Il compito del traduttore, di W. Benjamin

Traduzione del saggio Die Aufgabe des Übersetzers di Walter Benjamin del 1920.

Il compito del traduttore (1920)

di Walter Benjamin

Walter Benjamin
Walter Benjamin

Il riguardo per il fruitore non si dimostra mai fruttuoso alla comprensione di un’opera o di una forma d’arte. Non solo nel senso che il riferimento a un determinato pubblico o a suoi rappresentanti porta fuori strada, ma addirittura nel senso che il concetto di fruitore “ideale” è dannoso per ogni dibattito sulla teoria dell’arte, che è tenuto a presupporre semplicemente l’essenza e l’esistenza dell’uomo in generale. L’arte stessa si limita a presupporne solo l’essenza corporea e spirituale – ma l’attenzione mai, in nessuna delle sue opere. Infatti, nessuna poesia è per il lettore, nessun quadro per l’osservatore, nessuna sinfonia per l’ascoltatore.

E la traduzione sarebbe per lettori che non capiscono l’originale? Sembrerebbe che ciò basti a spiegare la differenza principale fra l’uno e l’altra in campo artistico. Inoltre, sembra questa l’unica ragione possibile per dire ripetutamente “la stessa cosa”. Ma cosa “dice” una poesia? Cosa comunica? Molto poco a chi la capisce. Essenzialmente la poesia non è comunicazione, non è enunciato. Pertanto la traduzione che pretendesse comunicare non comunicherebbe altro che la comunicazione, cioè l’inessenziale. È questo, infatti, il segno di riconoscimento delle cattive traduzioni. Ma ciò che in poesia esce dalla comunicazione – e anche il cattivo traduttore ammette che ciò sia l’essenziale – non è in generale considerato come inafferrabile, misterioso, “poetico”? Che il traduttore può restituire solo se si mette a poetare a sua volta.

Da qui deriva, in effetti, il secondo contrassegno della cattiva traduzione, definibile come trasmissione inesatta di un contenuto inessenziale. E non se ne esce finché la traduzione si fa carico di servire al lettore. Se la traduzione fosse destinata al lettore, dovrebbe esserlo anche l’originale. Ma se l’originale non consiste in questo, come si può intendere la traduzione riferendola a ciò?

La traduzione è forma [letteraria]. Concepirla come tale significa tornare all’originale, perché lì, come intraducibilità, è rinchiusa la sua legge. La questione della traducibilità di un’opera ha due sensi. Può significare che l’opera troverebbe il traduttore sufficiente nel complesso dei suoi lettori o, meglio, che per essenza propria l’opera ammetta, quindi pretenda, la traduzione conforme al significato di questa forma. Fondamentalmente la prima questione è problematica da decidere, mentre la seconda è apodittica. Solo un pensiero superficiale, negando il senso autonomo della seconda, può dichiarare le due questioni equivalenti. Per contro, va segnalato che certi concetti relazionali conservano il loro senso, forse il loro senso migliore, non riferendoli a priori esclusivamente all’uomo. Così si potrebbe parlare di una vita o di un attimo indimenticabili, anche se tutti gli uomini li avessero dimenticati. Infatti, se la loro essenza esigesse di non dimenticarli, quel predicato non diventerebbe falso. Sarebbe solo un’esigenza a cui gli uomini non corrispondono. Al tempo stesso conterrebbe il rinvio a un dominio dove corrispondenza, invece, ci sarebbe – al pensiero di Dio. Al tempo stesso rimarrebbe da prendere in considerazione la traducibilità di forme linguistiche anche nel caso in cui fossero umanamente intraducibili. E non lo sarebbero di fatto, almeno in certa misura, secondo un concetto rigoroso di traduzione?

Con questa mossa liberatoria va posta la questione se la traduzione di certe formazioni linguistiche sia esigibile. Infatti, vale il teorema: se la traduzione è una forma, a certe opere la traducibilità deve inerire in modo essenziale.

