Freud, Paolo di Tarso e il sapere dell’uomo

Un anno fa un amico mi chiese di ritradurre la frase di Freud che chiude il cap. II del testo sul caso clinico del piccolo Hans. Il confronto fra le diverse traduzioni italiane gli proponeva versioni troppo diverse:

“Quanto al resto, il nostro piccolo indagatore non fa che rendersi conto fin d’ora che ogni forma di conoscenza si acquista solo per gradi, e che ogni grado superato lascia un residuo insoluto.”
Roberta Colorni e Mauro Lucentini, Boringhieri

“Quanto al resto, il nostro ricercatore è semplicemente arrivato un po’ in anticipo alla scoperta che ogni processo di conoscenza è come un mosaico e ciascun gradino successivo lascia sempre dietro di sé qualcosa di irrisolto.”
Celso Balducci, Newton Compton

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La psicanalisi e la Weltanschauung

Una Weltanschauung (Lezione 35)
di Sigmund Freud

Signore e Signori,

nel nostro ultimo incontro ci siamo occupati delle piccole preoccupazioni della vita quotidiana, come far ordine nella nostra modesta dimora. Oggi vogliamo tentare un’impresa ardita e rischiare di rispondere a una questione che da altre parti ci viene ripetutamente posta: se la psicanalisi porti a una determinata Weltanschauung e a quale.

Weltanschauung è – temo – un termine specifico tedesco; tradurlo in altre lingue può causare difficoltà. Comunque io tenti di definirlo, di sicuro vi sembrerà goffo. Penso che la Weltanschauung sia una costruzione intellettuale che risolve tutti i problemi della nostra esistenza in modo unitario, partendo da un presupposto generale, al cui interno nessun problema resta aperto e tutto ciò che ci interessa si trova al suo posto. È assai comprensibile che possedere tale Weltanschauung rientri nelle aspirazioni ideali dell’uomo. Crederci fa sentire più sicuri nella vita, sapendo a cosa si deve aspirare e sapendo come sistemare i propri affetti e interessi in modo opportuno. Leggi tutto “La psicanalisi e la Weltanschauung”

W. Benjamin e la psicanalisi come “compito infinito”

Grazie alla singolare coincidenza tra l’espressione “unendliche Aufgabe”, usata da Freud nella sua Analisi finita e infinita e questo frammento di Walter Benjamin sul “compito infinito” abbiamo trovato un modo per spiegare il lavoro scientifico che si attua nell’analisi.

Innanzitutto, Benjamin cosa intende per scienza? La scienza cartesiana, par provision e congetturale? La scienza hegeliana, scienza del lavoro del concetto che rientra in sé stesso come Spirito Assoluto? Forse nessuna delle due. A Benjamin interessa la scienza dell’arte, in particolare la scienza della letteratura; interessa cioè un’ermeneutica scientifica, che sia un’ermeneutica dell’ermeneutica, cioè una scienza delle forme espressive, una scienza ultimamente formale. Leggi tutto “W. Benjamin e la psicanalisi come “compito infinito””

Del meccanicismo o il pensiero della variabilità

Le costruzioni nella scienza sono variabili

Una teoria scientifica si costruisce normalmente stabilendo certe correlazioni tra variabili. La costruzione si chiama modello e non presuppone che ci sia alcunché di ontico da prendere a modello. Basta che il modello presenti relazioni vere per una certa semantica. In questa sede mi occupo di definire la nozione di modello meccanico, in particolare in psicanalisi.

Ho introdotto subito il significante principale del mio discorso: variabili. Le correlazioni sono a loro volta delle variabili; si chiamano funzioni o applicazioni di una variabile rispetto a un’altra; le funzioni sono oggetti epistemici tali che a ogni valore di una certa variabile assegnano un valore ben determinato, e uno solo, di un’altra variabile. Alle funzioni si potrebbe applicare il motto di Nietzsche: “transvalutazione di tutti i valori” (Umwertung aller Werte). Dal punto di vista epistemico le applicazioni sono transfert di sapere: applicano il sapere codificato in una variabile nel sapere di un’altra; se sai cos’è un numero, sai cos’è un numero pari; te lo dice l’applicazione che fa passare dal numero n al numero 2n. Insomma, la scienza si fa attraverso valori, non attraverso rappresentazioni. La scienza produce nuovi valori da valori precedenti; non si preoccupa di conformarsi a quel che c’è, soprattutto perché quel che c’è ed è percepito dai sensi come ente è per lo più apparenza – un fenomeno, un’illusione, che poco ha a che fare con la realtà. La percezione di ciò che c’è, così come la viviamo, è solo un meccanismo di adattamento all’ambiente, selezionato dall’evoluzione naturale nell’arco di milioni di anni come il più conveniente alla sopravvivenza e alla riproduzione. Leggi tutto “Del meccanicismo o il pensiero della variabilità”

Religione e medicina in psicanalisi

Per un ebreo è più difficile che per un cattolico accedere all’ateismo. Infatti, se si fa riconoscere pubblicamente come ebreo, ammette di appartenere al popolo eletto da dio, quindi implicitamente riconosce dio.

