Lo stato delle traduzioni di Freud

Propongo alcune riflessioni a partire dall’esperienza di traduzione della Laienanalyse di Freud (1926).

Il problema di tradurre Freud non è solo linguistico e scientifico. Ha un rilevante risvolto collettivo e politico; riguarda la collocazione della psicanalisi nel tessuto sociale, come cura, e nella cultura, come attività di ricerca. Faccio solo un esempio, ma paradigmatico.

Negli ultimi anni si sono moltiplicati gli attacchi all’autonomia della psicanalisi appoggiandosi principalmente su due argomenti: la psicanalisi è una psicoterapia, quindi l’analista deve formarsi come psicoterapeuta e iscriversi all’albo; l’analista svolge un’attività di cura e quindi deve essere autorizzato dallo Stato. Vale allora la pena ascoltare la voce di Freud, che nello scritto del 1926 intitolato Die Frage der Laienanalyse ha fondato il concetto di laicità della psicanalisi. Già la traduzione ufficiale italiana fa cadere il significante laien, laico, proponendo un titolo che è tutto un programma: Il problema dell’analisi condotta da non medici. Di conseguenza, nell’indice analitico delle Opere di Sigmund Freud non si trova il termine analisi laica: fuorcluso, direbbe il lacaniano, come dire censurato.

Allora, in via preliminare si pone un problema apparentemente paradossale per lo studioso italiano: dove, in quale edizione, può leggere qui in Italia quanto ha veramente scritto Freud. Gli italiani non sanno che Freud ha parlato di “analisi laica”. Non sanno che a questo tema ha dedicato un vigoroso pamphlet. Come se ne esce? Non è una domanda peregrina, perché riguarda nientemeno che lo stato delle traduzioni di Freud, non solo in Italia. In proposito, mi sia concesso di riferire brevemente la mia singolare esperienza personale.

Con mia grande sorpresa, già molto tempo fa, dovetti registrare che nelle scuole e nelle associazioni psicanalitiche, che pure si rifanno all’insegnamento di Freud, il problema di come tradurre Freud è poco o nulla sentito. Quando vent’anni anni fa tornai sui banchi di scuola per rinfrescare la memoria della lingua tedesca, appresa da piccolo, immaginavo che sarei stato tempestato di telefonate di colleghi che mi chiedevano la traduzione di questo o quel passo di Freud, poco chiaro nelle traduzioni ufficiali, le cosiddette osf. Immaginavo di dovermi dedicare a gruppi di studio su questo o quel testo di Freud in originale.

Ebbene, mi sbagliavo grossolanamente. Non c’è cultura filologica, non c’è passione per i testi originali nelle scuole di psicanalisi. Succede come nella Chiesa Cattolica, che per parecchio tempo mise all’indice la stessa Bibbia. Non occorre che il fedele legga la Bibbia, perché gliela spiega il prete dal pulpito. Non si deve fare l’errore di Lutero, che pretendeva di interpretarla a modo suo. (Tra parentesi Lutero e Melantone hanno inventato la filologia moderna.) Gli analisti ubbidiscono a questa normativa “romana” implicita in ogni chiesa. Il testo originale di Freud sembra messo all’indice; non si legge. Curioso, no?

La mia proposta politica di istituire legami sociali epistemici tra analisti ­– non legami identificatori a qualche magister dell’undicesima ora – formulata poco dopo la mia uscita dall’ultima associazione professionale da me (fondata e) frequentata, potrebbe essere teoricamente giustificata proprio così: leggiamo il testo originale di Freud, il soggetto ragionevolmente supposto sapere qualcosa della psicanalisi. Wozu? Si dice in tedesco. A che scopo? Allo scopo di costruire sul sapere estratto dai testi freudiani un collettivo di pensiero, o Denkkollectiv come lo chiamava Ludwik Fleck.

Ne parlai alla giornata di studio del 20 ottobre 2007, organizzata da Mauro Bertani del “Centro di Documentazione in Storia della Psichiatria” di Reggio Emilia, intitolata Scritture Freudiane. Traduzioni, tradizioni, trasmissioni e tradimenti delle opere di Sigmund Freud.