La traducibilità inerisce essenzialmente a certe opere. Ciò non significa che la loro traduzione sia essenziale per se stesse, ma che nella loro traducibilità si estrinseca un determinato significato, inerente agli originali. È evidente che, per quanto buona sia, la traduzione non può mai significare qualcosa per l’originale. E tuttavia essa è in intimo rapporto con l’originale in forza della sua traducibilità, addirittura in rapporto tanto più intimo quanto meno significa per l’originale. Potrebbe essere definito come un rapporto naturale o, meglio, un rapporto di vita. Come le manifestazioni vitali sono intimamente connesse con il vivente, pur senza significare niente per lui, così la traduzione procede dall’originale, non dalla sua vita ma dalla sua “sopravvivenza” [Überleben]. Tant’è vero che la traduzione è più tarda dell’originale e nelle opere importanti, che non trovano il loro traduttore d’elezione al tempo in cui sorgono, segnala lo stadio della loro permanenza in vita [Fortleben]. L’idea di vita e di sopravvivenza dell’opera d’arte va intesa non in senso metaforico ma del tutto concreto. All’impossibilità di attribuire la vita esclusivamente alla corporeità organica ci era già arrivato il pensiero dei tempi più oscurantisti. Ma non si tratterebbe di estendere la vita sotto il lo scettro debole dell’anima, come ha tentato Fechner. Per tacere della possibilità di definire la vita sulla base degli ancor meno decisivi fattori animali, per esempio la sensazione, che la può caratterizzare solo occasionalmente. Si rende giustizia al concetto di vita solo riconoscendola a tutto ciò che ha una storia, che non è solo il suo scenario. Infatti, l’ambito della vita è ultimamente determinabile in base alla storia, non in base alla natura – per non dire della natura sfuggente della sensazione e dell’anima. Da qui deriva per il filosofo il compito di comprendere ogni vita naturale a partire dalla vita più ampia della storia. E non è almeno la sopravvivenza delle opere incomparabilmente più facile da riconoscere di quella delle creature? La storia delle grandi opere d’arte ne riconosce la discendenza dalle fonti, la formazione all’epoca dell’artista e il tempo – fondamentalmente eterno – della sopravvivenza presso le successive generazioni. Si chiama fama la sopravvivenza che viene alla luce. Traduzioni che siano più di semplici trasmissioni, emergono quando l’opera che sopravvive raggiunge la fama. Alla quale non servono le traduzioni, come sono soliti dire i cattivi traduttori, ma al contrario le cattive traduzione devono a lei la loro esistenza. In esse la vita dell’originale ultimamente e più estesamente si dispiega in forma sempre rinnovata.

Come quello di una vita specifica ed elevata, anche questo dispiegamento è determinato da una finalità altrettanto specifica ed elevata. Vita e finalità: il loro rapporto, apparentemente a portata di mano, ma da sempre sottratto alla cognizione, si dischiude solo là dove il fine, a cui collaborano tutte le singole finalità della vita, venga a sua volta ricercato non nella sfera della vita ma in una superiore. Tutte le manifestazioni finalistiche della vita, come la finalità in generale, non sono in ultima analisi finalizzate alla vita ma a esprimere la sua essenza. Ne rappresentano [darstellen] il significato. Così in definitiva la traduzione tende a esprimere il rapporto più intimo tra le lingue, che resta tuttavia segreto. La traduzione non può né rivelarlo né istituirlo ma può solo rappresentarlo, realizzandolo in forma germinale o intensiva [intensiv]. In verità, tentando di istituirlo in forma germinale, la rappresentazione di un significato è un modo specifico di rappresentazione, che non si riscontra nella vita non linguistica. La quale nelle analogie e nei segni possiede altre forme di riferimento, diverse dalla realizzazione intensiva, anticipatoria e allusiva. L’accennato intimo rapporto tra lingue è la specifica convergenza per cui le lingue non sono reciprocamente estranee ma, a priori e a prescindere dai loro rapporti storici, sono affini in ciò che vogliono dire.

