Del meccanicismo o il pensiero della variabilità

Le costruzioni nella scienza sono variabili

Una teoria scientifica si costruisce normalmente stabilendo certe correlazioni tra variabili. La costruzione si chiama modello e non presuppone che ci sia alcunché di ontico da prendere a modello. Basta che il modello presenti relazioni vere per una certa semantica. In questa sede mi occupo di definire la nozione di modello meccanico, in particolare in psicanalisi.

Ho introdotto subito il significante principale del mio discorso: variabili. Le correlazioni sono a loro volta delle variabili; si chiamano funzioni o applicazioni di una variabile rispetto a un’altra; le funzioni sono oggetti epistemici tali che a ogni valore di una certa variabile assegnano un valore ben determinato, e uno solo, di un’altra variabile. Alle funzioni si potrebbe applicare il motto di Nietzsche: “transvalutazione di tutti i valori” (Umwertung aller Werte). Dal punto di vista epistemico le applicazioni sono transfert di sapere: applicano il sapere codificato in una variabile nel sapere di un’altra; se sai cos’è un numero, sai cos’è un numero pari; te lo dice l’applicazione che fa passare dal numero n al numero 2n. Insomma, la scienza si fa attraverso valori, non attraverso rappresentazioni. La scienza produce nuovi valori da valori precedenti; non si preoccupa di conformarsi a quel che c’è, soprattutto perché quel che c’è ed è percepito dai sensi come ente è per lo più apparenza – un fenomeno, un’illusione, che poco ha a che fare con la realtà. La percezione di ciò che c’è, così come la viviamo, è solo un meccanismo di adattamento all’ambiente, selezionato dall’evoluzione naturale nell’arco di milioni di anni come il più conveniente alla sopravvivenza e alla riproduzione. Leggi tutto “Del meccanicismo o il pensiero della variabilità”

Religione e medicina in psicanalisi

Per un ebreo è più difficile che per un cattolico accedere all’ateismo. Infatti, se si fa riconoscere pubblicamente come ebreo, ammette di appartenere al popolo eletto da dio, quindi implicitamente riconosce dio.

La verifica emblematica di questa difficoltà intellettuale è data dal “caso Freud”, che si dichiarava ateo, ma per la “sua” psicanalisi costruì una dottrina religiosa, cioè un’ortodossia dogmatica e incontrovertibile, e avviò un movimento religioso di società psicanalitiche strutturate come chiese, in conflitto le une con le altre, ma all’interno rigidamente monolitiche. Forse Lacan aveva in mente questo caso quando il 12 febbraio 1964 dichiarò che la vera formula dell’ateismo non è che Dio è morto ma che Dio è inconscio (la véritable formule de l’athéisme, c’est que Dieu est inconscient, cfr. J. Lacan, Le Séminaire. Livre XI. Les quatre concepts fondamentaux de la psychanalyse (1964), Seuil, Paris 1973, p. 58). Leggi tutto “Religione e medicina in psicanalisi”

Il compito della psicanalisi nella globalizzazione

Convegno “Salvaguardia del lavoro e formazione –
Il compito della psicanalisi nella globalizzazione”

Il sottotitolo di questa giornata reca: Il compito della psicanalisi nella globalizzazione. A me pare che quello dell’analista sia un lavoro di tipo artigianale e che quindi, almeno in apparenza, si pone un poco ai margini dalla cosiddetta globalizzazione, con i tempi e i metodi della quale appare poco compatibile.

La formazione dell’analista è di tipo artigianale in quanto non accademica, non costituita di riconoscimenti legali ma di pratica dell’inconscio e delle sue formazioni. Per uno psicanalista il titolo di questo convegno può avere dunque un solo senso: il lavoro da salvaguardare è quello dell’inconscio.

Non saprei cosa dirne di più e allora pongo due domande:
1) Quale è la cultura della globalizzazione?
2) A che prezzo la psicanalisi, tendenzialmente una controcultura, può avere realmente un posto nella cultura della quale essa contribuisce a modificare certi aspetti, ma la cui pressione tende costantemente a recuperarla per ricondurla al conformismo del pensare?

Lascio a chi lo ritenga opportuno di interrogarsi quanto alla prima domanda.

Per il resto, il lemma “globalizzazione” mi fa pensare alla realizzazione del sogno dell’impero universale. Questo sogno, almeno in occidente dove comunque la globalizzazione ha origine e riceve la sua impronta, ha preso spesso un andamento singolare proponendo un modello di uomo valido e desiderabile per tutti, ma con un doppio limite intrinseco. Leggi tutto “Il compito della psicanalisi nella globalizzazione”

Le metaanalisi di Blum e Pohlen

Brano dall’introduzione a “L’analisi di Freud” di Manfred Pohlen (in corsivo il commento)

Il mondo è un tentativo e l’uomo deve farvi luce (Ernst Bloch)

 

Questo libro1 è l’ultimo contributo a un decennale discorso di chiarimento sulla psicanalisi;2 il discorso ora termina con il chiarimento della pratica di Freud che, in quanto esperienza fondante la concettualità psicanalitica da lui sviluppata, doveva necessariamente diventare un particolare oggetto di analisi.

“Chiarimento” o Aufklärung è lo stesso termine che in tedesco indica l’età dell’Illuminismo. Ma in questo caso la portata del termine è ben di più che un “illuminare” o “far luce” su un mistero. Si tratta precisamente della possibilità di fare della metaanalisi, cioè dell’analisi dell’analisi che qualunque collettivo psicanalitico può condurre sulla base dei documenti rarissimi, offerti da Pohlen: la trascrizione stenografica di 52 sedute con Freud. Non si tratta qui della solita produzione agiografica riguardante il rapporto maestro-allievo: in questo caso Freud con Blum, il primo in posizione up, il secondo down, il primo che sa, il secondo che si conforma al sapere magistrale. (Di queste testimonianze ne abbiamo a iosa. Segnalo tra le più interessanti il lavoro di Suzanne Gieser sul rapporto tra Pauli e Jung (cfr. S. Gieser, The Innermost Kernel. Depth Psychology and Quantum Physics. Pauli’s Dialogue with Jung, Springer, Berlin 2004). Il libro di Pohlen mostra come effettivamente avviene il lavoro analitico sul campo – “in clinica”, si usa dire con un termine medicale, a mio giudizio questa volta appropriato – con le pause e le riprese, le deviazioni e le correzioni, le congetture e le confutazioni, come in un vero e proprio lavoro scientifico senza maestri e solo con allievi. Con il piccolo particolare che uno degli scienziati all’opera è in questo caso Freud. Ciò ne fa un singolare “caso clinico”. Leggi tutto “Le metaanalisi di Blum e Pohlen”

Le miserie dell’effetto-scuola

Inibizione del pensiero e omogeneizzazione del legame sociale

In generale, se esistono delle miserie, da qualche parte devono pur esistere delle ricchezze, come le luci non vanno senza le ombre. Tenterò allora di tratteggiare le luci e le ombre dell’“effetto scuola”, soffermandomi prevalentemente sulle seconde. Devo però premettere un’avvertenza, che mi sembra necessaria, affacciandomi io su un collettivo di pensiero foucaultiano. Gran parte della mia argomentazione, infatti, dall’inizio a buona metà del tragitto, si svolgerà nel contesto del pensiero darwiniano. Ciò mi obbliga in via preliminare a cautelarmi o, detto volgarmente – e chiedo venia – a “pararmi il culo”.