A partire dal titolo canettiano della mia relazione, Salviamo la lingua di Freud, sostenni la tesi (la congettura) che una revisione delle traduzioni di Freud può avvenire solo dismettendo l’abito dottrinario, con cui abitualmente si tratta il freudismo, e assumendo l’atteggiamento critico e dubitativo della scienza. La mossa non sarebbe solo astratta e teorica, ma avrebbe anche una concreta ricaduta politica. Inaugurerebbe una nuova pratica della dottrina freudiana, una pratica meno sacralizzata del freudismo, quindi una nuova politica della psicanalisi.

Oggi mi rendo conto che la proposta è semplice da enunciare, ma difficile da attuare. Deve perforare strati massicci di conformismo, consolidati da decenni di pratica professionale standardizzata in più modi e a diversi livelli: attraverso la cosiddetta “formazione”, nonché i numerosi riti di appartenenza: le analisi personali, le supervisioni, i seminari, i gruppi di studio (i “cartelli” dei lacaniani), i congressi e naturalmente le pubblicazioni su riviste specializzate, che raccolgono i “compitini” con cui gli allievi dimostrano di aver assimilato l’ortodossia, stabilita dai maestri e ribadita dai presbiteri. Quale professionista della psicanalisi se la sentirebbe di buttare a mare quel che ha imparato nelle scuole di formazione e che gli è costato tanto denaro, in cambio di una revisione aleatoria del proprio sapere? In nome di che? Della scienza? Scherziamo? È chieder troppo. Dovrebbe ricominciare da capo la propria formazione, ritrovandosi a dover far suoi e applicare alla propria pratica criteri scientifici che gli sono stati fino ad allora completamente estranei. Sarebbe un’esperienza di disadattamento ai confini dello spaesamento.

Nelle scuole non vige la scienza; vige il catechismo. Ogni scuola ha il proprio “libretto rosso”, ben consolidato e formalizzato in modo che il vangelo sia trasmesso senza sbavature e ambiguità, che comporterebbero potenziali eresie, minacciose per la sopravvivenza della scuola. Libertà di pensiero? No, grazie. L’aspetto catechistico prevale su quello scientifico, perché va bene a tutti. I freudiani ortodossi leggono il loro catechismo, per difendere Freud; gli junghiani il loro, per attaccarlo; i lacaniani adottano il loro, per fare di Freud un filosofo. Ma – mi chiedo – non è possibile leggere Freud e basta? Magari, per buttarne via una parte e per conservarne ma, soprattutto, svilupparne un’altra? Questo è quel che propongo dalle pagine di questo sito. Sono un illuso? No, sono un freudiano. La dottrina freudiana, se è vera, può essere sviluppata in senso scientifico. Altrimenti, rimarrà così com’è, codificata nella Standard Edition come una dottrina congelata in un catechismo che nessuno legge più.

Ma quale dottrina?

Copertina della 1^ edizione del testo di Sigmund Freud Die Frage der Layenanalyse
Copertina della 1^ edizione del testo di Sigmund Freud Die Frage der Layenanalyse

Riprendiamo in mano i testi freudiani e leggiamo. La sistemazione dottrinaria, data da Freud a quella che orgogliosamente chiama la sua “creazione” (Schöpfung), è francamente poco scientifica. Infatti, è medica, basata com’è sugli assunti dell’eziopatogenesi, che si insegna alla Facoltà di Medicina: ogni fenomeno morboso ha una causa, l’agente patogeno; parallelamente, ogni fenomeno psichico ha una causa, la pulsione, o forza costante, che è sessuale, se si tratta della soddisfazione sessuale, o di morte, se si tratta della coazione a ripetere. Qui mi limito a indicare il risvolto politico, non meno importante di quello teorico, di questa teorizzazione, anche perché non è senza conseguenze sul modo di tradurre Freud e, quindi di praticare l’analisi.