Con questo tentativo di spiegazione sembra che dopo vani rigiri la trattazione sbocchi comunque di nuovo nella tradizionale teoria della traduzione. Se le traduzioni devono preservare la parentela delle lingue, come potrebbero se non trasmettendo nel modo più esatto possibile la forma e il senso dell’originale? Chiaramente sul concetto di esattezza la teoria tradizionale non avrebbe molto da dire, e in ultima analisi non saprebbe render conto di ciò che è essenziale nelle traduzioni. In verità, nella traduzione la parentela tra lingue si esprime in forma più profonda e determinata della vaga e superficiale somiglianza di due poesie. Per cogliere il rapporto autentico tra originale e traduzione bisogna rifarsi a considerazioni analoghe, nel loro intento, a quelle con cui la critica della conoscenza dimostra l’impossibilità della teoria della riproduzione. Come si dimostra che nella conoscenza non si dà né si può pretendere obiettività, che consista in semplici riproduzioni del reale, così si può dimostrare che non sarebbe possibile alcuna traduzione che mirasse alla somiglianza all’originale come sua essenza ultima. Infatti, nella sopravvivenza, che non si chiamerebbe così se non fosse mutamento e rinnovamento del vivente, muta anche l’originale. C’è una post-maturazione anche delle parole consolidate. La tendenza del suo linguaggio poetico ai tempi dell’autore può in seguito esaurirsi e tendenze immanenti al testo possono emergere ex novo dalla forma data. Ciò che prima era nuovo, poi si logora; ciò che prima era in uso, poi suona arcaico. Cercare l’essenza di queste trasformazioni, nonché delle non meno continue trasformazioni di senso, nella soggettività dei posteri invece che nella vita propria della lingua e delle sue opere, significa scambiare essenza e fondamento della cosa, anche secondo il più rozzo psicologismo. In termini più rigorosi, significa negare per impotenza del pensiero uno dei processi di pensiero più potenti e fecondi. E la morta teoria della traduzione non si salverebbe neppure volendo fare dell’ultimo tratto di penna dell’autore il colpo di grazia dell’opera. Infatti, come il tono e il significato delle grandi poesie mutano integralmentenei secoli, così cambia anche la madrelingua dei traduttori. Anzi, mentre la parola del poeta sopravvive nella propria lingua, anche la più grande traduzione è destinata a essere presa dallo sviluppo della lingua e a perire nel suo rinnovamento. Lungi dall’essere la sorda equazione di due lingue morte, alla traduzione tocca il compito specifico di far attenzione alla post-maturità della parola straniera e alle doglie della propria.

Nelle traduzioni la parentela delle lingue non si annuncia come vaga somiglianza tra l’originale e la riproduzione. Evidentemente, in generale, la parentela non si accompagna necessariamente alla somiglianza. In proposito, in questo contesto il concetto di parentela concorda con il significato più ristretto di quello che in entrambi i casi [delle lingue e delle famiglie] può solo insufficientemente venir definito dall’uguaglianza della discendenza, benché il concetto di discendenza rimanga indispensabile proprio per determinare il significato più ristretto. Dove cercare la parentela di due lingue, prescindendo da quella storica? Non nella somiglianza delle poesie o delle parole. Piuttosto la parentela sovrastorica delle lingue poggia sul fatto che in ciascuna di esse, considerata come un tutto, si intenda una sola e identica cosa, che tuttavia non è accessibile a nessuna, se considerata singolarmente, ma solo alla totalità delle loro intenzionalità [Intention] reciprocamente integrate: la pura lingua. Infatti, mentre i singoli elementi – parole, frasi, nessi – di lingue straniere si escludono reciprocamente, tali lingue si integrano nelle loro intenzionalità. Per comprendere esattamente questa legge – una delle leggi fondamentali della filosofia del linguaggio – bisogna distinguere nell’intenzionalità tra ciò che si intende e il modo di intenderlo. In Brot e pain ciò che si intende è lo stesso, ma il modo di intenderlo è diverso. Nel modo di comprendere troviamo, infatti, che le due parole significano qualcosa di diverso in tedesco e in francese, che non sono intercambiabili per entrambi e che in ultima analisi tendono a escludersi. Ma a livello di ciò che si intende troviamo che esse, considerate in assoluto, significano la stessa e identica cosa. Mentre i modi di intendere in queste due parole si contrappongono reciprocamente, essi si integrano nelle due lingue di origine e precisamente si integrano in ciò che si intende. Nelle singole lingue non integrate ciò che si intende non è mai relativamente indipendente, per esempio nelle singole parole o frasi, ma è concepito in continuo divenire, finché dall’armonia dei modi di intendere non emerge come pura lingua. Fino ad allora rimane nascosto nelle lingue. Ma se le lingue crescono in questo modo fino alla fine messianica della loro storia, è alla traduzione, che si accende per la sopravvivenza delle opere e l’infinita risorgenza delle lingue, che tocca di nuovo mettere alla prova la sacra crescita delle lingue, testimoniando quanto il loro segreto sia lontano dalla rivelazione e quanto possa diventare presente nel sapere di tale lontananza.