Come si sa, non corse buon sangue tra Foucault e Darwin; in genere, non corre buon sangue tra scuola di pensiero francese e inglese. Senza rivangare la stereotipata contrapposizione tra “analitici e continentali”, segnalo solo l’antipatia reciproca tra le due forme di pensiero che, ridotta all’osso, si riduce alla confusione tra evoluzione e storia. Per molti pensatori francesi, Darwin fu un evoluzionista. Gli mancava la “comprensione” della storia: dell’archeologia, direbbe Foucault. Questo errore va accuratamente evitato, perché è una fallacia che inibisce ulteriori sviluppi di pensiero, per esempio la correzione di certe idiosincrasie che inquinano lo stesso paradigma darwiniano. (I “cattivi” maestri vanno corretti, per non dire traditi, dai “buoni” allievi, direbbe Nietzsche). Darwin non è Spencer. Spencer fu evoluzionista e teleologico, Darwin no. Nel “lungo ragionamento” darwiniano c’è poco di evoluzionistico, tanto meno di finalistico. C’è, piuttosto, un gioco di contingenze – come le chiama Telmo Pievani – che si combinano in modo imprevedibile ma documentabile negli eventi di quella che giustamente si chiama “storia naturale”.

Questa è la mia premessa maggiore, che finisce qui. C’è poi una premessa minore, che è esclusivamente farina del mio sacco. Di Darwin faccio mia e sviluppo a modo mio un’intuizione particolare che Darwin formula in Descent of man del 1871 (da non tradurre, tra parentesi, L’origine dell’uomo, ma Discendenza dell’uomo, nel senso di storia delle antecedenze umane). Darwin, che aveva già messo a punto le nozioni di discendenza con (piccole) variazioni nell’Origine delle specie del 1859 e di variabilità biologica delle popolazioni di esseri viventi nelle Variazioni delle piante e degli animali allo stato domestico del 1868, in Descent of man, per spiegare l’emergenza dell’uomo ricorre a una doppia selezione: dell’individuo e dei gruppi di individui. L’assunto darwiniano di base è proprio ciò cui i pensatori francesi – da Merleau-Ponty a Derrida, via Foucault e Lacan – resistono ad ammettere: la continuità tra natura e cultura, tra genetica e sapere linguisticamente organizzato. La doppia selezione, spesso con interazioni reciprocamente negative, è ciò che consente lo sviluppo, a volte problematico, per non dire contraddittorio, delle due componenti: quella naturale e quella culturale. Leggi tutto “Le miserie dell’effetto-scuola”

Boycott the DSM-5?

DSM
DSM

Per inaugurare un’azione politica, è consigliabile formulare prima una teoria, almeno parziale, di ciò che si sta per fare. Infatti, senza teoria c’è solo impolitica, come dimostra l’attuale disastrosa situazione italiana.

La considerazione preliminare, che qui propongo, è che la dimensione antipsichiatrica sia inerente a qualunque pratica di psichiatria, anche a quella più anodina. Non le viene aggiunta dall’esterno, ma sta al suo confine, come l’ombra sta al confine del corpo. Accettato il presupposto topologico, cerco di precisarne i contenuti.

L’antipsichiatria denuncia la filiazione medica della psichiatria, già iscritta nella sua stessa etimologia e, a tutti gli effetti, incancellabile. L’anti dell’antipsichiatria non cancella la connotazione medica della psichiatria, come la negazione freudiana non sempre nega. La psichiatria entra irreversibilmente in campo medico appena accetta di sottomettersi e conformarsi all’atto medico per eccellenza: la diagnosi, che è anche l’atto specifico della medicina. Diagnosi, prognosi e cura, è questa la trimurti medicale, dove l’ordinamento delle tre divinità è stretto: non c’è cura senza diagnosi; non c’è terapeuta, se non c’è stato prima il bravo diagnosta. Viceversa se c’è diagnosi, c’è medicina; in pratica in psichiatria c’è diagnosi, quindi la psichiatria è essenzialmente medicina, anche quando lo è suo malgrado, proponendosi come antipsichiatria.

Cosa diagnostica la psichiatria? Una cosa sola: la follia nel folle. C’è in proposito un’osservazione molto acuta di Foucault all’inizio della seconda parte della sua Storia della follia, nel capitolo intitolato Il folle nel giardino delle specie. Da Cartesio in poi la diagnosi di follia nel folle è semper certa, come la madre, anche se, paradossalmente, non si sa cosa sia la follia. Qualunque nosografia della follia non afferra il proprio argomento ed è destinata a chiudersi a vuoto su se stessa: dalla nosografia di Pinel a quella del DSM-5 si ripete sempre la stessa vacuità. Classificare la follia è come classificare l’essere. Con l’essere ci provò Aristotele con il metodo analogico, poi Porfirio con l’albero dei generi e delle specie, poi un filosofo che presumeva di distinguere l’essere dagli enti, invano. Con la follia idem. Follia ed essere restano inclassificabili, ontologicamente. L’atto medico non coglie né l’uno né l’altra, anche quando ci prova applicando i criteri eziopatogenetici classici, che nel caso psichiatrico diventano dei faux semblants. Però l’atto medico dello psichiatra riconosce il folle; lo giudica come tale in modo inappellabile e lo condanna alla reclusione o alla cura farmacologica, trattamenti che a loro volta producono patologia dove prima non c’era.

Ebbene, non è una contraddizione ma un paradosso. Quando lo psichiatra si appresta a diagnosticare la follia nel folle compie sì un atto medico, ma a vuoto, quando non è intrinsecamente dannoso e lesivo per la personalità del folle. Da qui la ribellione dell’antipsichiatra, anch’essa purtroppo vana. Boicottare il DSM-5 non serve a molto. Si resta con un pugno di mosche in mano.

Cosa potrebbe servire?

*

Da qualche anno, in collaborazione con Davide Radice, mi dedico alla ricostruzione della quaestio disputata intorno al concetto freudiano di Laienanalyse, l’analisi laica. La nostra posizione è espressa nella nuova traduzione commentata della Questione dell’analisi laica di Freud, pubblicata a Milano da Mimesis nel 2012.

Riassumo brevemente la posizione di Freud, che è giusto riconoscere come originariamente antipsichiatrica. Freud parte da una definizione apparentemente categorica. Dimenticando che nell’inconscio la negazione non sempre nega, afferma che i laici sono i non medici. L’analisi laica è l’analisi condotta da non medici, come traduce Cesare Musatti, sebbene non alla lettera.

