Vita dura per i lacaniani

I lacaniani devono essere geneticamente diversi dagli altri psicanalisti. Hanno nemici.

Non che gli altri psicanalisti abbiano molti amici. Dai tempi di Freud, la psicanalisi non è fatta per procurarsi amici. Da quando nacque, 117 anni fa, la psicanalisi è sempre stata invisa al mondo. “Non fosse mai nata”, è il desiderio del mondo nei suoi confronti; un desiderio che finalmente sembra realizzarsi con la normalizzazione per legge della psicanalisi come professione psicoterapeutica. Finirà finalmente la “nuova scienza” con le sue imbarazzanti scoperte: il complesso di Edipo, la castrazione, il sapere che non arriva alla coscienza ecc. D’ora in avanti la psicanalisi sarà una terapia come tante altre, meglio se orientata in senso medico, e non farà più ricerca sui sogni della gente, sui suoi amori fallimentari, sui suoi odi imperituri. Meglio così per tutti. Socrate, il tafano di Atene, dovette bere la cicuta; Freud, il dottore di Vienna, oggi deve sorbirsi la psicoterapia.

Ma ecco la differenza; i lacaniani non solo hanno nemici latenti, cioè allo stato potenziale, comuni a tutti gli psicanalisti; hanno anche nemici manifesti, riservati solo a loro, che hanno il coraggio di uscire allo scoperto e di dichiararsi come tali e solo nei loro confronti.

Jacques Lacan
Jacques Lacan

L’ultimo episodio è la dura presa di posizione, sul domenicale del “Sole 24 ore” del 12 febbraio 2012, di un professore di immunologia, chiaramente esperto in meccanismi di difesa, contro l’autismo dei lacaniani; questi sprovveduti sarebbero a suo giudizio rei di seguire le cervellotiche teorie eziopatogenetiche del loro maestro, che “spiegava l’autismo con il concetto di «madre coccodrillo», invadente e castrante”, senza aggiornarsi sulle recenti acquisizioni genetiche in fatto di malattie mentali, di autismo infantile in particolare. Luoghi comuni, mai scontati abbastanza, riformulati in nome dell’empirismo scientifico.

Che dire?

Dico che l’empirismo esisteva ben prima della scienza moderna, la quale si affermò solo pochi secoli fa grazie ad alcuni principi generali metaempirici: il principio di inerzia in fisica, il principio della discendenza con (piccole) modificazioni in biologia. Se la psicanalisi si eleverà mai alla dignità di scienza non sarà perché avrà rispettato certi fatterelli, registrati in alcune riviste specialistiche, ma perché avrà proposto un grande principio teorico, come il principio freudiano dell’esistenza nel soggetto di un sapere incompleto, che non si sa di sapere. L’inconscio freudiano, infatti, anticipa di qualche decennio a livello soggettivo il teorema di Gödel dell’incompletezza dell’aritmetica, che stabilisce un “vuoto di sapere” a livello oggettivo. Ma l’immunologo, più medico che biologo, sembra ignorare questi grandi sommovimenti del pensiero; forse non li ama, quindi non sembra attrezzato a comprendere la rivoluzione scientifica freudiana.

Che fare? In che conto tenere certe ricorrenti contestazioni, sempre uguali, frutto di incomprensioni tanto ignoranti?

In psicanalisi la storia di queste incomprensioni non è di oggi; è lunga e data dall’origine della psicanalisi. In Francia risale alla scomunica di Lacan da parte della Società francese di psicanalisi. La mia amica Vannina Micheli-Rechtman ha scritto un libro molto dotto a difesa della psicanalisi, La psychanalyse face à ses détracteurs, che ha già visto la seconda edizione. Nel paese dei suddetti detrattori circola un manifesto a difesa della psicanalisi, redatto da un gruppo di psicanalisti in prevalenza lacaniani, che ha varcato le Alpi, generando un manifesto gemello in Italia, sempre di ispirazione lacaniana, e un analogo movimento di difesa della psicanalisi. (Dovrebbero essere movimenti a difesa dei consumatori, cioè degli analizzanti. Ma alla fine sono iniziative sindacali a difesa degli analisti).

