Lo stato delle traduzioni di Freud

Propongo alcune riflessioni a partire dall’esperienza di traduzione della Laienanalyse di Freud (1926).

Il problema di tradurre Freud non è solo linguistico e scientifico. Ha un rilevante risvolto collettivo e politico; riguarda la collocazione della psicanalisi nel tessuto sociale, come cura, e nella cultura, come attività di ricerca. Faccio solo un esempio, ma paradigmatico.

Negli ultimi anni si sono moltiplicati gli attacchi all’autonomia della psicanalisi appoggiandosi principalmente su due argomenti: la psicanalisi è una psicoterapia, quindi l’analista deve formarsi come psicoterapeuta e iscriversi all’albo; l’analista svolge un’attività di cura e quindi deve essere autorizzato dallo Stato. Vale allora la pena ascoltare la voce di Freud, che nello scritto del 1926 intitolato Die Frage der Laienanalyse ha fondato il concetto di laicità della psicanalisi. Già la traduzione ufficiale italiana fa cadere il significante laien, laico, proponendo un titolo che è tutto un programma: Il problema dell’analisi condotta da non medici. Di conseguenza, nell’indice analitico delle Opere di Sigmund Freud non si trova il termine analisi laica: fuorcluso, direbbe il lacaniano, come dire censurato.

Allora, in via preliminare si pone un problema apparentemente paradossale per lo studioso italiano: dove, in quale edizione, può leggere qui in Italia quanto ha veramente scritto Freud. Gli italiani non sanno che Freud ha parlato di “analisi laica”. Non sanno che a questo tema ha dedicato un vigoroso pamphlet. Come se ne esce? Non è una domanda peregrina, perché riguarda nientemeno che lo stato delle traduzioni di Freud, non solo in Italia. In proposito, mi sia concesso di riferire brevemente la mia singolare esperienza personale.

Con mia grande sorpresa, già molto tempo fa, dovetti registrare che nelle scuole e nelle associazioni psicanalitiche, che pure si rifanno all’insegnamento di Freud, il problema di come tradurre Freud è poco o nulla sentito. Quando vent’anni anni fa tornai sui banchi di scuola per rinfrescare la memoria della lingua tedesca, appresa da piccolo, immaginavo che sarei stato tempestato di telefonate di colleghi che mi chiedevano la traduzione di questo o quel passo di Freud, poco chiaro nelle traduzioni ufficiali, le cosiddette osf. Immaginavo di dovermi dedicare a gruppi di studio su questo o quel testo di Freud in originale.
Ebbene, mi sbagliavo grossolanamente. Non c’è cultura filologica, non c’è passione per i testi originali nelle scuole di psicanalisi. Succede come nella Chiesa Cattolica, che per parecchio tempo mise all’indice la stessa Bibbia. Non occorre che il fedele legga la Bibbia, perché gliela spiega il prete dal pulpito. Non si deve fare l’errore di Lutero, che pretendeva di interpretarla a modo suo. (Tra parentesi Lutero e Melantone hanno inventato la filologia moderna.) Gli analisti ubbidiscono a questa normativa “romana” implicita in ogni chiesa. Il testo originale di Freud sembra messo all’indice; non si legge. Curioso, no?

La mia proposta politica di istituire legami sociali epistemici tra analisti ­– non legami identificatori a qualche magister dell’undicesima ora – formulata poco dopo la mia uscita dall’ultima associazione professionale da me (fondata e) frequentata, potrebbe essere teoricamente giustificata proprio così: leggiamo il testo originale di Freud, il soggetto ragionevolmente supposto sapere qualcosa della psicanalisi. Wozu? Si dice in tedesco. A che scopo? Allo scopo di costruire sul sapere estratto dai testi freudiani un collettivo di pensiero, o Denkkollectiv come lo chiamava Ludwik Fleck.
Ne parlai alla giornata di studio del 20 ottobre 2007, organizzata da Mauro Bertani del “Centro di Documentazione in Storia della Psichiatria” di Reggio Emilia, intitolata Scritture Freudiane. Traduzioni, tradizioni, trasmissioni e tradimenti delle opere di Sigmund Freud.
A partire dal titolo canettiano della mia relazione, Salviamo la lingua di Freud, sostenni la tesi (la congettura) che una revisione delle traduzioni di Freud può avvenire solo dismettendo l’abito dottrinario, con cui abitualmente si tratta il freudismo, e assumendo l’atteggiamento critico e dubitativo della scienza. La mossa non sarebbe solo astratta e teorica, ma avrebbe anche una concreta ricaduta politica. Inaugurerebbe una nuova pratica della dottrina freudiana, una pratica meno sacralizzata del freudismo, quindi una nuova politica della psicanalisi.