Tutto filerebbe liscio, se non che… “innanzitutto c’è la questione della diagnosi”. È lo stesso Freud ad ammetterlo davanti al proprio interlocutore nel VII capitolo del pamphlet citato. Come si fa diagnosi di “nevrosi”? Come si distingue il sintomo nevrotico da quello organico? Come si può essere sicuri che si può applicare la terapia psicanalitica invece di una terapia organica?

A queste domande il “laico” non può in linea di principio rispondere, perché non ha la competenza medica, anche se di fatto saprebbe rispondere meglio del medico. Allora il laico deve chiamare a consulto il medico. A quel punto, nel momento esatto in cui il medico consultato formula la diagnosi e per il fatto stesso che una diagnosi è stata formulata, la psicanalisi laica diventa, suo malgrado, anche se esercitata da un non medico, un atto medico. In Italia, la psicanalisi laica è un’azione formalmente perseguibile come reato, del genere dell’esercizio indebito della professione medica.

Da qui la debolezza dell’argomentazione di Freud contro i medici che eserciterebbero la psicanalisi senza specifica preparazione. Se a monte c’è la diagnosi nosografica, anche l’atto psicanalitico diventa un atto medico; non c’è scampo; non c’è laicità possibile; non c’è autonomia dall’incombente perentorietà della medicina. Per essere convincente l’argomentazione di Freud avrebbe dovuto dissociare la psicanalisi dalla medicina, ponendo in secondo piano l’atto diagnostico. Ma Freud non rinunciò mai alla “scienza medica”, l’unico appiglio che secondo lui giustificava la psicanalisi come cura delle nevrosi. I suoi epigoni non furono meno freudiani di lui.

Analogamente, non rinunciano alla “scienza medica” sia i fautori sia i detrattori del DSM. I quali commettono tutti lo stesso errore di Freud: considerano la medicina una scienza. E la scienza sarebbe codificata nel manuale diagnostico.

Non sto facendo il processo a nessuno. Sto analizzando le posizioni teoriche correnti tra psichiatri e antipsichiatri. Ritenere che la medicina sia una scienza, e in quanto tale codificata nel libro, è una fallacia comune, che va incontro al bisogno popolare di certezze (di ipnosi?). Se la medicina è una scienza, la sua pratica non è ciarlataneria, anche se è psichiatrica. Il senso comune identifica nella scienza la garante e la certificatrice del vero, un po’ come la religione che ha le sue certezze nelle sacre scritture. I paramenti sacri della scienza medica sono il camice bianco dei suoi sacerdoti e, attualmente, le pesanti bardature tecnologiche che arredano le nostre strutture sanitarie. Questa fallace epistemologia ignora o vuole deliberatamnete ignorare che la scienza moderna è in gran parte congetturale; si basa, infatti, su assunti indimostrati, da cui l’uomo di scienza trae conseguenze probabili, anche quando sono talvolta altamente probabili. (L’unico criterio di scientificità di una congettura è che sia feconda di altre congetture). La medicina non è scientifica proprio perché non è congetturale. Parte da principi certi – codificati nelle direttive ministeriali – e li applica a finalità terapeutiche. La medicina è essenzialmente finalistica, come la scienza moderna a cessato di esserlo da Cartesio in poi.

Detto questo, all’obiettore dei vari DSM cosa resta da fare?

Una cosa molto semplice, in teoria, ma difficile, difficilissima, in pratica: tagliare i ponti con la medicina e con la sua falsa epistemologia basata sul principio di ragion sufficiente, che stabilisce che la causa determina l’effetto e ogni effetto ha una causa; nel caso, l’agente morboso produce l’effetto della malattia e la terapia, contrastando l’agente morboso, cura la malattia, ripristinando lo stato premorboso di salute. La follia non rientra in questo schematismo eziologico; la follia, come l’essere, ha la sua ragion d’essere che la ragione non intende. Dedicarsi a un altro “intendimento” della parola del folle, senza coartarla in qualche casella nosografica, ecco un nuovo compito che l’obiettore del DSM potrebbe darsi, lasciando il DSM nelle mani dei medici, perché ne facciano ciò che il discorso dominante – quello delle assicurazioni e delle case farmaceutiche – ritiene profittevole e conveniente.

Sì, è un’ingenuità, lo ammetto. Quanti medici o psichiatri sarebbero disposti a lasciarsi alle spalle il proprio titolo professionale, il reddito che ne ricavano e il decoro sociale che garantisce loro, magari per diventare dei semplici “ciarlatani” o “strizzacervelli”, addirittura perseguibili penalmente?

Ma, ripeto, non sto facendo il processo a nessuno; il mio discorso teorico è la premessa a un’azione politica collettiva; non si ferma a denunciare il tornaconto o le responsabilità individuali, che sono innegabili.

L’operazione di demedicalizzazione che sto qui proponendo è un’impresa formidabile, fuori dalla portata del singolo individuo, isolatamente considerato, ammesso che riesca a concepirla. Abbozzata la teoria occorre passare alla politica. Teoria e politica insieme stanno e insieme cadono. Nel caso, occorre un’azione politica che crei un collettivo di pensiero dove coloro che teorizzano la natura non medica, veramente laica, della cura psichica si ritrovino, si sostengano reciprocamente e propongano alla collettività più ampia un modo laico di affrontare e trattare la follia. La follia non è un morbo sacro e non abbiamo bisogno di un Ippocrate che ce lo dimostri. La follia è l’essere che sfugge alla presa del sapere. Per affrontare la follia non basta il sapere codificato nei manuali, che ne parlano pudicamente come psicosi variamente classificabili. Non basta che Freud promuova una psicanalisi esercitata da psicanalisti non medici; non basta promuovere una psichiatria senza iatròs. Volendo sfruttare l’occasione psicanalitica offertaci da Freud, occorre inventare una pratica di cura originariamente non medica, cioè non basata sulla diagnosi nosografica; occorre proporre alla società civile una “cura psichica” non sottoposta ai controlli professionali d’uso nella cura medica, a cui partecipino tutti i soggetti politici con tutto il loro sapere. Purtroppo nulla di tutto ciò si profila oggi all’orizzonte. Gli psicanalisti hanno persino proposto un loro Manuale Diagnostico Psicodinamico, ricalcato sul DSM, come se avessero paura di abbandonare il corrimano della medicina.

Altro che boicottare il DSM! Sarebbe come boicottare la Bibbia.

 

Il legame sociale metaanalitico tra chi si interessa di psicanalisi

Chè quelli è tra li stolti bene a basso
Che sanza distinzion afferma e nega
Così nell’un come nell’altro passo.
Dante, Paradiso xii, 115-117

 

Néanmoins le discours psychanalytique (c’est mon frayage) est justement celui qui peut fonder un lien social nettoyé d’aucune nécessité de groupe.
J. Lacan, L’étourdit

 

Di cosa parlerò stasera? Vorrei parlare di psicopolitica o di politica della psicologia.[1]

MetaanalisiPer la verità, parlerò più di psicologia che di politica e forse non molto neanche di quella. Perché? Forse perché sono freudiano; come Freud ha lasciato in sospeso la questione della politica della psicologia, trattando solo marginalmente di psicologia della politica nel suo scritto del 1921 sulla psicologia delle masse, così anch’io toccherò solo tangenzialmente il campo della politica. Per colmare la lacuna freudiana sono costretto a rimandare il discorso politico vero e proprio e a parlare di logica. Insomma, parto ab ovo.