La sola intelligenza dovrebbe bastare a svelare l’inganno dottrinario. Non dovrebbe essere difficile comprendere che con la sua pratica di cura la psicanalisi sarebbe favorita dall’istituire un legame sociale epistemico tra analisti e analizzanti, dove si metta costantemente in discussione lo statuto della scienza psicanalitica. Invece, grazie alle dottrine scolastiche – ogni scuola ha la propria – nelle istituzioni psicanalitiche si istituisce regolarmente un legame identificatorio all’ipse dixit.

Capisco, allora, la resistenza degli psicanalisti alla scienza. La scienza, che non soffre di identificazioni all’ipse dixit, smantellerebbe il legame identificatorio, su cui si basa la convivenza professionale. Invece, pur di conservare il depositum fidei, insieme al conto in banca, gli ortodossi freudiani chiudono le porte alla scienza e le aprono alla medicina; gli ortodossi lacaniani dicono che la scienza fuorclude il soggetto; è un vero e proprio “meccanismo di difesa” freudiano il loro.

Ma c’è di peggio.

La pratica della conferma dottrinaria, tipica dei seminari e dei gruppi di studio, è destinata a celare le contraddizioni implicite nella dottrina. Se la dottrina contiene A e la pratica conferma A, va tutto bene, perché si è confermata la dottrina (apparentemente); se la dottrina contiene non A e la pratica conferma non A, va ancora tutto bene, perché si è confermata la dottrina una seconda volta (ancora apparentemente); il doppio successo significa che in realtà si è confermata la contraddizione A et non A. A pezzi e bocconi la dottrina viene sempre confermata in toto, contraddizioni e sciocchezze comprese.
La ricerca, spesso affannosa, della “totalità” e della “completezza” alimenta il vizio di fondo di ogni dottrinarismo. Si conserva tutto; tutte le sciocchezze, comprese le contraddizioni, del maestro vengono venerate come reliquie di un santo, nel timore che far cadere una briciola del castello dottrinario porti al suo crollo.
Il timore non è infondato, in effetti. Infatti, la dottrina si accresce di solito per acquisizioni successive, dovute all’intuizione del maestro fondatore, il quale non si preoccupa in generale della coerenza del proprio sistema, essendo impegnato a mettere insieme una scuola di adepti, che devono bere tutto quel che lui dice. Ogni dottrina sembra, allora, regolarmente destinata a sfociare nella contraddizione.

Come si riflette tutto ciò sullo stato delle traduzioni di Freud? Sono lasciate in mano ai presbiteri della chiesuola analitica, i quali le distribuiscono ai giovani catecumeni “in formazione” come ricette da cucina per cucinare la psicoterapia. Non si discutono le ricette. Si applicano. Discorso chiuso e pranzo servito.

È perciò quanto meno problematico, tornando al problema dell’analisi laica, da cui traggono spunto queste riflessioni, cercare di acquisirne il sapere, appoggiandosi a una traduzione che laica non è. La traduzione di Cesare Musatti, che è stata per quasi 50 anni l’unica disponibile in Italia, è infatti confessionale e dottrinaria per almeno due ragioni. La prima è che, inibendosi spesso al confronto diretto con il testo tedesco di Freud, finisce per appoggiarsi all’autorità della traduzione inglese di James Strachey. Siamo di fronte ad una traduzione di una traduzione che ci porta, nella migliore delle ipotesi, a due gradi di separazione dalla voce di Freud. Nella peggiore delle ipotesi, agli scostamenti di Strachey dal testo di Freud si sommano gli errori di Musatti nell’interpretare la versione inglese con il risultato di una traduzione italiana non più accostabile all’originale. Per lo stile non si può invece che constatare come l’asprezza della prosa freudiana, il suo snodarsi quasi carsico, il suo riflettersi in figure concrete e materiali spesso di derivazione militare, diventi una prosa piatta, dove l’immagine concreta viene tradotta spesso con il suo correlato astratto. La seconda ragione che spinge poi a definire la traduzione di Musatti come confessionale è precisamente la mancanza di imparzialità, la mancanza di terzietà. Musatti accomoda la prosa polemica di Freud, omette alcuni passaggi e arriva a reprimerne, in altri, il carattere eticamente rivoluzionario.

