    Domanda: – Ferenczi diceva che non esiste L’analisi, ma solo per ciascuno Una analisi,la propria… un po’ come Una donna…

    Una considerazione per finire: non sono mai stata d’accordo con la dittatura del proletariato, e dalle elezioni in clima di democrazia vedo spuntare i Berlusconi e i Fratelli Musulmani… ecco allora la funzione del Partito, poiché le masse vanno educate… cosa pensi di questo?

    Risposta: – Penso che l’educazione dovrebbe arrivare a essere metaeducazione, cioè educazione dell’educazione (o all’educazione). E’ la stessa cosa della metaanalisi. Forse come la metaanalisi anche la metaeducazione è impossibile. I partiti nascono per nascondere questa impossibilità e per illudere le masse che l’educazione è possibile. Allora l’educazione diventa conformazione all’ortodossia emanata dalla scuola di partito. Come nelle scuole di psicanalisi, che sono i partiti di casa nostra. In estrema sintesi, penso che esista una sola educazione (o metaeducazione): l’educazione a cooperare. E’ evidente che le scuole di psicanalisi non educano alla cooperazione, essendo per lo più impegnate alla cooptazione. Grazie per i tuoi commenti e le tue domande.

    con affetto.
    Emanuela Marangon

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