Sul falso e sul corpo

Presentazione del n. 359 di “aut aut” su “La potenza del falso”

Libreria Le Moline, Bologna 23 novembre 2013

Sono in imbarazzo ma lo devo proprio dire.

Oggi affronto tanto poco volentieri il tema della potenza del falso, quanto ieri, quasi due anni fa, aderii con entusiasmo alla proposta di Damiano Cantone di costruire un numero di “aut aut” sull’argomento. Il mio contributo a questa serata è tutto qui: si riduce a giustificare il mio singolare cambiamento di umore. Alla cui base non ci sono solo ragioni individuali, legate alla mia psicologia, la cui conoscenza non interesserebbe nessuno dei presenti, ma ci stanno anche e soprattutto ragioni generali e collettive, che forse per qualcuno dei presenti, se è filosofo, sarebbero interessanti, se non proprio da identificare, almeno da circoscrivere o approssimativamente localizzare.

Perché l’entusiasmo della prima ora?

L’entusiasmo si spiega facilmente e in breve.

Perché l’imbarazzo dell’ultima ora?

Luitzen Brouwer

L’imbarazzo si spiega meno facilmente e provare a spiegarlo mi porterà via la maggior parte tempo che ho a disposizione.

Dico prima dell’entusiasmo. L’entusiasmo era dovuto al fatto che come analista ho le mani in pasta nel falso. Tutti i fenomeni psichici che affronto abitualmente nel setting analitico – il divano e la poltrona – sono impastati di falso. Il fenomeno principale, il transfert dell’analizzante verso l’analista, è un falso amore, precisamente è un odioamore, un’hainemoration diceva il mio maestro Lacan. Il sintomo, per cui l’analizzante chiede l’analisi all’analista, è un falso godimento; Freud lo chiamava soddisfazione sostitutiva, che spesso provoca più sofferenza che piacere; a volte è una sublimazione, che Lacan neologizzava sinthomo. Il sogno è una falsa soddisfazione di desiderio, deformata com’è dalla censura per soddisfare le esigenze della rimozione dell’Io pusillanime. Il lapsus freudiano o l’atto mancato sono false performance che tuttavia dicono la vera intenzione del soggetto che le esegue. Per non parlare delle interpretazioni dell’analista che o sono scontate, quando sono edipiche, o sono aleatorie come quelle degli auguri che leggevano il futuro nel volo degli uccelli. Con l’aggravante che quelle degli auguri erano falsificabili nel futuro, mentre quelle dell’analista, riguardando il passato, sono del tutto incontrollabili. Insomma, senza del falso non potrei esercitare il mio mestiere.

Perciò, quando due anni fa Damiano lanciò la sua proposta di lavoro sul falso, non mi sembrava vero poter dire pubblicamente intorno a questo cumulo di falsità qualcosa di vero in termini scientifici; avevo, infatti, a disposizione lo strumento teorico che mi sembrava giusto per farlo: la logica intuizionista di Brouwer; questa logica, che in Italia è poco nota per le resistenze dell’accademia, ancor ancorata alla logica aristotelica, permette di trattare il falso non in termini di essere, cioè non come ciò che non è, contrapposto al vero, che invece è ciò che è, ma in termini di sapere. Ci lavoro ormai dal 1988 e i termini della logica epistemica mi sembrano tuttora convenire meglio di quelli ontologici alla natura epistemica dell’inconscio freudiano, che è un sapere che non si sa di sapere. Per chi non lo sapesse, ricordo che la logica di Brouwer, è la prima di una lunga serie di logiche non classiche, tuttora in progress, dove il vero vale come dimostrato e il falso come non dimostrato; il falso epistemico è il meramente congetturale, il non ancora deciso: né confermato né confutato.