Il primo obiettivo della traduzione, approntata insieme a Davide Radice, che spero esca quanto prima, è stato quindi quello di ridare voce a Freud, perché siamo convinti che questa voce possa ancora dirci qualcosa di fondamentale. Allo stesso tempo abbiamo messo in evidenza le più importanti omissioni e gli errori più grossolani della traduzione di Musatti. Questo “tradimento” non riguarda solo Musatti; ci dice infatti molto su cosa sia stata la psicanalisi in Italia negli ultimi decenni: una pratica più che una scienza, gestita in modo confessionale da scuole capeggiate da soggetti-supposti-sapere che si sono posti come interpreti ideali e che lasciano ai discenti il compito di appropriarsi del “verbo” da loro emanato. La nostra traduzione vuole inaugurare una pratica dei testi freudiani che dimentichi le “autorità” (non per caso si parla di Musatti come “padre della psicanalisi italiana”) e che abbia solo due criteri: la coerenza linguistica e la fecondità teoretica dell’interpretazione proposta.

Antonello Sciacchitano

Autore: Antonello Sciacchitano

Nato a San Pellegrino il 24 giugno 1940. Medico e psichiatra, lavora a Milano come psicanalista di formazione lacaniana; riceve domande d'analisi in via Passo di Fargorida, 6, tel. 02.5691223: E' redattore della rivista di cultura e filosofia "aut aut", fondata da Enzo Paci nel 1951.

15 pensieri riguardo “Lo stato delle traduzioni di Freud”

  1. Caro Antonello,
    che bella cosa! spero che abbia molto successo, perché, cosa rara, combina rigore e passione divulgativa.
    Manderò il link a colleghi e appassionati. Non c’erano tanti come me che godevano, che godono, della tua disponibilità a rispondere sulle questioni della traduzione italiana?
    La passione per la traduzione, forse è l’opposto della passione confessionale?
    Grazie
    Adalinda

    1. Sì, per come la intendo io, ma credo che anche Sciacchitano la pensi così, la passione per la traduzione si basa sull’attribuire il massimo di pensiero all’autore e al lettore finale.
      Cos’è la traduzione se non levigare un’interpretazione fino a quando si suppone che contenga un pensiero che sia all’altezza del pensiero dell’autore? Cos’è la traduzione se non una mediazione che rende possibile al lettore, pur senza conoscere la lingua dell’autore, pensare il pensiero dell’autore?

      Ora, tutto questo movimento di pensiero, in andata e ritorno, non è affine alla passione confessionale, dove l’adepto pensa solo il pensiero dell’uno che sa, in una sorta di identificazione passiva.

      Detto questo, non è da escludere che ci siano traduzioni confessionali… 😉

  2. Grazie del tuo lavoro, della tua cura nel faticare. Hai ragione: se il presbitero di turno ti indottrina e in cambio del tuo consentire ti rilascia un attestato (la burocrazia é il vero potere, i maggiordomi!) che ti identifica (nel senso del sembiante), perché darsi la pena di pensare, di esplorare, di sentire la solitudine della riflessione?
    Spero ci farai sapere quando e dove comparirà il tuo lavoro perché noi si possa comparire ad esso. Saluti. Giorgio

  3. Sarà molto interessante scoprire questa prosa carsica di Freud fuori dal packaging preconfezionato e anestetizzato della tradi(u)zione italiana. Sento, nella filigrana delle tue argomentazioni, un vento buono che agita i drappi sempre troppo spessi dell’idealizzazione. La “totalità” dottrinaria è un non saperci fare con quella parzialità del mondo che ci rende vivi. La “totalità” della dottrina è così affine al suo essere totalitaria. Grazie per il tuo appasionato lavoro. Attendiamo il libro. Ciao. Laura

    1. Il termine ‘packaging’ è molto appropriato per definire la traduzione capitanata da Musatti. Il riferimento ad una produzione e distribuzione di massa riporta in qualche misura l’editoria a forma del capitalismo. Ora, come può l’impresa titanica di tradurre Freud rispettare i tempi del capitale? Una scommessa molto rischiosa. Infatti… Musatti non era in grado di rispettare i tempi di consegna e quindi Boringhieri ha chiamato Strachey per farsi vendere il suo apparato di note con le famose “cross references” e nel complesso l’impianto della Standard edition.