Con tutto ciò si ammette che ogni traduzione sia solo un modo provvisorio di confrontarsi con l’estraneità della lingua. Soluzioni non temporanee né provvisorie, soluzioni attuali e definitive a questa estraneità sono interdette agli umani o comunque non sono perseguibili direttamente. Indirettamente è la crescita delle religioni che fa maturare nelle lingue il seme nascosto di una lingua più alta. Quindi, anche se non può pretendere che le sue creazioni durino, diversamente dall’arte, la traduzione non nasconde il proprio orientamento verso uno stadio ultimo e decisivo di ogni costrutto linguistico. Nella traduzione l’originale [non si riproduce semplicemente ma] lievita in un’atmosfera linguistica più alta e pura, dove tuttavia non può vivere a lungo (e del resto è lungi dal raggiungerla in tutte le sue componenti formali), ma almeno vi allude in modo meravigliosamente penetrante come a una terra, promessa e interdetta, dove le lingue si conciliano e si compiono. Appena messo piede qui, la traduzione tocca ciò che ne fa qualcosa di più di una mera comunicazione. Più esattamente il nocciolo essenziale della traduzione si defi nirebbe come ciò che nella traduzione resta a sua volta intraducibile. Si tolga, cioè, per quanto possibile tutto ciò che attiene alla comunicazione e lo si traduca: rimarrà intangibile ciò a cui mirava il lavoro del vero traduttore. Che, a differenza della parola poetica, non è trasferibile dall’originale perché i rapporti tra contenuto e lingua sono diversi nell’originale e nella traduzione. Il primo costituisce una certa unità, come frutto e buccia, mentre la lingua della traduzione avvolge il contenuto come un mantello regale dalle ampie pieghe. Infatti, la traduzione significa una lingua superiore a quella che è e, quindi, resta inadeguata, estranea e persino violenta rispetto al proprio contenuto. Questa frattura ostacola ogni trasferimento, rendendolo al tempo stesso superfluo. Infatti, rispetto a un determinato aspetto del suo contenuto e da un determinato punto temporale della storia delle lingue, ogni traduzione rappresenta le traduzioni di un’opera in tutte le restanti lingue. In senso ironico, tradurre trapianta l’originale in un dominio linguistico definitivo, almeno nella misura in cui da lì le traduzioni non possono più spostarlo ma solo, rimanendo al suo interno, risollevarlo in alcune parti e non in altre. Non a caso la parola “ironico” ricorda giri di pensiero romantici. Prima degli altri i romantici sono penetrati nella vita delle opere, di cui la traduzione è la testimonianza più alta. Certo, non l’hanno riconosciuto, avendo rivolto tutta la loro attenzione alla critica che rappresenta un momento, anche se minore, nella vita delle opere. Ma, anche se non hanno saputo teorizzare direttamente la traduzione, il loro grande lavoro di traduttori non andava disgiunto dal sentimento dell’essenza e della dignità di questa forma [letteraria]. Tutto fa ritenere che questo sentimento non sia necessariamente più forte nel poeta, anzi, in lui come poeta trova ancor meno posto. Neppure la storia corrobora il pregiudizio tradizionale secondo cui i traduttori più importanti sarebbero poeti e i poeti trascurabili sarebbero traduttori mediocri. Alcuni dei maggiori, come Lutero, Voss, Schlegel, sono incomparabilmente più significativi come traduttori che come poeti; altri tra i massimi, come Hölderlin e George, non si possono intendere nel complesso delle loro creazioni solo come poeti – meno che mai come traduttori. Infatti, la traduzione è una forma [letteraria] propria. Parallelamente il compito del traduttore va inteso come compito a sé, nettamente distinto da quello del poeta.