La verifica emblematica di questa difficoltà intellettuale è data dal “caso Freud”, che si dichiarava ateo, ma per la “sua” psicanalisi costruì una dottrina religiosa, cioè un’ortodossia dogmatica e incontrovertibile, e avviò un movimento religioso di società psicanalitiche strutturate come chiese, in conflitto le une con le altre, ma all’interno rigidamente monolitiche. Forse Lacan aveva in mente questo caso quando il 12 febbraio 1964 dichiarò che la vera formula dell’ateismo non è che Dio è morto ma che Dio è inconscio (la véritable formule de l’athéisme, c’est que Dieu est inconscient, cfr. J. Lacan, Le Séminaire. Livre XI. Les quatre concepts fondamentaux de la psychanalyse (1964), Seuil, Paris 1973, p. 58). Leggi tutto “Religione e medicina in psicanalisi”

Perché parlare di falso in psicanalisi?

FILOSOFIaGRADO 8 settembre 2013 ore 15

Presentazione del n. 359 di “aut aut” sulla “Potenza del falso”, a cura di Damiano Cantone.

In prima battuta devo giustificare la presenza di psicanalisti tra i filosofi che si sono impegnati a dedicare un intero numero della loro rivista alla potenza del falso. Devo farlo perché sono ragionevolmente sicuro che la maggior parte dei presenti ignora quanto la pratica psicanalitica sia pervasa – direi addirittura invasa – dalla potenza del falso, secondo la bella espressione di Damiano Cantone. Devo addirittura precisare che il falso che abita la psicanalisi è sì una potenza, ma non è in potenza. Quello psicanalitico è un falso in atto e presente in numerose varianti nei fenomeni della cura psicanalitica; non esagero dicendo che il falso ne costituisce il nerbo.  Leggi tutto “Perché parlare di falso in psicanalisi?”

Il medico immaginario

Prima di metter mano a rispolverare la mia biblioteca non sapevo che Molière avesse composto nell’arco di quattordici anni, fino alla morte, la tetralogia del cosiddetto “théâtre médical”: 1659, Le Médecin volant; 1665, L’Amour médecin; 1669, Monsieur de Pourcegnac, 1673, Le Malade imaginaire.

Il significante médecin innervava il sintomo nevrotico del Molière ipocondriaco. Neanche lui lo avrebbe negato. Era – avrebbe detto Lacan – il suo signifiant maître. Grazie al sintomo specifico di Molière, che struttura in modo tanto singolare la nevrosi dell’artista, possiamo capire qualcosa della struttura generale del discorso medico che, nonostante le ricorrenti rivoluzioni scientifiche, non è sostanzialmente cambiata dal v secolo a.C., 2500 anni fa, dai tempi della fondazione della scuola ippocratica di Cos fino ai giorni nostri.

A dispetto dell’assetto individualistico del rapporto medico-malato, la medicina è essenzialmente e prima di tutto un fatto collettivo, culturale ancora prima che pratico. In effetti, la medicina non si limita a trattare le malattie organiche dell’individuo o della collettività (epidemie e pandemie). Dopo aver occupato il terreno della psicologia, il discorso medico ha invaso prepotentemente i principali settori della cultura, esclusi forse solo quelli artistici; allora in economia si parla di mali da curare, di crisi da superare, di terapie da attuare; in psicanalisi si parla di psicoterapia come cura delle nevrosi; in filosofia la correlazione con il discorso medico è tanto stretta da andare al cuore comune dei due discorsi; in ontologia si parla dell’essere tanto quanto in medicina il riferimento costante è all’essere che sta per non essere più e il medico si accanisce a tenere in vita; il filosofo parla di essere-alla-morte come il medico parla di essere alla vita, finché ce n’è. La medicina arriva perfino a contaminare la filosofia di Nietzsche, tra le cui carte di Basilea si trova un progetto del 1873 intitolato proprio Il filosofo come medico della civiltà (Kultur). Curiosamente, tra i colleghi psicanalisti, i più attaccati all’aspetto psicoterapeutico della psicanalisi sono letterati e filosofi; i medici sono in generale scettici sul valore terapeutico della cura analitica, convinti come sono che la cura psicologica sia di serie B Leggi tutto “Il medico immaginario”

Manghi su quel sapere che è l’inconscio

Con il consenso dell’autore, pubblico una mail che Moreno Manghi mi ha inviato pochi giorni fa.