Dei risultati del riesame del falso psicanalitico in termini intuizionisti riferisco nel mio ultimo libro Il tempo di sapere (Mimesis, Milano 2013) e ne accenno nel contributo al numero di “aut aut” di cui stiamo parlando. Ma non di questo voglio dire. Voglio, invece, testimoniare la ricezione pubblica della proposta di parlare del falso. Che, come ho detto, è stata per me deludente. Altro che entusiasmarsi per l’uscita di un numero di “aut aut” sul falso! Con una certa sorpresa – devo aggiungere, perché nulla me lo faceva teoricamente prevedere – ho dovuto empiricamente constatare, in un certo senso sulla mia pelle, che la gente non vuole sentire parlare del falso. Il falso letteralmente repelle. Lo dimostra anche il numero esiguo di persone presenti stasera in questa libreria. Se le parli di falso, la gente o ti ascolta con indifferenza o reagisce in modo aggressivo. Capite, quindi le ragioni del mio imbarazzo. Qualche forma di indifferenza, per non dire di aggressività, temo di ricevere anche da voi stasera. Spero ovviamente di sbagliarmi.

Una piccola testimonianza dell’indifferenza, che nel migliore dei casi il falso suscita, non posso tuttavia non darvela. A un recente congresso di psicanalisi, tenuto a Milano il 12 e il 13 ottobre, intitolato al disagio della civiltà, portai tre copie di questo numero di “aut aut”. Quante credete ne abbia vendute ai circa duecento partecipanti al congresso? Zero a sinistra. Ometto le reazioni aggressive, perché dovrei parlare in pubblico di clinica psicanalitica e non sta bene.

La spiacevole esperienza mi ha dato da pensare. Cosa non piace del falso? Cosa imbarazza chi ascolta qualche verità sul falso e di riflesso produce imbarazzo in chi ne parla?

Sembra inutile chiederlo al filosofo. Non lo sa e non lo vuole sapere. Il fenomeno è diffuso e non da oggi. Il falso non piace sin dall’antichità. Per il filosofo classico, valga per tutti Platone, il falso è impensabile. Nel Teeteto Platone lo dice per bocca di Socrate: “Sembra impossibile opinare alcunché falsamente” (188c). Pensare il falso ontologico, pensare ciò che non è, porta alla contraddizione, come dire alla malora. In un tempo relativamente più vicino a noi – siamo nel 1632 – nella seconda giornata del Dialogo sopra i massimi sistemi, Galilei lo fa dire all’aristotelico Simplicio: “La scienza è de’ veri e non de’ falsi”, e incalza: “Delle cose che io tengo false non credo di poterne saper nulla”. Allora la filosofia costruisce i propri sistemi di pensiero come meccanismi di difesa dal falso a protezione del vero.

Le nostre isteriche – qui apro uno spiraglio sulla clinica psicanalitica – non sono da meno del filosofo, ma funzionano alla rovescia. Pensano solo al falso, loro. Sprecano la vita a dimostrare che l’altro dice il falso quando dice che le ama. Perseguitano l’altro in nome del falso, pretendendo il vero, cioè il vero amore. Una volta a far le spese di questa persecuzione erotica era il medico, che alla fine si è rotto e ha deciso di vietare l’accesso dell’isteria al proprio ambulatorio, espungendone persino il nome dai propri manuali. Oggi in ambito “psi” non si parla più di isteria ma di attacchi di panico. Dell’isteria si parla tanto poco volentieri quanto del falso.

Il falso, la menzogna, la finzione sono odiati di per sé, quando addirittura, su scala invertita, non sono ricercati coattivamente e insistentemente per se stessi, per esempio nelle rappresentazioni artistiche: teatro, cinema, arti figurative. Uno scongiuro? Un paradosso? Sia come sia, fa pensare. Il falso suscita reazioni ambivalenti. Allora mi chiedo: perché anche il parlare del falso, che non è in generale falso, è poco gradito?

Qui scopro le mie carte e avanzo una congettura – quindi un enunciato epistemicamente falso – che spero abbiate il coraggio prima di prendere in esame e poi eventualmente di confutare:

parlare del falso significa parlare del corpo.

