Qualche parola seria da Jung a Freud

Una delle corrispondenze più interessanti e feconde del primo periodo della storia della psicoanalisi è senza dubbio quella fra Freud e Jung. Essa accompagnò i due analisti anche durante il celebre dissidio che condusse Jung all’abbandono dello Jahrbuch für psychoanalytische und psychopathologische Forschungen nel 1913 e alla sua definitiva uscita dal movimento psicoanalitico nel 1914. Com’è noto, i primi disaccordi teorici emersero in seguito all’esposizione della teoria finalistica della mente illustrata nel testo junghiano Trasformazioni e Simboli della Libido (1912). Nelle Fordham lectures Jung ribadì la propria posizione, tendente a decentralizzare il ruolo della sessualità nelle dinamiche psichiche e ad ampliare il concetto di libido identificandola con una energia psichica indifferenziata.

Il doppio doppio: Mortensen-Freud Fassbender-Jung
Il doppio doppio: Mortensen-Freud Fassbender-Jung

Dalla lettura dell’ultima parte della corrispondenza fra i due appare tuttavia chiaro che le motivazioni della rottura non si esaurissero nelle sole divergenze teoriche, ma andassero altresì a toccare da vicino i fantasmi personali di entrambi. Particolarmente significativo in questo senso appare il contenuto dell’ultima lettera di Jung a Freud, datata 18 dicembre 1912, della quale propongo una nuova traduzione.

 

1003 Seestraße, 18 Dicembre 1912

Küsnach-Zurigo

Caro Professor Freud,

Posso dirLe qualche parola seria [1]? Ammetto la mia insicurezza nei Suoi confronti, ma ho la tendenza a considerare la situazione in modo onesto e assolutamente corretto. Se Lei ne dubita è un fardello [2] Suo. Vorrei, comunque, richiamare l’attenzione sul fatto che la Sua tecnica, trattare i Suoi allievi come Suoi pazienti, è uno sbaglio. Così facendo Lei alleva dei figli schiavi o degli impudenti bricconcelli [3] (Adler-Stekel e tutta l’impudente banda che si fa largo a Vienna). Io sono abbastanza obiettivo per penetrare il Suo truc [4]. Lei continua a rintracciare intorno a sé tutte le azioni sintomatiche e così facendo abbassa al livello di figlio e figlia tutti quelli della Sua cerchia, i quali arrossendo riconoscono in sé la presenza di tendenze erronee. Nel frattempo, Lei se ne sta bellamente seduto sopra, in veste di padre. Per puro spirito di sottomissione, a nessuno capita di tirare il profeta per la barba e domandare una buona volta: che cosa dice Lei ad un paziente che ha la tendenza ad analizzare l’analista anziché sé stesso? Al ché Lei gli ribatte: “ma insomma, chi ha effettivamente la nevrosi?”

Vede, caro professore, finché continua a usare questo sistema, delle mie azioni sintomatiche non mi importa nulla [5], perché esse non hanno il minimo rilievo di fronte alla grossa trave che il mio fratello Freud ha nell’occhio. [6] – Io infatti non sono assolutamente nevrotico – toccando ferro! Pertanto mi sono fatto analizzare lege artis [7] e tout humblement [8], cosa che mi ha fatto molto bene. Lei sa bene fino a che punto arriva un paziente con l’autoanalisi: non esce dalla nevrosi – proprio come Lei. E allora, quando una buona volta Lei stesso si libererà interamente del complesso e la smetterà di giocare al padre coi Suoi figli, dei quali sottolinea costantemente i punti deboli, prendendo invece di mira finalmente sé stesso, allora io mi addentrerò in me stesso e sradicherò in un colpo solo il mio vizioso disaccordo nei suoi confronti. Insomma, Lei ama così tanto i nevrotici da essere sempre interamente in armonia con sé stesso? Lei forse odia i nevrotici; e allora come può aspettarsi che i suoi sforzi volti a trattare quanto più delicatamente e amorevolmente possibile i pazienti non siano accompagnati da un po’ di sentimenti misti? Adler e Stekel sono caduti [9] nel Suo truc e sono diventati infantilmente impudenti. Io resterò pubblicamente fedele a Lei, pur difendendo le mie opinioni, e incomincerò privatamente nelle mie lettere a dirLe che cosa penso veramente di Lei. È questa l’unica via che considero corretta. Senza dubbio Lei imprecherà contro questo particolare gesto di amicizia, ma forse Le farà bene.

Con i migliori saluti,

Suo devotissimo

Jung

Note

[1] Ernsthafte. La traduzione letterale dell’aggettivo è stata preferita rispetto alla precedente traduzione edita da Bollati Boringhieri, che lo trasformava nell’avverbio “seriamente”. L’avverbio di modo tenderebbe a far trasparire il contenuto che, fino a questa lettera, la corrispondenza fra Freud e Jung non fosse “seria”. Al contrario, qui sono proprio le parole di Jung ad essere serie e gravi.

[2] Last. Anche in questo caso mi è sembrava fuorviante la versione precedente, che traduceva il sostantivo Last con “colpa”. Il suo significato, che altresì rimanda al peso, al carico, all’onere, ha un carattere minormente negativo.

[3] Freche Schlinge. Il vezzeggiativo in questo caso è inserito al fine di far risaltare il carattere infantile del sostantivo Schlinge.

[4] Truc. In frencese nel testo. Truc rimanda a un significato meccanico. Si può intendere come “marchingegno”, “aggeggio”, a sottolineare la sofisticatezza della trovata freudiana che Jung sta denunciando.

[5] Il riferimento è alla precedente lettera di Freud, nella quale egli invitava Jung a prendere atto di un suo lapsus in proposito della questione sulla scissione del gruppo adleriano dal movimento psicoanalitico. Jung precedentemente aveva scritto: “Persino i seguaci di Adler non mi reputano uno dei vostri”. In tedesco la differenza fra i termini “vostri” e “loro” è data dal carattere maiuscolo o minuscolo della “i” iniziale: Ihringen o ihringen. La cosa non sfuggì a Freud, che il 16 Dicembre gli scrisse: “Riuscirà lei ad essere abbastanza obiettivo da considerare la svista senza andare in collera?”

[6] Il riferimento è alla celebre parabola del fariseo e del pubblicano nel vangelo di Luca. “Disse ancora questa parabola per alcuni che presumevano di esser giusti e disprezzavano gli altri: «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: O Dio, abbi pietà di me peccatore. Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro, perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato»” (18,9-14). “Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio di tuo fratello» (6,42).

[7] In latino nel testo.

[8] In francese nel testo.

[9] Questa è forse la più incomprensibile inesattezza della traduzione edita da Bollati Boringhieri, che traduce il verbo aufsitzen con “impadronirsi”, rovesciando il significato della frase, che invece lascia intendere che, secondo Jung, Adler e Stekel siano stati abbindolati dal truc freudiano.