Oggi mi rendo conto che la proposta è semplice da enunciare, ma difficile da attuare. Deve perforare strati massicci di conformismo, consolidati da decenni di pratica professionale standardizzata in più modi e a diversi livelli: attraverso la cosiddetta “formazione”, nonché i numerosi riti di appartenenza: le analisi personali, le supervisioni, i seminari, i gruppi di studio (i “cartelli” dei lacaniani), i congressi e naturalmente le pubblicazioni su riviste specializzate, che raccolgono i “compitini” con cui gli allievi dimostrano di aver assimilato l’ortodossia, stabilita dai maestri e ribadita dai presbiteri. Quale professionista della psicanalisi se la sentirebbe di buttare a mare quel che ha imparato nelle scuole di formazione e che gli è costato tanto denaro, in cambio di una revisione aleatoria del proprio sapere? In nome di che? Della scienza? Scherziamo? È chieder troppo. Dovrebbe ricominciare da capo la propria formazione, ritrovandosi a dover far suoi e applicare alla propria pratica criteri scientifici che gli sono stati fino ad allora completamente estranei. Sarebbe un’esperienza di disadattamento ai confini dello spaesamento.

Nelle scuole non vige la scienza; vige il catechismo. Ogni scuola ha il proprio “libretto rosso”, ben consolidato e formalizzato in modo che il vangelo sia trasmesso senza sbavature e ambiguità, che comporterebbero potenziali eresie, minacciose per la sopravvivenza della scuola. Libertà di pensiero? No, grazie. L’aspetto catechistico prevale su quello scientifico, perché va bene a tutti. I freudiani ortodossi leggono il loro catechismo, per difendere Freud; gli junghiani il loro, per attaccarlo; i lacaniani adottano il loro, per fare di Freud un filosofo. Ma – mi chiedo – non è possibile leggere Freud e basta? Magari, per buttarne via una parte e per conservarne ma, soprattutto, svilupparne un’altra? Questo è quel che propongo dalle pagine di questo sito. Sono un illuso? No, sono un freudiano. La dottrina freudiana, se è vera, può essere sviluppata in senso scientifico. Altrimenti, rimarrà così com’è, codificata nella Standard Edition come una dottrina congelata in un catechismo che nessuno legge più.

Ma quale dottrina?

Riprendiamo in mano i testi freudiani e leggiamo. La sistemazione dottrinaria, data da Freud a quella che orgogliosamente chiama la sua “creazione” (Schöpfung), è francamente poco scientifica. Infatti, è medica, basata com’è sugli assunti dell’eziopatogenesi, che si insegna alla Facoltà di Medicina: ogni fenomeno morboso ha una causa, l’agente patogeno; parallelamente, ogni fenomeno psichico ha una causa, la pulsione, o forza costante, che è sessuale, se si tratta della soddisfazione sessuale, o di morte, se si tratta della coazione a ripetere. Qui mi limito a indicare il risvolto politico, non meno importante di quello teorico, di questa teorizzazione, anche perché non è senza conseguenze sul modo di tradurre Freud e, quindi di praticare l’analisi.

La sola intelligenza dovrebbe bastare a svelare l’inganno dottrinario. Non dovrebbe essere difficile comprendere che con la sua pratica di cura la psicanalisi sarebbe favorita dall’istituire un legame sociale epistemico tra analisti e analizzanti, dove si metta costantemente in discussione lo statuto della scienza psicanalitica. Invece, grazie alle dottrine scolastiche – ogni scuola ha la propria – nelle istituzioni psicanalitiche si istituisce regolarmente un legame identificatorio all’ipse dixit.
Capisco, allora, la resistenza degli psicanalisti alla scienza. La scienza, che non soffre di identificazioni all’ipse dixit, smantellerebbe il legame identificatorio, su cui si basa la convivenza professionale. Invece, pur di conservare il depositum fidei, insieme al conto in banca, gli ortodossi freudiani chiudono le porte alla scienza e le aprono alla medicina; gli ortodossi lacaniani dicono che la scienza fuorclude il soggetto; è un vero e proprio “meccanismo di difesa” freudiano il loro.