Il falso è organicamente il nostro corpo. È, quindi, un discorso impudico, quello tenuto sul falso, perché non esistono corpi parlanti che non siano sessuati. Da lì, dal legame con il corpo e con la sua sessualità, deriva l’ambivalenza, se non l’ostilità, nei confronti del falso. Non si vuole sentire parlare di falso come non si vuole sentire parlare troppo del corpo sessuato. Se ne può parlare solo come conformismo e in conformità a certe regole della convivenza civile – e allora se ne può parlare anche molto; ma non sviluppo questo punto che mi porterebbe a discutere della volontà di sapere secondo Foucault dal lato simmetrico della volontà di ignoranza.

Allora, per non parlare del corpo e delle citate “falsonate”, si preferisce parlare dell’anima. Il suddetto Platone fece sprecare le ultime ore di vita di Socrate in compagnia dei suoi allievi a sparare fatuità sull’immortalità dell’anima, invece che a parlare di cose serie: della mortalità imminente e del godimento del corpo. L’anima non gode, quindi è immortale, è il ragionamento del filosofo. Chiedetelo all’impotente o alla frigida se non è così. E se lo negano, non credeteci.

Il falso, inteso come espressione del corpo, non è una freudianeria di mia invenzione. Le mie originalità sono sempre delle riscoperte. La mia congettura sul corpo come luogo del falso risale a un filosofo-matematico molto serio: Spinoza. Nell’Etica Spinoza corregge Cartesio, che nella Sesta meditazione metafisica afferma – è proprio un’affermazione metafisica – che il corpo non pensa perché è esteso. (Cartesio adotta pari pari la definizione aristotelica di corpo come sostanza estesa.) Invece no, il corpo pensa estesamente; Spinoza corregge Cartesio trent’anni dopo. I pensieri del corpo sono gli affetti. Gli affetti sono a loro volta delle affezioni, cioè eccitazioni prodotte dall’azione di un corpo su un altro corpo; ultimamente, i miei affetti sono effetti – scusate il gioco di parole – dell’azione del corpo dell’altro sul mio corpo. Esiste nella vita psichica un principio di azione e reazione sostanzialmente isomorfo rispetto all’omonimo principio postulato da Newton nella sua meccanica. Con qualche differenza dovuta alla presenza imbarazzante del sesso. (Le cui gioie si dice che Newton non abbia mai sperimentato). Gli affetti sono die Affekte, direbbe Freud nella sua lingua, in cui decade il senso “affettivo” e “sentimentale” che il termine ha nella nostra; in Affekt rimane solo la componente sessuale nuda e cruda. Gli affetti sono pensieri falsi nel suddetto senso intuizionista; sono falsi non in senso ontologico ma epistemico, perché le eccitazioni corrispondenti non sono né chiare né distinte come i pensieri pensati dalla mente di dio. Gli affetti, le cartesiane “passioni dell’anima”, sono congetture non dimostrate, quindi false, nel senso della logica intuizionista di Brouwer. (Tra parentesi Brouwer era olandese come Spinoza). Ma gli affetti muovono i corpi nel bene e nel male, argomenta Spinoza sulla scia di Cartesio.

Ecco allora filosoficamente spiegato come il falso si collega al corpo per via epistemica. Il corpo vivo è essenzialmente mobile e si muove perché è animato da affetti, cioè da falsi pensieri o pensieri erranti (nel doppio senso del termine). Per questo gesto filosofico non poco osé Spinoza sarà perseguitato dai teologi ebrei e protestanti, che censuravano il falso con più determinazione dei filosofi. La sua Etica sarà pubblicata postuma.

A questo punto, dopo averle scoperte, gioco le mie carte e calo l’asso di briscola. Anche i pensieri che al soggetto della conoscenza sembrano tanto chiari e distinti da sembrare pensati da dio – Kant li chiamava trascendentali – sono essenzialmente falsi, cioè indimostrabili, perché derivano da esperienze corporee. Prendete le più semplici categorie del pensiero, tanto semplici da sembrare a priori, non derivanti dall’esperienza e pertanto capaci di dare forma all’esperienza: le intuizioni dello spazio e del tempo.