Ho appena detto che sono freudiano. Per evitare possibili equivoci, devo in via preliminare chiarire che razza di freudiano sono. Questo mi obbliga a un’apparente deviazione dal tema. Ma non preoccupatevi: alla fine anche la deviazione apparirà pertinente alla questione psicopolitica.

Che freudiano sono, allora? Sono un freudiano come molti freudiani; ho fatto un’analisi classica nel setting freudiano; ho passato i controlli di qualità con analisti più esperti, come voleva Freud; ho partecipato alle attività di una scuola freudiana, ivi compreso il rito di passaggio da analizzante ad analista: la cosiddetta passe, escogitata da un famoso freudiano dei miei tempi, Jacques Lacan. Se mi chiedono che psicanalisi esercito, rispondo che lavoro nel setting freudiano di divano[2] e poltrona. Ma non è un paradosso se dico che sono freudiano sì, ma né ortodosso né eterodosso.

Cosa sono, allora? Sono freudiano e basta.

O forse no, o meglio non esattamente. Dovrei dire che sono freudiano intuizionista. Cosa voglio dire? Voglio dire che applico a Freud la logica intuizionista di Brouwer, il quale ha inventato – ma dovrei dire meglio ha costruito – una logica alternativa all’aristotelica; l’ha indebolita sospendendo tra l’altro il principio del terzo escluso.[3] Per l’intuizionismo, l’alternativa binaria “eterodosso” o “ortodosso” non vale in generale. Giustamente, non vale nel caso di chi, come me, è contemporaneamente non ortodosso e non eterodosso. Non sono freudiano ortodosso, perché non conservo tutto di Freud; per esempio, non applico né in teoria né in clinica la metapsicologia freudiana delle pulsioni; ma non sono neppure eterodosso, perché non butto via tutto di Freud; ammetto innanzitutto l’esistenza dell’inconscio freudiano, come luogo epistemico del sapere che non si sa di sapere, il quale funziona secondo gli assiomi della rimozione originaria e dell’azione differita del sapere o Nachträglichkeit.

Come freudiano sui generis ho scritto un breve saggio sull’inconscio freudiano, intitolato Il tempo di sapere, che forse in questi giorni è già arrivato o arriverà presto in libreria per i tipi di Mimesis. Lo cito qui perché tratta anche di metaanalisi, di cui parlerò in conclusione del mio discorso.

In quel libretto prendo le mosse dalla logica intuizionista per dedurre conseguenze teoriche e pratiche che riguardano il freudismo. Mi chiederete come si possano dedurre conseguenze pratiche, addirittura politiche, proprio dalla logica, che di tutte le scienze umane è la più astratta. Dedicherò buona parte del tempo che mi è concesso a spiegarlo. Le conseguenze, anche politiche, si deducono poi abbastanza rapidamente.

*

Consentitemi un pizzico di autobiografia. Sin da quando entrai in psicanalisi – parlo di quarant’anni fa ormai, cara Gabriella – il mio interesse si rivolse da subito al problema freudiano della negazione che non sempre nega e al problema lacaniano delle scienze congetturali. Aggiungo che la giustificazione freudiana del fatto clinicamente evidente della negazione che non sempre nega non mi ha mai convinto del tutto. La storiella dell’espulsione fuori dall’Io di contenuti psichici sgradevoli e il loro ritorno alla coscienza dell’Io grazie al simbolo della negazione mi è sempre sembrata, per non dire tautologica, pesantemente antropomorfa. Presuppone, infatti, un piccolo uomo dentro l’uomo, che dirige l’uomo. Ho lavorato a questo tema per quindici anni, senza ricavarci molto, anche perché ero inibito dalle dottrine delle scuole di psicanalisi che allora frequentavo. Le dottrine sono fatte per non pensare; addormentano la ragione. Così per quindici anni ho applicato le dottrine freudiane e lacaniane vigenti in certe scuole senza pensare e, quindi, senza risolvere il mio problema.

Poi la svolta. Risale alla fine degli anni Ottanta il mio incontro con l’intuizionismo di Brouwer. Fu un incontro casuale, anche perché l’intuizionismo non era allora e non è tuttora una corrente di pensiero alla moda. Molto probabilmente, solo una trascurabile percentuale dei presenti ha mai sentito parlare di intuizionismo. Ma fu un incontro per me fecondo. Mi auguro che lo sia anche per voi da stasera in poi.

Cosa propone l’intuizionismo? L’intuizionismo propone delle sospensioni di principio; propone una logica “a levare”, contrapposta alla logica “a porre”. La metafora del levare e del porre fu usata da Leonardo per distinguere tra scultura (che leva materia dal blocco di marmo) e pittura (che pone materia sulla tela del quadro); la distinzione piacque così tanto a Freud che la usò per differenziare la psicanalisi, una pratica “a levare” (pregiudizi e rimozioni), dall’ipnosi, una pratica “a porre” (comandi postipnotici).[4] Chissà se anche l’intuizionismo sarebbe piaciuto a Freud? Forse per via dell’attenzione ugualmente sospesa dell’analista, che sospende il suo sapere e i suoi sistemi di giudizio, Freud avrebbe avuto motivo di interessarsi alla logica intuizionista, perché questa “leva” (sospende, ma non nega!) tre principi dalla logica classica: una coppia di doppie negazioni e il principio del terzo escluso. Vediamolo più da vicino.

Il principio di esistenza, che vale in logica classica, è una variante della legge di doppia negazione: posto che ciò che è contraddittorio non esiste, se una cosa non implica contraddizione, allora esiste.[5] Questo principio è sospeso dall’intuizionismo, che è una pratica matematica costruttiva. Per affermare l’esistenza di un oggetto matematico all’intuizionista non basta dimostrare che la sua esistenza non implica contraddizioni; richiede che chi afferma l’esistenza di un oggetto lo “sappia” effettivamente costruire o almeno dare la ricetta per costruirlo.

Volete un esempio non matematico di esistenza stabilita per via costruttiva, non solo non contraddittoria? Eccolo, famoso e a portata di mano: il cogito cartesiano è un esempio di costruzione dell’esistente e di esistenza costruita; il soggetto che pensa esiste dopo aver pensato che tutto il verosimile è falso; il soggetto cartesiano esiste senza scomodare il principio di non contraddizione, ma costruendo la propria esistenza con i materiali del dubbio. Se anche tu penserai che il verosimile sia falso, esisterai come pensante. Le congetture che lo scienziato pensa di falsificare nel proprio laboratorio o l’analizzante sul suo divano testimoniano l’esistenza del moderno soggetto della scienza. L’esistenza dell’inconscio freudiano è un altro bell’esempio di “costruzione in analisi”, che finora non ha prodotto contraddizioni ma molte resistenze, quasi come l’intuizionismo.