      Probabilmente i tempi sono maturi per pensare ad un modo diverso di tradurre Freud. Si può superare una visione verticistica con un soggetto-preposto-al-sapere gemellato al capitale e passare invece a gruppi di traduttori che si possono occupare di gruppi di opere diverse e aperti ad un confronto “orizzontale” basato su criteri scientifici. Non c’è bisogno di predisporre una traduzione dell’opera omnia, non c’è bisogno di ingenti capitali e di tempi imposti dall’esterno. Sia la scadenza dei diritti d’autore che la disponibilità di internet aprono nuovi scenari…

  4. Solo un piccolo commento frivolo, da cuoca golosa: le ricette del dottore non si discutono, ma quelle di cucina si possono interpretare, modificare, integrare… Ci si può pasticciare e vedere cosa vien fuori.
    Viva dunque la nouvelle cuisine freudiana!

    1. Il commento non è tanto frivolo. Nel caso della psicanalisi operano controlli interni molto severi sull’esecuzione delle ricette psicoterapeutiche. Il giovane analista deve sottoporsi alla supervisione dei geronti, che controllano l’applicazione pratica dei dogmi della dottrina secondo le direttive del catechismo di scuola (come esistono le linee direttive del Ministero della Salute per l’operato dei medici). Nelle associazioni psicanalitiche nulla è lasciato al caso e alla libera invenzione. Alla lunga la situazione di asfissia di pensiero ha gravemente deteriorato lo status scientifico della psicanalisi. Oggi le azioni di Freud sono molto in ribasso. E non si profilano all’orizzonte grandi eretici della psicanalisi.

  5. Caro Antonello, uno dei lavori più importanti quando si legge Freud è quello di cercare di comprendere il senso della traduzione di un certo termine, specialmente se concerne la struttura concettuale e scientifica del corpo teorico freudiano. E’ un lavoro infinito, ma questo non ci spaventa. Sapere bene il tedesco va bene, seppure, comparando e studiando in modo filologico le diverse versioni, si riesce a incontrare la Scienza; anche questo non è facile, ma a volte “tu ci riesci”. Non c’è niente di più bello che cercare di capire quello che si legge, ogni volta che se ne vuole dare ragione nel sociale. Ti sono grata per il tuo lavoro.

    1. Comment…
      Piccolissima correzione. Scienza si può scrivere con la minuscola, perché non è una religione. “Dare ragione nel sociale” della scienza psicanalitica la espone alle confutazione, perché la psicanalisi non è una dottrina dogmatica, rivelata una volta per tutte da qualche maestro.
      Ricordi il convegno che tu organizzasti il 2 febbraio 2002 sul legame sociale deli analisti? Il mio intervento si intitolava “Pensiamo, dunque sono”. Forse non sai che quel titolo mi fu suggerito da un mio analizzante, che aveva capito prima di me che il gesto di “dare ragione nel sociale” della propria pratica non è molto diverso dal lavoro che si fa in clinica. Oso proporre questa tesi alla discussione: il vero analista permanente è il soggetto collettivo del discorso analitico. Gli psicanalisti che accettano domande di analisi sono solo incarnazioni contingenti e provvisorie di quel soggetto.

  6. Comment..
    Analisi infinita, traduzione mai definitiva. Vedo una possibile analogia tra le due pratiche.
    Mi pare che anche il discorso dell’analizzante sia una “traduzione” di se stesso che ripetutamente si rettifica.
    Due pratiche dure, ma non rigide, aperte all’ascolto dell’altro. Un “altro” polisemico: il tedesco di Freud, l’analista, il mio chiacchiericcio. Ma c’è sempre uno scarto, appunto. Allora guardo in alto!

    1. L’analogia con l’analisi è quanto mai significativa. È un pensiero che ritorna da settimane: la nostra traduzione, come direbbe Freud, per questioni pratiche ha un termine (Beendigung) o una conclusione (Abschluß), ma in realtà è un compito infinito (unendliche). Infatti anche nell’ultima revisione di pochi giorni fa sono emerse nuove possibilità di interpretazione, nuovi collegamenti che non avevamo ancora “visto”.