Da noi, infatti, le cose non vanno molto meglio che in Francia. Hanno solo una tinta più squallida. Si risale al nostro locale “padre della psicanalisi”, che si riferiva a un noto lacaniano, facitore di congressi universali, nei termini di “magliaro della psicanalisi”. La cosa non si limitò allo scambio di battute odioamorose. Lo stesso padre ispirò la legge 56/89 per regolamentare le psicoterapie e istituire l’albo degli psicoterapeuti. L’intenzione “paterna” era di dare una regolata agli psicanalisti lacaniani, ritenuti “psicanalisti selvaggi”. Si sa come è andata a finire. Tutti gli ortodossi a vario titolo, compresi molti lacaniani, si sono fiondati a iscriversi all’albo. Alcuni hanno addirittura fondato scuole di psicoterapia. Della selvaggina non è rimasto neppure l’odore.

Perché succedono certe cose poco onorevoli? Poco onorevoli attacchi e difese poco meno che esaltanti?

Francamente non lo so bene. Premesso che sono poco incline alle spiegazioni eziopatogenetiche – sono medico, ma più incline alla matematica che alla medicina – tendo a pensare che siamo di fronte alla manifestazione spontanea di una diffusa volontà di ignoranza sia in attacco sia in difesa. In attacco si finge di ignorare la portata delle novità introdotte dai Galilei o dai Darwin; in difesa si sopravvaluta la portata della contestazione, impegnandosi in un contraddittorio che fa decadere il dibattito scientifico a diatriba da aula di tribunale tra PM e avvocati della difesa. Molto volentieri si dimentica che la scienza non si fa in tribunale, neppure nel tribunale della ragione, invocato dall’Illuminismo da Kant in poi. La scienza si fa proponendo congetture innovative e tentando di confutarle nel lavoro del collettivo di pensiero scientifico, dove non esistono né Corti supreme né Comitati di controllo. La scienza è una forma di democrazia, che neppure l’Atene di Pericle conobbe; chiunque può proporre una congettura; chiunque può confutarla, senza neppure ricorrere al voto popolare.

D’accordo, mi dicono. Ma perché questa collettiva volontà di ignoranza, che tu supponi, dovrebbe aizzarsi prevalentemente contro i lacaniani? Cos’hanno di specifico i lacaniani che gli altri non avrebbero? Perché i segugi italiani – nelle vesti di PM – andrebbero a caccia di lacaniani, che eserciterebbero indebitamente la professione psicoterapeutica, lasciando in pace per esempio gli junghiani? Che feromoni rilasciano nell’ambiente culturale i lacaniani da solleticare il fiuto di certi ficcanaso?

Qui una risposta ce l’avrei, ma esito a proporla perché è “lacaniana”, quindi di parte. L’eretico Lacan introdusse nella psicanalisi freudiana una metamorfosi epocale, che dopo un effimero successo – si pensi alle centinaia di frequentatori dei suoi seminari su Joyce – si dimostrò sul medio periodo decisamente impopolare. Lacan divenne famoso anche tra i profani per il suo programma di ritorno a Freud. Una frottola di facciata, buona per casciar l’articul – si dice a Milano – buona, cioè, per promuovere la vendita della psicanalisi sul mercato, che era già stato colonizzato da Freud. In realtà, Lacan superò Freud a tutti gli effetti, proponendo la transizione della teoria e della pratica psicanalitiche dal piano ontologico a quello epistemico. Questo non gli viene perdonato.

Calma, cosa vuoi dire in termini meno filosofici?