La seconda doppia negazione che l’intuizionismo sospende riguarda la possibilità di definire i quantificatori logici universale ed esistenziale l’uno attraverso l’altro. Per dimostrare che tutti gli x soddisfano il predicato f, l’intuizionista non si accontenta di dimostrare che non esiste un x che non soddisfa il predicato f.[6] In altri termini, per l’intuizionista i due quantificatori logici, l’esistenziale e l’universale, sono effettivamente diversi; non si può definire il per ogni attraverso l’esiste almeno uno; il quantificatore universale non risulta dalla semplice somma di esistenze particolari, ma dice qualcosa di più e di irriducibile alla sua estensione.[7]

La terza sospensione intuizionista ci porta ancora più vicino a Freud. Infatti, nell’intuizionismo non vale in generale il principio del terzo escluso, secondo cui è sempre vera l’alternativa: o è vero A o è vero non A, indipendentemente dalla verità di A.[8] Tale principio fortemente binario – lo chiamerei il principio “o la va o la spacca” – vale nel caso di universi finiti; decade nel caso di universi infiniti. Perché dico che sospendere il terzo escluso ci avvicina a Freud? Per almeno tre motivi.

Il primo motivo è di fatto e ci riporta al mio punto di partenza. Se A vel non A non vale sempre, vuol dire che la negazione non copre sempre tutto l’ambito che sta fuori da A, cioè la negazione non nega del tutto. Se il paziente dice che la madre non è, l’analista è autorizzato ad arguire che è la madre e, di fatto, in molti casi è molto probabile che ci azzecchi.

Il secondo motivo è di principio. La sospensione del terzo escluso sospende l’onniscienza implicita nella logica classica, per cui per ogni enunciato si sa dire qualcosa, precisamente che o vale A o vale non A, anche se non si conosce il valore di verità di A. Chiaramente, sospendere l’onniscienza è una condizione necessaria per pensare l’inconscio, se è vero che l’inconscio freudiano è un sapere che non si sa di sapere.

Il terzo motivo è scientifico. Il principio del terzo escluso si può riformulare in termini modali, affermando che è impossibile che A e non A siano entrambi falsi. Ebbene, il discorso scientifico sospende questa impossibilità ed estende il campo d’azione del falso. L’esempio che dà Brouwer è illuminante. Consideriamo la sequenza di dieci cifre 1234567890. Essa esiste nell’espansione decimale di π? Non lo sappiamo. È falso dire che esiste, perché a tutt’oggi, per quanto ne so, non è stata trovata, nonostante si conosca qualche miliardo di cifre di π; ma è anche falso dire che non esiste, perché non si conosce la dimostrazione del teorema che ne nega l’esistenza perché contraddittoria.

[Breve digressione epistemologica, aggiunta dopo la conferenza. Anticamente, nella cosiddetta quaestio disputata si mettevano a confronto due affermazioni: una ortodossa e l’altra eterodossa, A e non A, le quali non avrebbero potuto essere entrambe vere, in nome del principio di non contraddizione. Questo modo di procedere argomentativo, adatto alla teologia, al diritto e alla medicina, cioè alle materie di insegnamento delle università medievali, e finalizzato alla difesa dell’ortodossia, non ha più corso in epoca scientifica. Oggi in fisica si confrontano due teorie che sono, allo stato attuale, entrambe false, benché entrambe poderosamente e paradossalmente confermate da masse strepitose di risultati empirici: la teoria della relatività e la meccanica quantistica; non si sa per quanto tempo ancora la fisica permarrà in questo stato epistemologicamente incerto, che fa vacillare il principio aristotelico del terzo escluso, il quale esclude appunto la possibilità che A e non A siano entrambe false. Adottando nella Questione dell’analisi laica il formalismo della quaestio disputata, Freud si predispone a difendere la propria ortodossia. Oggi, in epoca scientifica, il modo di procedere argomentativo della disputatio si usa solo nei tribunali; non si usa in campo scientifico dove non esistono ortodossie e si procede per confutazioni più che per conferme.]

Il motivo scientifico è chiaramente epistemico e perciò avvicina l’intuizionismo al freudismo. Potrei dire ancora di più e affermare che all’interno della logica intuizionista si possono definire operatori epistemici che formalizzano il significato di affermazioni come “so che” o “desidero che”. Ne ho parlato nel saggio citato, dove uso tesi classiche non intuizioniste, come il terzo escluso e la doppia negazione, per definire operatori che trasformano l’enunciato generico X nell’enunciato epistemico del genere “so che X” o “desidero che X”; il risultato si comporta come il sapere o il desiderio inconsci. Hanno molti teoremi in comune.[9]

Non posso dire di più per non andare fuori tema. Qui mi limito a dire che sia l’intuizionismo sia il freudismo valorizzano il falso: l’intuizionismo attraverso la dimostrazione per assurdo, che falsifica la falsificazione per dimostrare la verità; il freudismo, perché tutte le formazioni dell’inconscio che si trattano in analisi sono “false”: il transfert è un falso amore, il sintomo è un falso godimento, il sogno è un falso – perché allucinatorio – soddisfacimento del desiderio, il lapsus è una falsa affermazione della verità. Direi che intuizionismo e freudismo sono scientifici in quanto trattano la transizione dal più falso al meno falso.

Concludo le premesse logiche affermando che la logica intuizionista, come il freudismo, è una forma di costruttivismo epistemico. Presuppone che tu abbia un sapere e che voglia esprimerlo attraverso una costruzione logica. In questo è affine alla psicanalisi freudiana, che presuppone che tu abbia un inconscio, cioè che tu sappia delle cose che non sai di sapere e che voglia venirne a sapere attraverso certe “costruzioni in analisi”. Per comprendere il seguito del mio discorso tenete presente questo parallelo tra intuizionismo e freudismo.

 

*

 

E la psicopolitica di cui volevi parlare – mi chiederete – dove è andata a finire?

La psicopolitica sta giusto dietro l’angolo. Ma prima di svoltare l’angolo mi preme fare una seconda precisazione sul genere di freudiano che io sono, questa volta positiva. Non sono ortodosso e non sono eterodosso, come ho detto; sono un freudiano che applica Freud a Freud. Dovrebbe essere evidente da quanto precede. Voi forse avete recepito poco delle mie precedenti elucubrazioni logiche, ma non potete non aver notato che sono partito da Freud – dalla sua negazione che non sempre nega – e dopo una lunga perifrasi intuizionista sono tornato a Freud con una teoria meno ortodossa, ma certamente più scientifica, quindi – dal mio punto di vista che considera la psicanalisi una scienza – più autenticamente freudiana.

Vi interessa la scienza, in particolare quella freudiana?

Se sì, allora preparatevi a fare un secondo giro sulla mia giostra.