Compito del traduttore è di trovare quell’intenzione rispetto alla lingua di arrivo dove si ridesti l’eco dell’originale. Qui sta il tratto assolutamente distintivo della traduzione rispetto all’opera poetica, la cui intenzione non è mai diretta alla lingua come tale nella sua totalità ma solo e immediatamente a certe connessioni linguistiche di contenuto [particolare]. La traduzione non si trova come la poesia dentro alla foresta del linguaggio, ma fuori e di fronte. Senza entrarvi richiama l’originale in quell’unico posto dove l’eco nella propria offra di volta in volta risonanza all’opera in lingua straniera. La sua intenzione non è rivolta solo a qualcosa d’altro rispetto alla poesia, precisamente alla lingua in toto a partire dalla singola opera d’arte in lingua straniera, ma è in se stessa diversa. Quella del poeta è un’intenzione ingenua, primitiva, intuitiva, quella del traduttore è derivata, ultima, tutta ideale. Il pensiero dominante di integrare le molte lingue in una sola, quella vera, colma il lavoro del traduttore. È un lavoro in cui le singole proposizioni, poesie, giudizi non arrivano mai a comprendersi – rimanendo così dipendenti dalla traduzione – ma è anche un lavoro in cui le lingue arrivano ad accordarsi, conciliate e integrate nel modo di significare. Ma se esistesse la lingua della verità, in cui si conservano senza tensioni e senza parole i segreti ultimi intorno a cui si affatica ogni pensiero, sarebbe questa lingua della verità la vera lingua. Proprio lei, nel cui presentimento giace la sola perfezione che il filosofo può sperare per sé, intensivamente latente nelle traduzioni. Non c’è musa né della filosofia né della traduzione, ma non sono filistee né l’una né l’altra, come pretendono di sapere certi artisti sentimentali. C’è, infatti, un ingegno filosofico, la cui specifica nostalgia è la lingua che si annuncia nella traduzione: “Les langue imparfaites en cela que plusieurs, manque la suprême: penser étant écrire sans accessoires, ni chuchotement mais tacite ancore l’immortelle parole, la diversité, sur terre, des idiomes empêche personne de proférer les mots qui, sinon se trouveraient par une frappe unique, elle-même la vérité”. Se in queste parole il pensiero di Mallarmé è a rigore alla portata del filosofo, allora con i suoi semi di un linguaggio siffatto la traduzione sta a metà strada tra poesia e scienza. Il conio del suo lavoro è a loro inferiore, ma non si imprime meno profondamente nella storia.

Visto così il compito del traduttore, le vie della traduzione rischiano di diventare più oscure e impenetrabili. Il compito di far maturare nella traduzione il seme della lingua pura sembra senzasoluzione o, meglio, la soluzione sembra indeterminata [come dicono i matematici]. Infatti, non le si toglie forse il terreno di sotto i piedi quando la restituzione di senso cessa di essere decisiva? Detto in negativo, questo è il significato di quanto precede. Fedeltà e libertà – libertà della restituzione sensata e, al suo servizio, fedeltà alla parola – sono i termini tradizionali della discussione sulla traduzione. Ogni teoria della traduzione alternativa alla restituzione di senso sembra inservibile. L’applicazione tradizionale di questi concetti sembra costantemente e definitivamente antinomica. Infatti, quale contributo può dare la fedeltà alla restituzione di senso? La fedeltà di traduzione della singola parola non restituisce quasi mai interamente il senso che essa ha nell’originale. Infatti, il senso non si esaurisce in ciò che si intende nel significato poetico per l’originale, ma si acquisisce nel modo in cui in una determinata parola ciò che si intende si lega al modo di intendere. Di solito lo si esprime dicendo che le parole portano con sé una tonalità affettiva. La letteralità sintattica getta del tutto alle ortiche ogni restituzione di senso e rischia di portare dritto dritto all’inintelligibilità. Il XIX secolo aveva davanti agli occhi le traduzioni di Hölderlin di Sofocle come esempi mostruosi di tale letteralità. Si capisce da sé quanto la fedeltà alla restituzione della forma comprometta quella del senso. Nella stessa misura la promozione della letteralità è indeducibile dall’interesse per la conservazione del senso. Alla quale serve di più – ma alla poesia e alla lingua assai di meno – la libertà indisciplinata dei cattivi traduttori. Tale esigenza, il cui diritto è palese, ma la cui giustificazione è assai riposta, va necessariamente compresa sulla base di rapporti più validi. Come per ricomporre i frammenti di un vaso questi devono combaciare nei minimi particolari, pur senza assomigliarsi, così, invece di conformarsi al senso dell’originale, la traduzione deve amorevolmente ricostruirsi all’interno dei dettagli dei modi di significare della propria lingua al fine di rendere riconoscibile – come frammenti di uno stesso vaso – un frammento di una lingua più ampia. Proprio perciò la traduzione deve prescindere in grande misura dall’intenzione di comunicare qualcosa, un senso. L’originale è essenziale alla traduzione solo nella misura in cui ha già liberato il lavoro del traduttore dalla fatica imposta dal comunicare. Anche nel campo della traduzione vale en arché en o logos, all’inizio era la parola. Perciò la sua lingua può, anzi deve lasciarsi andare nei confronti del senso per non dar voce alla sua intentio di restituzione ma alla specifica intentio di armonia e di integrazione alla lingua in cui l’intentio del senso si comunica. Perciò, non è il vanto supremo di una traduzione, soprattutto se contemporanea, quella di leggersi come un originale della sua lingua. Anzi, il valore della fedeltà, garantito dalla letteralità, è di esprimere nell’opera l’aspirazione all’integrazione linguistica. La vera traduzione è trasparente, non copre l’originale, non gli fa ombra ma lascia che la lingua pura, quasi rafforzata dal proprio mezzo, cali interamente sull’originale. Ciò è possibile innanzitutto con la letteralità del trasferimento della sintassi. La letteralità dimostra che è la parola, non la frase, l’elemento originario della traduzione. Infatti, la frase è il muro davanti alla lingua originale, la letteralità l’arcata.