Ma c’è di peggio.
La pratica della conferma dottrinaria, tipica dei seminari e dei gruppi di studio, è destinata a celare le contraddizioni implicite nella dottrina. Se la dottrina contiene A e la pratica conferma A, va tutto bene, perché si è confermata la dottrina (apparentemente); se la dottrina contiene non A e la pratica conferma non A, va ancora tutto bene, perché si è confermata la dottrina una seconda volta (ancora apparentemente); il doppio successo significa che in realtà si è confermata la contraddizione A et non A. A pezzi e bocconi la dottrina viene sempre confermata in toto, contraddizioni e sciocchezze comprese.
La ricerca, spesso affannosa, della “totalità” e della “completezza” alimenta il vizio di fondo di ogni dottrinarismo. Si conserva tutto; tutte le sciocchezze, comprese le contraddizioni, del maestro vengono venerate come reliquie di un santo, nel timore che far cadere una briciola del castello dottrinario porti al suo crollo.
Il timore non è infondato, in effetti. Infatti, la dottrina si accresce di solito per acquisizioni successive, dovute all’intuizione del maestro fondatore, il quale non si preoccupa in generale della coerenza del proprio sistema, essendo impegnato a mettere insieme una scuola di adepti, che devono bere tutto quel che lui dice. Ogni dottrina sembra, allora, regolarmente destinata a sfociare nella contraddizione.

Come si riflette tutto ciò sullo stato delle traduzioni di Freud? Sono lasciate in mano ai presbiteri della chiesuola analitica, i quali le distribuiscono ai giovani catecumeni “in formazione” come ricette da cucina per cucinare la psicoterapia. Non si discutono le ricette. Si applicano. Discorso chiuso e pranzo servito.

È perciò quanto meno problematico, tornando al problema dell’analisi laica, da cui traggono spunto queste riflessioni, cercare di acquisirne il sapere, appoggiandosi a una traduzione che laica non è. La traduzione di Cesare Musatti, che è stata per quasi 50 anni l’unica disponibile in Italia, è infatti confessionale e dottrinaria per almeno due ragioni. La prima è che, inibendosi spesso al confronto diretto con il testo tedesco di Freud, finisce per appoggiarsi all’autorità della traduzione inglese di James Strachey. Siamo di fronte ad una traduzione di una traduzione che ci porta, nella migliore delle ipotesi, a due gradi di separazione dalla voce di Freud. Nella peggiore delle ipotesi, agli scostamenti di Strachey dal testo di Freud si sommano gli errori di Musatti nell’interpretare la versione inglese con il risultato di una traduzione italiana non più accostabile all’originale. Per lo stile non si può invece che constatare come l’asprezza della prosa freudiana, il suo snodarsi quasi carsico, il suo riflettersi in figure concrete e materiali spesso di derivazione militare, diventi una prosa piatta, dove l’immagine concreta viene tradotta spesso con il suo correlato astratto. La seconda ragione che spinge poi a definire la traduzione di Musatti come confessionale è precisamente la mancanza di imparzialità, la mancanza di terzietà. Musatti accomoda la prosa polemica di Freud, omette alcuni passaggi e arriva a reprimerne, in altri, il carattere eticamente rivoluzionario.

Il primo obiettivo della traduzione, approntata insieme a Davide Radice, che spero esca quanto prima, è stato quindi quello di ridare voce a Freud, perché siamo convinti che questa voce possa ancora dirci qualcosa di fondamentale. Allo stesso tempo abbiamo messo in evidenza le più importanti omissioni e gli errori più grossolani della traduzione di Musatti. Questo “tradimento” non riguarda solo Musatti; ci dice infatti molto su cosa sia stata la psicanalisi in Italia negli ultimi decenni: una pratica più che una scienza, gestita in modo confessionale da scuole capeggiate da soggetti-supposti-sapere che si sono posti come interpreti ideali e che lasciano ai discenti il compito di appropriarsi del “verbo” da loro emanato. La nostra traduzione vuole inaugurare una pratica dei testi freudiani che dimentichi le “autorità” (non per caso si parla di Musatti come “padre della psicanalisi italiana”) e che abbia solo due criteri: la coerenza linguistica e la fecondità teoretica dell’interpretazione proposta.

Antonello Sciacchitano

Autore: Antonello Sciacchitano

Nato a San Pellegrino il 24 giugno 1940. Medico e psichiatra, lavora a Milano come psicanalista di formazione lacaniana; riceve domande d'analisi in via Passo di Fargorida, 6, tel. 02.5691223: E' redattore della rivista di cultura e filosofia "aut aut", fondata da Enzo Paci nel 1951.