Lo spazio è la falsa percezione della posizione del mio corpo nello spazio. La spazio ha tre dimensioni? Per Einstein ne ha quattro, perché va aggiunta la dimensione temporale, che è correlata alle spaziali attraverso la costanza della velocità della luce in modo tale che più ti muovi velocemente e più lo spazio si contrae. Non esiste lo spazio euclideo assoluto, sede del Motore Immobile, indipendente dall’osservatore; esistono diversi spazi; ognuno ha il suo e si possono pensare le trasformazioni dell’uno nell’altro. Per Kaluza le dimensioni spaziali sono cinque, per i teorici delle stringhe undici. Come è possibile? Quelle che non vedi dove sono? Sono lì, ma non le vedi perché sono arrotolate. È come una fune tesa su un abisso e vista da lontano; vista da vicino, la fune ha tre dimensioni ma a distanza ne vedi solo una. Tu abiti il tuo spazio corporeo a distanza da esso, direbbe Pier Aldo Rovatti. Tienine conto nelle tua filosofia. Sono pertinenti a questo proposito le elucubrazioni sviluppate da Lacan nel seminario sulla logica del fantasma, dove dà un’interpretazione del cogito cartesiano alla luce dell’inconscio freudiano. Allora io sono dove non penso e penso dove non sono. Questa discrepanza (antiparmenidea) tra pensiero ed essere è all’origine delle molte falsità che si affrontano in psicanalisi.

E il tempo? Il tempo è falso perché veicola l’incertezza sull’origine e sulla fine del mio corpo. Giustamente Agostino diceva che sapeva che cosa è il tempo, se nessuno glielo chiedeva. Se chiedi al corpo quando è nato o quando morirà, non te lo sa dire. Quando il corpo nasceva era ancora tanto immaturo da non sapere di stare venendo al mondo. Oggi i fisici hanno dismesso l’idea newtoniana di un tempo assoluto che sincronizza tutto l’universo. Le equazioni della gravità quantistica secondo Wheeler, l’inventore dei “buchi neri”, non contengono la variabile tempo.

Tranquilli. Sto per concludere il mio discorso.

Il falso è dovunque è il corpo; il falso è nello spazio corporeo (ma con Volponi preferire dire corporale). Perciò non si vuole sentir parlare di falso: perché evoca la presenza del corpo, quindi della morte, quindi del sesso. Gli psicanalisti l’hanno sempre saputo e hanno sistematicamente evitato di parlare del corpo in termini espliciti. Il corpo fa parte del loro rimosso inconscio. Accede alla coscienza solo come falso. Il primo psicanalista, pur essendo medico e forse proprio perché era medico, si è astenuto dal formulare una teoria del corpo; ha parlato di Io-corpo in un tardivo hapax del 1923 (cfr. L’Io e l’Es, fine cap. II), ma non ha dato la parola al corpo, come c’era da attendersi da un vero medico. Per tutta la vita ha costruito una metapsicologia delle pulsioni, che sono costrutti aristotelici, cioè cause efficienti e finali, al limite tra il somatico e lo psichico, ma li ha trattati più dal versante psichico, addirittura metapsichico, che somatico. E questo silenzio sul falso corporale è tanto più paradossale oggi, in tempi in cui si parla tanto di fitness ed esiste un fiorente e vasto mercato del benessere psicofisico.

Che sbadato, però! Ho parlato di falso e di corpo e non ho parlato di psiche. Vuol dire che non sono abbastanza psicanalista; vuol dire che devo tornare a scuola da Platone, magari frequentando la caverna dove teneva le sue lezioni di ontologia.

Grazie per l’attenzione,

Antonello Sciacchitano

 

Antonello Sciacchitano

Autore: Antonello Sciacchitano

Nato a San Pellegrino il 24 giugno 1940. Medico e psichiatra, lavora a Milano come psicanalista di formazione lacaniana; riceve domande d'analisi in via Passo di Fargorida, 6, tel. 02.5691223: E' redattore della rivista di cultura e filosofia "aut aut", fondata da Enzo Paci nel 1951.