Freud ha prodotto le sue tesi di psicologia sociale nell’arco dei cinque lustri che vanno da Totem e tabù fino a L’uomo Mosè e la religione monoteista. Si sa che Freud non voleva fare il medico ma lo scienziato sociale; maturati i 55 anni, ormai libero dagli impicci che gli imponeva la pratica professionale della psicoterapia, realizzò le proprie aspirazioni. Nel poco tempo che mi rimane, neppure volendo potrei dare un quadro sintetico delle posizioni sociologiche di Freud. Mi limito, allora, a segnalare un tratto comune a tutte loro: quello su cui ritengo necessario far leva per operare un piccolo ma fondamentale spostamento del freudismo; necessario, dico, per passare dalla vecchia politica della psicanalisi a una nuova. La mia segnalazione vuole anche correggere una potenziale non dico incoerenza, ma incongruenza della dottrina freudiana.

Possiamo dimenticare tutto di Freud, dicevo, ma una cosa almeno dobbiamo conservare, se vogliamo ancora dirci freudiani. Freud ha inventato l’inconscio. Ha fatto esistere l’inconscio non solo in teoria, come von Hartmann o come Nietzsche, ma anche in pratica, inventando il dispositivo tecnico per farlo parlare e raccogliere le sue testimonianze nel setting analitico. Allora parto da qui: l’inconscio è un’invenzione epistemica; presuppone nel soggetto un sapere che è inconscio, cioè che non si sa di sapere. Tutto il lavoro di analisi consiste nel levare parzialmente l’ignoranza del sapere che il soggetto non sa di sapere, per portarlo a sapere.

Ebbene, affermo che l’incongruenza freudiana consiste in questo: l’inconscio freudiano è di natura epistemica, ma la sociologia di Freud non è epistemica: è ontologica. Freud presuppone un originario stato di natura, da cui il nostro stato attuale deriverebbe. “Stato” è il participio passato del verbo “essere”, non del verbo “sapere”. Detto nei termini della filosofia antica, Freud presuppone una phusis, una natura, di cui inizialmente parla in termini mitologici e successivamente offre versioni filosoficamente meglio argomentate, ma sempre in termini ontologici. Si può correggere la sociologia ontologica di Freud, riportandola nell’alveo dell’intuizione epistemica dell’inconscio? Si può correggere Freud rimanendo freudiani?

Non è facilissimo. Bisogna prima comprendere la difficoltà di fronte alla quale si trovava Freud. Freud non voleva fondare una sociologia qualsiasi; aveva in mente la sociologia della funzione paterna. Allora si trovò di fronte a un bivio: o battere la strada epistemica o quella ontologica. Il padre è incerto. Secondo la mitologia prescientifica l’incertezza sul padre si risolve uccidendolo per farlo esistere e poter prendere il suo posto; in epoca scientifica l’incertezza sul padre inaugura la pratica del dubbio cartesiano, che evolve nel progresso scientifico e nel legame sociale corrispondente. Durante la sua analisi con Fliess, Freud aveva imboccato a livello individuale la strada mitologica, precisamente edipica, e una volta passato sul piano collettivo continuò in quella direzione. Dieci anni dopo la sua analisi individuale, per descrivere il collettivo Freud tradusse il mito individuale di Edipo nel mito collettivo dell’orda primitiva.

Si trova nel quarto capitolo di Totem e tabù, intitolato Il ritorno infantile del totemismo; è una vera e propria teoria infantile, che Freud falsamente attribuì a Darwin. Sapete di cosa si tratta; l’Urvater, il padre primitivo, era uno stallone, ein Männchen;[10] teneva per sé tutte le donne, costringendo i fratelli all’omosessualità, finché i fratelli non lo uccisero, si ripresero le donne e stabilirono il patto sociale di non aggressione reciproca, ponendosi ciascuno potenzialmente nella posizione del padre.

Dall’approccio mitologico o ontologico deriva la teoria dell’identificazione e del legame sociale che ne consegue. Il popolo si identifica al superuomo che – sostiene Freud – viene dal passato e non dal futuro, come vorrebbe Nietzsche; in nome della comune identificazione al Führer, i membri del popolo stanno insieme. Rileggo la chiusa dell’ottavo capitolo della Psicologia delle masse e analisi dell’Io: “La massa primaria è formata da un certo numero di individui che hanno messo un unico e medesimo oggetto al posto del loro ideale dell’Io e che pertanto si sono identificati l’uno con l’altro nel loro Io”.[11] Poco più avanti, nel capitolo decimo, Freud sancisce la riduzione definitiva della psicologia collettiva all’individuale affermando: “La massa ci appare una reviviscenza dell’orda primitiva”.[12] Il collettivo freudiano è tristemente omogeneo: tutti dipendono dall’Uno senza interagire tra loro in qualche forma di mercato o di scambio reciproco, come monadi senza finestre, alla Leibniz, o come anime belle, alla Hegel.[13] Ognuna di loro vive rinchiusa nell’ideale del padre morto e si consuma in esso, senza produrre un vero legame sociale.[14] Il vero legame è del singolo con il Führer, non dei singoli tra di loro. Il disegno proposto da Freud per rappresentare il proprio pensiero si interpreta senza ambiguità: delle linee piene uniscono l’oggetto psichico all’ideale dell’Io, all’interno dell’apparato psichico del singolo; delle linee tratteggiate uniscono, ma in realtà separano, i singoli tra di loro.

Freud - Identificazione nell'uno

Sul web si presenta così:

Führer

La storia è raccontata in modo solo un po’ più complicato nell’Uomo Mosè, dove il padre originario non propone se stesso come padre vero ma annuncia l’Unico vero Dio Padre. Anche lui viene ucciso; l’uccisione dell’ambasciatore di Dio convalida la legge come legge di Dio. Il “Dio è morto” di Nietzsche, racconta in sintesi la storia del parricidio. Dio è tanto più efficace quanto più è morto, racconta Freud. Se Dio non morisse non ci sarebbe alcun superuomo, tanto meno uomini.

Tra le due narrazioni edipiche, l’individuale e la collettiva, si situa logicamente l’elaborazione freudiana della pulsione di morte, che presuppone lo stato di natura della lotta di tutti contro tutti, l’homo homini lupus, secondo Hobbes.[15] Non potendo reggere a lungo questo stato universalmente e perennemente conflittuale, la civiltà richiede all’individuo di rivolgere l’aggressività verso gli altri contro se stesso, generando il disagio tipico dell’essere civile. Freud trasferisce così la mitologia dal padre al figlio; passa dal parricidio a una sorta di malattia autoimmune del soggetto contro il soggetto, che può arrivare al suicidio.[16] Questa è mitologia.

La mitologia non si discute, perché la mitologia è verità in assenza di sapere. Ma interroghiamoci su questa assenza di sapere: cosa c’entra la mitologia freudiana con il sapere che non si sa di sapere, cioè con l’inconscio? Stringiamo la domanda a un contesto più vicino a noi: cosa c’entra la mitologia dell’orda con la costituzione del legame sociale tra analisti e analizzanti? Purtroppo c’entra di fatto; sappiamo bene come sono andate le cose nel movimento psicanalitico e perciò non ho bisogno di entrare nei dettagli: le scuole di psicanalisi sono costruite come orde primitive. Incarnano la sociologia ideale di Freud. I vecchi come me che hanno vissuto nell’Ecole freudienne de Paris lo sanno bene. Del resto è un’esperienza comune nella storia del movimento psicanalitico, animato da sempre da orde che si combattono spasmodicamente tra di loro. La politica della psicanalisi è nata vecchia, anzi primitiva.[17] Ma cosa c’entra, in linea di principio, il modello di legame sociale identificatorio e autoaggressivo con l’inconscio? Cosa c’entra la mitologia dell’orda primitiva con il generico interesse per il sapere inconscio che chiunque può coltivare?