      È allora una conclusione ‘pratica’, in vista della pubblicazione, poi il compito si rinnoverà, speriamo insieme a tutti i lettori.

      Che questa analogia possa essere letta anche nel verso dell’analisi, era una possibilità che mi mancava. È talmente abbacinante e feconda che ci voglio pensare prima di dire qualcosa. Anzi (negazione), già il termine “rettifica” mi sembra molto freudiano. Ho tradotto così il verbo “berichtigen” nel testo del ’25 sulla Negazione:
      Il modo in cui i nostri pazienti esprimono le loro idee improvvise durante il lavoro analitico ci dà lo spunto per alcune osservazioni interessanti. “Lei adesso penserà che io voglia dire qualcosa di offensivo, ma in realtà non ho questa intenzione”. Noi comprendiamo che questo è il respingere, attraverso la proiezione, un’idea improvvisa appena emergente. Oppure “Lei domanda chi possa essere questa persona nel sogno. “Non è la madre”. Noi rettifichiamo: “Allora è la madre”.

      Mi sembra la stessa scelta di Fachinelli, al massimo ci sta un “aggiustiamo”.

      Grazie per il suo illuminante commento.

  7. Io penso che l’idea di stabilire un’analogia fra testo in lingua straniera e inconscio non vada troppo coltivata, anche perché l’interpretazione in vista di una traduzione è tecnicamente qualcosa di diverso non solo dall’interpretazione analitica ma anche dall’interpretazione di un testo già voltato nella propria lingua.
    Un testo non è un sapere che (ancora) non si sa (l’inconscio) e che quindi deve essere reso conscio, ma è una conoscenza che dev’essere versata in un’altra lingua, nel modo più adeguato possibile all’originale; pertanto è una questione propriamente filologica e non analitica.
    Fare una buona traduzione significa fare il massimo sforzo per evitare i meccanismi ideologici che allignano in una traduzione meno buona o addirittura tendenziosa. Non guardarsi dall’avvicinare la tecnica analitica a un testo significherebbe invece ricadere in una tradizionale visione antropomorfica, cioè fare della mitologia umanistica.

    1. Caro Raoul, ricordati di sacrificare un gallo ad Asclepio. Non c’è molta differenza tra interpretare il testo di un sogno e tradurre un testo di Freud. Sono entrambe operazioni epistemiche che portano alla luce un po’ di essere che stava nel grembo del sapere. Tradurre e interpretare sono operazioni maieutiche, per dirla con Socrate, il quale per questo motivo in punto di morte si dichiarava in debito nei confronti del dio della medicina (protettore anche dei filosofi).
      A questo aggiungi l’operazione di disambiguazione, dove si esercita la responsabilità personale sia dell’analista sia del traduttore. Considera il caso particolarmente ambiguo della traduzione del termine freudiano di “Selbstanalyse”. Come lo traduci? “Autoanalisi”, come propongono Laplanche e Pontalis? o “Analisi personale”, come propone Sciacchitano? In astratto entrambe le traduzioni sono corrette; in concreto una è corretta e l’altra scorretta, perché l’autoanalisi non esiste. L’analisi si fa sempre con un altro in posizione di oggetto. Freud con Fliess non fece un’autoanalisi ma una vera e propria analisi personale, che terminò in paranoia postanalitica come la stragrande maggioranza delle analisi. Ma Freud lasciò che sul suo caso si depositasse un velo di ambiguità (o di ignoranza, come dice Rawls), che sarebbe opportuno sollevare, per esempio ritornando al “Progetto per una psicologia scientifica”.

    2. Raoul, mi sembra che estenda fin troppo quello che abbiamo affermato io e Anna Rosa. Si parlava del percorso dell’analizzante e della traduzione, non direttamente di lingua e inconscio e nemmeno di un’analogia fra tecnica analitica e testo.

      Fatico anche a comprendere come possa definire un testo da tradurre come una conoscenza. In moltissimi passaggi della Frage il testo di Freud è stato per me, in prima istanza, molto lontano da una conoscenza: non capivo cosa intendesse e anche quando mi avvicinavo ad un senso probabile rimaneva sempre l’incertezza su quale traduzione dargli, sul privilegiare il significante o il significato, sul rischio di far perdere al lettore le possibilità di sviluppo di pensiero insite nell’opzione che è da abbandonare.

