Nietzsche sul leggere lento

Propongo una nuova traduzione dell’ultimo paragrafo della Prefazione ad Aurora di Friedrich Nietzsche, redatta nel 1886, cinque anni dopo la prima stesura dell’opera, e pubblicata con la seconda edizione del 1887.

Questo passaggio incarna un’estrema coerenza: non solo per il dato biografico di una maturazione durata un lustro, ma soprattutto per la sua struttura interna. L’elogio del “lento” vi si articola infatti in un’esposizione cadenzata di elenchi, che svela a poco a poco, e sempre più in profondità, cosa significhi davvero essere filologi, sia nello scrivere sia nel leggere.

Del testo tedesco mi hanno incuriosito in particolare due passaggi. Il primo è quel «sich Zeit lassen» [prendersi del tempo], che richiama un luogo della variante (mai pubblicata) al Poscritto alla Questione dell’analisi laica di Freud: «Dalle nostre parti, sulle Alpi, quando due conoscenti si incontrano o si separano, dicono: “Zeit lassen”. Abbiamo molto ironizzato su questa formula, ma abbiamo imparato a discernere quanta saggezza di vita celi rispetto alla fretta americana». Il secondo è l’inciso «rück- und vorsichtig», dotato di una straordinaria densità semantica: condensa sia il riferimento a due direzioni spaziali (indietro e avanti), sia quello a due atteggiamenti (il rispetto e la cautela).
 

Aurora

Pensieri sui pregiudizi morali

 

Vi sono tante aurore che
ancora non hanno brillato.
Rigveda

 

Nuova edizione
con una prefazione introduttiva

 

Lipsia
W. Fritzsch
1887

 

Prefazione

[…]

5

— Ma in definitiva: a che scopo dovremmo dire ad alta voce e con gran fervore quel ciò che siamo, che vogliamo o non vogliamo? Guardiamolo più freddamente, più da lontano, più prudentemente, più dall’alto, diciamolo com’è lecito sia detto fra di noi, in così gran segreto che nessuno lo oda, che nessuno ci oda! Soprattutto diciamolo lentamente… Questa prefazione giunge in ritardo, ma non troppo in ritardo; che importanza hanno, in fondo, cinque o sei anni? Un libro del genere, un problema del genere non ha fretta; per giunta noi due siamo amici del lento,1 io al pari del mio libro. Non si è stati filologi invano, forse lo si è ancora, vale a dire, un maestro del leggere lento — si finisce anche per scrivere lentamente. Appartiene ora non solo alle mie abitudini, ma anche al mio gusto — forse un gusto malevolo? — il non scrivere più nulla che non conduca alla disperazione ogni genere d’uomo che “ha fretta”. La filologia è infatti quella venerabile arte che esige dal suo estimatore prima di tutto una cosa: farsi da parte, prendersi del tempo, divenire silenzioso, divenire lento — come un’arte e una maestria da orafi della parola, che non deve compiere altro se non un lavoro di estrema finezza e cautela, che nulla ottiene se non lo ottiene lento.2 Ma proprio per questo essa è oggi più necessaria che mai, proprio per questo ci attrae e ci incanta con la massima forza, nel bel mezzo dell’epoca del “lavoro”, voglio dire, della fretta, della precipitazione irrispettosa e sudaticcia, che vuole “sbrigarsela” presto con tutto, anche con ogni libro antico e nuovo: essa stessa non se la sbriga tanto facilmente con una cosa qualsiasi, essa insegna a leggere bene, cioè lentamente, in profondità, guardando con rispetto indietro e con cautela avanti, non senza sottintesi, lasciando aperte le porte, con dita e occhi delicati… Miei amici pazienti, questo libro desidera per sé soltanto lettori perfetti e filologi: imparate a leggermi bene! —

Ruta di Genova,
autunno dell’anno 1886

 

Note

1 [lento. In italiano nel testo.]

2 [lento. In italiano nel testo.]

 

Hans Olde – Friedrich Nietzsche (1899)

 

Morgenröthe.

Gedanken über die moralischen Vorurtheile.

 

„Es giebt so viele Morgenröthen, die
noch nicht geleuchtet haben.“
Rigveda

 

Neue Ausgabe
mit einer einführenden Vorrede.

 

Leipzig.
Verlag von E. W. Fritzsch.
1887

 

Vorrede.

[…]

5.

— Zuletzt aber: wozu müssten wir Das, was wir sind, was wir wollen und nicht wollen, so laut und mit solchem Eifer sagen? Sehen wir es kälter, ferner, klüger, höher an, sagen wir es, wie es unter uns gesagt werden darf, so heimlich, dass alle Welt es überhört, dass alle Welt uns überhört! Vor Allem sagen wir es langsam… Diese Vorrede kommt spät, aber nicht zu spät, was liegt im Grunde an fünf, sechs Jahren? Ein solches Buch, ein solches Problem hat keine Eile; überdies sind wir Beide Freunde des lento, ich ebensowohl als mein Buch. Man ist nicht umsonst Philologe gewesen, man ist es vielleicht noch, das will sagen, ein Lehrer des langsamen Lesens: — endlich schreibt man auch langsam. Jetzt gehört es nicht nur zu meinen Gewohnheiten, sondern auch zu meinem Geschmacke — einem boshaften Geschmacke vielleicht? — Nichts mehr zu schreiben, womit nicht jede Art Mensch, die „Eile hat“, zur Verzweiflung gebracht wird. Philologie nämlich ist jene ehrwürdige Kunst, welche von ihrem Verehrer vor Allem Eins heischt, bei Seite gehn, sich Zeit lassen, still werden, langsam werden —, als eine Goldschmiedekunst und -kennerschaft des Wortes, die lauter feine vorsichtige Arbeit abzuthun hat und Nichts erreicht, wenn sie es nicht lento erreicht. Gerade damit aber ist sie heute nöthiger als je, gerade dadurch zieht sie und bezaubert sie uns am stärksten, mitten in einem Zeitalter der „Arbeit“, will sagen: der Hast, der unanständigen und schwitzenden Eilfertigkeit, das mit Allem gleich „fertig werden“ will, auch mit jedem alten und neuen Buche: — sie selbst wird nicht so leicht irgend womit fertig, sie lehrt gut lesen, das heisst langsam, tief, rück- und vorsichtig, mit Hintergedanken, mit offen gelassenen Thüren, mit zarten Fingern und Augen lesen… Meine geduldigen Freunde, dies Buch wünscht sich nur vollkommene Leser und Philologen: lernt mich gut lesen! —

Ruta bei Genua,
im Herbst des Jahres 1886.

Di Davide Radice

Consulente strategico, psicanalista e appassionato traduttore di Freud.

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