La mia risposta è semplice e categorica: poco o nulla. E per fortuna; chi abbia interesse un minimo interesse intellettuale per la psicanalisi, e non è necessariamente analizzante di qualche analista o membro di qualche scuola di psicanalisi, non è obbligato a calarsi nello schematismo dell’orda per recepire alcunché della proposta freudiana.

Ecco allora la mia proposta: abbandoniamo la mitologia freudiana e la connessa ontologia, anche a costo di passare per antifreudiani, e passiamo all’epistemologia. Più concretamente: abbandoniamo un certo freudismo e la sua mitopsicologia e rifacciamoci all’esperienza dell’analisi freudiana.

 

*

Quella che sto per dire è un’ovvietà.

Chi ha fatto esperienza d’analisi ha fatto esperienza del transfert. Il transfert non è un’esperienza esclusiva dell’analisi. Praticamente ogni amore ha una componente di transfert. Ma solo in analisi il transfert si analizza, rivelando la sua verità di falso amore.

Sto tornando a parlare di vero e di falso, quindi di logica, quindi di sapere. Non è un mio sintomo, ma una necessità che, sfruttata a dovere, ci consente di fare un passo avanti.

Chi più di altri teorici ha messo in evidenza la natura epistemica del transfert è stato Lacan. Secondo questo autore il transfert esordisce come supposizione di sapere. Il soggetto trasferisce sull’analista la propria libido, il proprio Affekt,[18] si dice in tedesco, cioè la propria eccitazione psichica, se suppone che l’analista conosca il suo desiderio. Lacan propone la figura del soggetto supposto sapere, che è in linea con la concezione epistemica dell’inconscio.[19]

Preferisco seguire questa concezione epistemica del transfert, piuttosto che quella freudiana di ripetizione di vissuti infantili, perché più in linea con la concezione epistemica di inconscio come sapere non saputo. Certo, anche nella concezione epistemica del transfert si ripete un vissuto infantile: il soggetto suppone che l’analista sappia il suo desiderio come da piccolo supponeva che i genitori leggessero i suoi pensieri. Ma la supposizione epistemica è per me preferibile all’ontologica, perché permette la rielaborazione; la si può modificare, mentre la concezione ontologica non lascia scampo a nulla che non sia l’eterna ripetizione dell’identico. Non si vede come si possa evitare la ripetizione dei traumi infantili, rimanendo a livello di quel che è stato. Quel che è stato è stato e non si modifica; lo si può solo dimenticare. Invece il pensiero e le supposizioni si possono modificare. La stessa pratica psicoterapica dell’analisi non può indugiare nell’ontologia; poco o tanto deve diventare epistemica, se vuole curare qualcuno.

La mia proposta, che occuperà le ultime battute della mia conferenza, ci avvicina finalmente alla politica della psicanalisi. A mio parere, grazie alla supposizione di sapere nell’altro si possono non solo praticare delle cure per le nevrosi, ma anche creare tra analisti, tra analizzanti e tra analisti e analizzanti dei legami sociali più consoni all’esperienza del transfert fatta in analisi, quindi in ultima analisi legami intersoggettivi più analitici, cioè più consoni alla teoria epistemica dell’inconscio.

Per essi ho inventato un neologismo. Parlo, infatti, di legami metaanalitici.

Cosa intendo?

Intendo l’applicazione dell’analisi all’analisi per promuovere l’analisi; intendo l’elaborazione del sapere analitico per far progredire il sapere analitico. Le cose potrebbero andare così.

Io suppongo un certo sapere nel collega che ha fatto un’esperienza – credo – simile alla mia; suppongo cioè che io e lui abbiamo elaborato delle forme di sapere in parte uguali, in parte diverse; addirittura, se siamo freudiani, supponiamo di avere ciascuno un inconscio, cioè un sapere che non sappiamo di sapere: io il mio, lui il suo, non essendo escluso il caso che io sappia meglio di lui ciò che lui non sa di sapere e lui meglio di me ciò che io non so di sapere. Si tratta, come propone John Rawls, di operare sotto la copertura di un “velo di ignoranza”.[20] Insieme facciamo delle congetture reciproche sui nostri saperi, che sono teoremi non ancora dimostrati di potenziali teorie. Da essi tentiamo di dedurre conseguenze, che li confutino. Finché dura questo lavorio sul sapere comune, dura tra me e il collega un legame epistemico. Quando il lavorio epistemico cessa, cessa il legame sociale. Poco male, perché il legame si riallaccia con qualche altro collega a partire da altre e rinnovate supposizioni.

Il legame metaanalitico è questo legame basato su congetture epistemiche.

Certo, è un legame più labile di quello ontologico; in particolare, è più instabile del legame identificatorio al capo dell’orda, che ha fondato la scuola di appartenenza, ma è più fecondo non solo di teoria ma anche di intuizioni da applicare nel lavoro clinico, nella pratica della cura, essendo omogeneo rispetto alla cura. Sul legame metaanalitico non si potranno fondare riti di convivenza stabili, perché è come una forma di libero amore, contingente; ma non è meno appassionato e non meno appassionante, perché si basa sull’amore del nuovo, che in epoca scientifica ha preso il posto della verità.

Per finire mi chiedo: sono veramente poco freudiane queste considerazioni metaanalitiche? Freud avrebbe potuto formularle?

In teoria, sì, in pratica, no.

In teoria, sì; essendo considerazioni epistemiche, cioè della stessa natura dell’ipotesi dell’inconscio, Freud avrebbe potuto arrivare a concepire un legame metaanalitico nei termini, per esempio, in cui ha parlato di psicanalisi come posteducazione, nel Compendio di psicanalisi.[21] In pratica, però, Freud non poteva concepire qualcosa di simile alla metaanalisi per tre ordini di ragioni.

La prima ragione è di ordine politico. Il legame metaanalitico è par provision, avrebbe detto Cartesio. Ha la vita breve delle congetture scientifiche, che durano finché non vengono falsificate. Freud, invece, voleva affidare la sua giovane scienza a una struttura sociale stabile, per non dire perenne. Neppure l’università gli andava bene. E l’affidò, allora, a una struttura arcaica, che dura dalla preistoria ed è la nostra eredità arcaica[22] o traccia mnestica filogenetica:[23] precisamente all’orda primitiva o Urhorde. Il ragionamento inconscio di Freud sarebbe stato: l’orda primitiva nacque 10.000 anni fa, ai tempi dell’ultima glaciazione; affidando la psicanalisi a una struttura arcaica, le garantisco una sopravvivenza di almeno altri 10.000. Così Freud fondò la prima società di psicanalisi di cui era il monarca assoluto, fondata su precisi riti di formazione dell’analista che durano tuttora. Peccato che il mito dell’orda primitiva non abbia molto credito tra i paleontologi. Il trucco di riferirlo all’autorità di Darwin non ha funzionato né in teoria né in pratica. Oggi la psicanalisi è mummificata nelle scuole di psicoterapia, che dell’orda primitiva freudiana non hanno più nulla, ma sono semplici agenzie formative protette dallo Stato.