Se fedeltà e libertà di traduzione sono state da sempre considerate due tendenze contrapposte, la nostra più profonda interpretazione dell’una non sembra possa conciliarle entrambe, anzi al contrario sembra disconoscere all’altra ogni diritto. Infatti, a cosa si riferisce la libertà di traduzione se non alla restituzione di senso, che ora cesserebbe di essere normativa? Seppure fosse possibile identificare il senso di una formazione linguistica con la sua comunicazione, al di là di ogni comunicazione rimarrebbe vicinissima, anzi infinitamente lontana, chiara eppure nascosta, fragile eppure potente, qualcosa di ultimamente decisivo. In ogni lingua e in ogni formazione linguistica resta al di là del comunicabile l’incomunicabile, cioè qualcosa – a seconda dei punti di vista – di simboleggiante o di simboleggiato. Simboleggiante nelle formazioni linguistiche finite, ma simboleggiato nel divenire della lingua. Ciò che cerca di rappresentarsi, anzi di presentarsi, nel divenire della lingua è il nucleo della lingua pura. Che, seppure latente e frammentato, è tuttavia presente nella vita come simboleggiato e abita le formazioni linguistiche come funzione simboleggiante. Da una parte, nelle lingue l’essenza ultima della lingua, cioè la lingua pura, è legata al registro linguistico e alle sue trasformazioni, dall’altra, nelle creazioni si carica di un senso pesante ed estraneo. Liberarla da questo senso, fare del simboleggiante il simboleggiato stesso, riguadagnare la lingua pura al movimento linguistico in formazione, è questo l’unico e autorevole potere della traduzione. Nella lingua pura, che non significa più nulla e non esprime più nulla, come parola inespressiva e creativa, l’inteso di ogni lingua, ogni comunicazione, ogni senso e ogni intenzione toccano finalmente lo strato in cui sono portati a estinguersi. E proprio qui la libertà di traduzione afferma un nuovo e superiore diritto, non fondato sul senso della comunicazione, emancipare dal quale è compito della fedeltà. La liberta dà maggior prova di sé nell’amore della lingua pura verso la propria. Il compito del traduttore è di sciogliere nella propria la lingua pura che è stata esiliata, liberandola dalla prigione del rifacimento letterario. Per amor suo il traduttore rompe le barriere fatiscenti della propria lingua. Lutero, Voss, Hölderlin e George hanno ampliato i confini del tedesco. – Tutto ciò premesso, un paragone può riassumere il rapporto tra originale e traduzione in funzione del valore da attribuire al senso. Come la tangente tocca il cerchio di sfuggita in un punto e come il contatto – non il punto – le prescrive la legge di procedere all’infinito in linea retta, così la traduzione tocca l’originale di sfuggita e solo nel punto infinitamente piccolo del senso per proseguire poi per la sua strada secondo la legge della fedeltà nella libertà del movimento linguistico. Il vero significato di questa libertà, senza tuttavia nominarla né fondarla, l’ha indicato Rudolf Pannwitz in considerazioni contenute nella sua Crisi della cultura europea. Accanto alle tesi di Goethe nelle note sul Divan, sono probabilmente quanto di meglio è stato pubblicato in Germania sulla teoria della traduzione. Vi si dice che “le nostre traduzioni partono da un falso principio. Esse pretendono germanizzare l’indiano, il greco, l’inglese, invece di indianizzare, ellenizzare, anglizzare il tedesco. Rispettano molto di più gli usi della propria lingua che lo spirito dell’opera straniera… L’errore fondamentale del traducente è di attenersi allo stato contingente della propria lingua invece di lasciarsi potentemente commuovere dalla lingua straniera. Almeno traducendo da una lingua assai remota, chi traduce deve spingersi indietro fino agli elementi ultimi della lingua, dove parola, immagine e suono si fondono. Attraverso la lingua straniera deve allargare e approfondire la propria. Non si ha idea della misura in cui ciò sia possibile e di quanto una lingua si possa trasformare. Una lingua si distingue dall’altra come dialetto da dialetto, non quando la si prende alla leggera ma proprio sul serio”.