      All’inizio molti passaggi sono “idee indistinte” per usare un concetto di Spinoza. Come in analisi, quello che emerge, l’Einfall è già un’idea, ma non ha chiare connessioni e non porta ad un sapere in qualche modo solido, su cui si possa già costruire qualcos’altro. Poi, lavorando anche diverse ore su un passaggio, ad un tratto, in analisi e nella traduzione, emerge la soluzione che scansa via le altre si impone in un modo lascia poche alternative. Spesso va così.

      Le faccio un esempio dalla Frage:
      “Normalmente, alla fine del primo periodo sessuale [il complesso edipico] andrebbe abbandonato, demolito a fondo e trasformato. I risultati di questa trasformazione sono destinati a ‘große Leistungen’ nello svolgersi della vita psichica”.
      Per quelle due parole, almeno 4 ore di ricerche su dizionari, motori di ricerca, altre opere freudiane e discussioni con Sciacchitano e con Manghi via mail. Ora è una conoscenza acquisita. All’inizio un’idea indistinta.

  8. Caro Antonello, ma è il mio stesso intervento a essere l’offerta del gallo ad Asclepio, cioè l’offerta della mia ignoranza…
    Le vostre repliche hanno fatto più chiarezza nella mia mente, in particolare con il riferimento all’operazione di disambiguazione del traduttore; tuttavia, non riesco a fare di questa operazione una cosa sola con la puntualizzazione dell’analista. E questo perché, pur essendo perfettamente d’accordo che, dal punto di vista del lavoro epistemico (operazione maieutica), non vi è differenza d’approccio fra un testo da tradurre e un sogno dell’analizzante, noto comunque una differenza a livello ontologico.
    Poiché, se nella seduta analitica vi è produzione epistemica “pura”, per così dire, tutta giocata su di una conoscenza ancora da definire, viceversa, avere a che fare con la traduzione di un testo significa trovarsi di fronte ad un “terzo” in più e diverso dai soggetti che popolano la seduta analitica, anzi, a un oggetto che dispone già di un suo spessore ontologico, cioè una “conoscenza”, in questo caso la conoscenza di Freud, un testo già definitivamente puntualizzato, mentre il sogno dell’analizzante è una pura entità epistemica ancora radicalmente in formazione, qualcosa di ancora inconsistente a livello ontologico.
    Perciò, per rispondere a Davide, io intendo per “conoscenza” un’opera, cioè contenuto di senso già strutturato, ontologicamente autonomo, un’opera che si è resa autonoma dal soggetto e che può essere poi infinitamente elaborata epistemicamente da un altro soggetto, come se fosse il testo del proprio sogno; tuttavia, in fase di traduzione, la sua terzietà ontologica non può essere integralmente ricondotta alla fase ancora magmatica e di puro sapere che è lo stato interpretativo del sogno. Questo Davide l’ha precisato benissimo, ed io non ho mai inteso mettere in dubbio la serietà del vostro lavoro.
    In altri termini, la mia perplessità era dovuta, a una prima lettura degli interventi che mi hanno preceduto, alla sensazione che non fosse ben chiara questa differenza fra il lavoro epistemico su di un sogno da costruire ex-novo in analisi, ancora non formato nella sua potenza sorgiva (cioè un sapere ancora nel “reale”), e il testo freudiano che è già definito e in atto (cioè una conoscenza già nel simbolico), e la cui disambiguazione, grazie all’immaginario, deve restituirlo per ciò che esso precisamente è, in altra lingua. Ed è solo a questo punto che potrà poi essere ripreso e rimesso in movimento epistemicamente.
    Che poi è un altro modo per dire il desiderio che vi ha mossi in questa impresa di filologia freudiana, no? Ristabilire l’oggetto del testo freudiano, travisato non tanto da una qualsiasi e legittima lettura onirica, quanto dall’imprecisione filologica dei suoi precedenti traduttori.

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