Caro Davide, la forza e l’intelligenza del lavoro infaticabile di Sciacchitano sta nel denunciare la camicia di Nesso Ippocratica (la “gabbia medicale”) di cui Freud in-veste la psicanalisi, e nel reciderla con una sorta di rasoio di Occam. Lo stesso intervento viene poi eseguito sulle inevitabili conseguenze di quella camicia, perché se Freud, da un lato, resta il solo a difendere la laicità della psicanalisi, è solo dopo avere messo quest’ultima nelle mani di Jones, il suo businessman, e di Eitingon, il suo clerc. L’asportazione della camicia deve ritrovare il nesso con Freud, deve promuovere il “ritorno di Freud, come dice Pohlen, in quanto metro di valutazione del pensiero psicanalitico”. Per usare le parole di Antonello:

“Riconosco il nucleo non medico ma scientifico della psicanalisi freudiana in tre assiomi esistenziali, espressamente formulati da Freud: 1) esiste l’inconscio, che è un sapere che non si sa di sapere; 2) esiste la rimozione primaria; 3) esiste la Nachträglichkeit, cioè il sapere inconscio produce effetti differiti nel tempo. Sono questi gli assiomi che salvano l’eticità della psicanalisi, nel momento in cui ne promuovono la scientificità.” Leggi tutto “Manghi su quel sapere che è l’inconscio”

Le metaanalisi di Blum e Pohlen

Brano dall’introduzione a L’analisi di Freud” di Manfred Pohlen (in corsivo il commento)

Il mondo è un tentativo e l’uomo deve farvi luce (Ernst Bloch)

Questo libro1 è l’ultimo contributo a un decennale discorso di chiarimento sulla psicanalisi;2 il discorso ora termina con il chiarimento della pratica di Freud che, in quanto esperienza fondante la concettualità psicanalitica da lui sviluppata, doveva necessariamente diventare un particolare oggetto di analisi.

“Chiarimento” o Aufklärung è lo stesso termine che in tedesco indica l’età dell’Illuminismo. Ma in questo caso la portata del termine è ben di più che un “illuminare” o “far luce” su un mistero. Si tratta precisamente della possibilità di fare della metaanalisi, cioè dell’analisi dell’analisi che qualunque collettivo psicanalitico può condurre sulla base dei documenti rarissimi, offerti da Pohlen: la trascrizione stenografica di 52 sedute con Freud. Non si tratta qui della solita produzione agiografica riguardante il rapporto maestro-allievo: in questo caso Freud con Blum, il primo in posizione up, il secondo down, il primo che sa, il secondo che si conforma al sapere magistrale. (Di queste testimonianze ne abbiamo a iosa. Segnalo tra le più interessanti il lavoro di Suzanne Gieser sul rapporto tra Pauli e Jung (cfr. S. Gieser, The Innermost Kernel. Depth Psychology and Quantum Physics. Pauli’s Dialogue with Jung, Springer, Berlin 2004). Il libro di Pohlen mostra come effettivamente avviene il lavoro analitico sul campo – “in clinica”, si usa dire con un termine medicale, a mio giudizio questa volta appropriato – con le pause e le riprese, le deviazioni e le correzioni, le congetture e le confutazioni, come in un vero e proprio lavoro scientifico senza maestri e solo con allievi. Con il piccolo particolare che uno degli scienziati all’opera è in questo caso Freud. Ciò ne fa un singolare “caso clinico”. Leggi tutto “Le metaanalisi di Blum e Pohlen”

Un buco nell’acqua e due paradossi

Un buco nell'acquaProporrò un riassunto del testo La questione dell’analisi laica di Sigmund Freud e cercherò poi di mettere in evidenza due paradossi che a mio modo di vedere hanno indebolito il progetto freudiano di proteggere l’autonomia della psicanalisi e hanno quindi contribuito a far sì che questo testo diventasse “un buco nell’acqua”1, come poi Freud stesso l’ha definito. Leggi tutto “Un buco nell’acqua e due paradossi”