Si prenda il fenomeno principe della psicanalisi: il transfert, il cosiddetto amore (odio) di traslazione, secondo la terminologia ufficiale italiana. Per Freud il transfert era la riedizione attuale nel contesto della cura di un evento del passato, in genere traumatico. Gli eventi sono fatti ontologici, cioè manifestazioni temporali dell’essere: prima avvengono quelle di ieri, poi quelle di oggi. La precisazione che l’evento fosse “traumatico” era tipica di Freud, che ragionava in termini di causa ed effetto da medico qual era (o da PM, quando denunciava i medici che esercitano la psicanalisi senza essersi addestrati alla sua scuola, per esempio nella Questione dell’analisi laica del 1926). Per lui ogni evento psichico era l’effetto deterministico, addirittura sovradeterministico, di un complesso di cause favorenti, predisponenti e determinanti. Lacan, che pure era psichiatra, lasciò decadere la nozione fortemente ambigua di trauma o di seduzione infantile (reale? immaginaria? con tutta la questione polemica sollevata a suo tempo da Masson) e si rivolse al sapere, non escludendo ovviamente il sapere inconscio, che non si sa di sapere. Allora, nelle mani di Lacan il transfert divenne un effetto del sapere, precisamente dell’interazione tra sapere del soggetto e sapere dell’altro. Di regola amo chi suppongo che sappia qualcosa del mio desiderio – supposizione tipicamente rivolta all’analista all’inizio dell’analisi; odio chi suppongo che non sappia qualcosa del mio desiderio – supposizione tipicamente rivolta allo stesso analista alla fine dell’analisi; Freud la chiamava “reazione terapeutica negativa” e non sapeva come pelarla, attribuendola a un’immaginaria pulsione di morte; prigioniero della stessa impotenza teorico-pratica, Lacan la chiamava “paranoia postanalitica”.

Allora, molto (certo non tutto) si spiega. I lacaniani titillano il sapere, quello inconscio compreso. “Padre, perdona loro, perché non sanno quel che fanno”, avrebbe detto di loro Gesù in croce. (Gesù fu uno dei primi lacaniani ante litteram a praticare la religione del Nome del Padre.) La gente, che non vuole sapere, odia i lacaniani tanto quanto odia il sapere. È un effetto automatico e spontaneo di transfert, inteso nel senso proprio della supposizione del sapere. “I lacaniani dicono di operare con il sapere. Ma io non voglio sapere, perché voglio godere. Perciò suppongo che i lacaniani veramente non sappiano e li odio, quado parlano di soggetto supposto sapere”. L’odio e la persecuzione sono la conseguenza paranoica della congettura epistemica negativa.

A questo punto, dovrebbe anche essere chiaro perché dall’odio siano risparmiati freudiani, junghiani, kleiniani e compagnia cantante: perché non presumono di sapere, perché non mettono sul tavolo la questione imbarazzante del sapere e soprattutto perché non sbandierano il loro sapere. Dovrebbero prendere esempio dai filosofi, Prudentemente i filosofi battono le vie tranquille dell’essere, non quelle impervie e scivolose del sapere. Tutti sanno che il primo filosofo epistemico della storia fu condannato a bere la cicuta; del secondo si favoleggia che fu vittima di un complotto dei Gesuiti nella gelida Stoccolma alla corte della locale grande regina. Già, i lacaniani dovrebbero essere solo un po’ più prudenti, politicamente parlando. La prudenza, virtù politica di prima grandezza secondo Tommaso d’Aquino, potrebbe rendere la loro vita se non dolce un po’ meno dura. Almeno non finiranno sul libro nero della psicanalisi né sul domenicale del “Sole 24 ore”.

 

 

Antonello Sciacchitano

Autore: Antonello Sciacchitano

Nato a San Pellegrino il 24 giugno 1940. Medico e psichiatra, lavora a Milano come psicanalista di formazione lacaniana; riceve domande d'analisi in via Passo di Fargorida, 6, tel. 02.5691223: E' redattore della rivista di cultura e filosofia "aut aut", fondata da Enzo Paci nel 1951.