Fino a che punto la traduzione corrisponda all’essenza di questa forma [letteraria] è determinato oggettivamente dalla traducibilità dell’originale. Quanto minor valore e dignità ha la sua lingua, tanto più si impone la comunicazione e tanto meno c’è da guadagnare traducendo. Si arriva al punto in cui la sopravvalutazione del senso, lungi dal funzionare da leva per una traduzione pienamente formale, la pregiudica. Tanto più un’opera è di alta fattura, tanto meglio è traducibile nel fuggevolissimo contatto con il suo senso. Ovviamente questo vale per l’originale. Per contro le traduzioni si dimostrano intraducibili, non per il peso ma per l’estrema volatilità del riferimento al senso. Lo confermano, anche in altri aspetti essenziali, le traduzioni di Hölderlin, in particolare delle due tragedie di Sofocle, dove l’armonia delle lingue è così profonda che il senso è sfiorato solo come arpa eolica dal vento. Le traduzioni di Hölderlin sono prototipi della loro forma [letteraria]. Nei confronti delle traduzioni più perfette dei loro testi stanno nel rapporto del prototipo al modello. (Come mostra il confronto delle traduzioni di Hölderlin e di Borchardt della III Pitica di Pindaro). Proprio per questo sono abitate dal pericolo, originario e immenso, di ogni traduzione che le porte di una lingua così ampliata e posseduta [durchwaltet] si chiudano e il traduttore si chiuda nel silenzio. Le traduzioni sofoclee furono l’opera ultima di Hölderlin. Il senso vi precipita d’abisso in abisso fino a rischiare di perdersi nelle profondità senza fondo della lingua. Ma l’arresto c’è. Nessun testo lo concede al di fuori del sacro, dove il senso cessa di fungere da spartiacque tra i flussi della lingua e della rivelazione. Dove, senza mediazione di senso e nella propria letteralità, il testo appartiene direttamente alla vera lingua, alla verità o alla scienza, lì è traducibile per definizione. Non più per sé, ma in nome delle lingue. Di fronte a esso si richiede alla traduzione un’illimitata fiducia affinché, come in questa lingua e rivelazione, così in quella letteralità e libertà si ricompongano senza tensioni nella forma della versione interlineare. Infatti, in una certa misura, che è massima negli scritti sacri, tutte le grandi scritture contengono tra le righe la loro traduzione virtuale. L’interlinearità dei testi sacri è il prototipo o l’ideale di ogni traduzione.

Traduzione dal tedesco di Antonello Sciacchitano

 

Antonello Sciacchitano

Autore: Antonello Sciacchitano

Nato a San Pellegrino il 24 giugno 1940. Medico e psichiatra, lavora a Milano come psicanalista di formazione lacaniana; riceve domande d'analisi in via Passo di Fargorida, 6, tel. 02.5691223: E' redattore della rivista di cultura e filosofia "aut aut", fondata da Enzo Paci nel 1951.