La seconda ragione è di ordine scientifico. Freud non poteva fondare una psicanalisi scientifica, quindi non poteva concepire un legame di convivenza scientifica tra i praticanti della psicanalisi, perché non era scientificamente aggiornato sulla scienza dei suoi tempi.[24] Quando scriveva i Tre saggi sulla teoria sessuale, vennero riscoperti i saggi di Mendel sulla genetica. Della genetica mendeliana non c’è traccia nelle 7000 pagine delle Gesammelte Werke. Quando scriveva L’avvenire di un’illusione, Heisenberg formulava il principio di indeterminazione della meccanica quantistica. La “scienza” freudiana, invece, è completamente deterministica, addirittura sovradeterministica. La sua metapsicologia è organizzata come un libro di patologia medica, con tanto di eziologia e patogenesi in testa. Infatti, Freud condivideva il pregiudizio, che è giunto fino a noi, che la medicina fosse una scienza. Organizzare la teoria psicanalitica in nome del principio di ragion sufficiente, che vige in modo ferreo in medicina, significa estromettere la psicanalisi dal campo della scientificità. Purtroppo è quel che ha fatto Freud, di cui noi oggi paghiamo le conseguenze. Oggi esiste una legge che norma la psicoterapia, quella psicanalitica compresa, mentre non esiste ancora una legge che norma la fisica nucleare o la biologia darwiniana.

La terza ragione è di ordine specificamente psicanalitico. Freud non ha formulato una teoria specificamente psicanalitica del legame sociale. Se ricordate il disegno che Freud presenta alla fine dell’viii capitolo della sua Psicologia delle masse vedete che gli individui sono rappresentati da tratti pieni, che vanno dall’oggetto all’ideale dell’Io, mentre i legami intersoggettivi sono linee tratteggiate. Vuol dire che i legami sociali interindividuali non esistono? Vuol dire che esistono poco; non sono diretti, frutto dell’interazione tra soggetti, ma indiretti, mediati dalla comune identificazione con l’oggetto esterno comune, il capo dell’orda. Ma senza teoria analitica del legame sociale non ci può essere un legame sociale analitico.

Passando da Freud a noi, c’è da sfatare un altro luogo comune, che ci riguarda. Siamo soliti affermare che la scienza pretende di affermare verità categoriche, certezze assolute da applicare per sempre uguali a se stesse. Il comune senso filosofico ama dire che la scienza è un sapere che garantisce la propria verità. Questo è falso; la scienza non nutre di queste pretese, che lascia volentieri alla religione. Neppure la psicanalisi nutre pretese di verità. La psicanalisi è, come propone Lacan, una scienza congetturale[25] tanto quanto la fisica, la biologia e tutte le scienze umane. La psicanalisi, come ogni altra scienza, non è una religione, perché “non può se non avanzarsi” diceva Galilei,[26] e avanza mutando pelle, non conservando nei secoli la stessa dottrina, depositata in qualche catechismo. La conservazione è un problema di chi ha il potere; la scienza non ha potere, almeno finché non viene corrotta dal potere e, allora, cessa di essere scienza autonoma.

La metaanalisi – allora, e concludo – sarebbe una forma di pratica scientifica che mi sembra consona con le premesse freudiane; nel mio immaginario potrebbe estendere i riti freudiani dal piano individuale della cura psicanalitica al piano collettivo dell’analisi in quanto tale; anche nell’immaginario di Lacan, il conseguente legame sociale potrebbe risultare “ripulito da ogni necessità di gruppo”.[27]

Uso il condizionale, perché conosco bene le resistenze che si interpongono alla realizzazione di questa mia fantasia politica sulla psicanalisi. Undici anni fa feci a Milano una proposta analoga, che rimase lettera morta.[28] Perché? Credo di saperne alcune ragioni.

Perché i colleghi si sentono giudicati negativamente da una proposta che svaluta come non psicanalitica la loro formazione, che è avvenuta in termini di identificazione al loro maestro e alla dottrina della loro scuola? Questo è verissimo; purtroppo non so proprio come evitare questo scoglio, se non ricordando che la mia proposta non ha nulla di personalistico; mira a riformare la teoria politica della psicanalisi; non è una religione che richiede la conversione personale.

Perché i vecchi analisti, che possiedono le chiavi della dottrina, vogliono mantenere il potere di formare i giovani? Sì, c’è anche questo.

Perché a un certo punto ci si fissa su alcune acquisizioni che si considerano incontrovertibili e si vuole vivere tranquilli? Come negarlo?

Perché è finito il tempo della ricerca e ora dobbiamo guadagnarci da vivere? Certo. Tutto vero, ma il problema è più serio. Permettetemi di dirlo.

All’analisi, quindi a maggior ragione alla metaanalisi, si resiste a priori. La scoperta delle resistenze all’analisi è stata la grande scoperta pratica di Freud, una scoperta della stessa portata di quella dell’inconscio. All’analisi si resiste come si resiste alla scienza. Ma ecco l’inatteso paradosso! Alla scienza resistono non solo i suoi detrattori, ma gli stessi scienziati. Darwin resisteva alla propria teoria della selezione naturale, invocando il gradualismo nella formazione delle specie, rischiando di compromettere il suo “lungo ragionamento”, come lo chiamava lui. Einstein resisteva alla meccanica quantistica, che pure contribuì a far progredire. Freud resistette all’analisi da lui inventata, codificandola come dottrina eziologica di stampo medico,[29] chiamata metapsicologia, e rischiando di vanificare l’invenzione dell’inconscio.

E noi? E noi, che non resistiamo meno di quei grandi alla scienza, cosa possiamo fare?

Qualcosa, non poco e non da poco, lo possiamo fare; possiamo elaborare le nostre resistenze, magari inflettendole di quel poco o di quel tanto che basta a far emergere del nuovo. Non da soli, ovviamente, ma con chi ci sta.

Questo chiamo metaanalisi, se mai esiste. E siccome siamo intuizionisti, la metaanalisi esisterà, se la costruiremo. Ma attenzione, il lavoro da fare è molto.

Auguri di buon lavoro.

 


[1] Conferenza tenuta a Roma alla Libreria Mondadori di via Piave 18 il 24 gennaio 2013 su invito della d.ssa Gabriella Ripa di Meana.

[2]  Il termine freudiano non è né il goethiano Diwan né l’attuale Couch, ma è Ruhebett, “letto da riposo” (probabilmente contrapposto a “letto dove dormire”). Cfr. S. Freud, “Die Freudsche psychoanalytische Methode” (1904), in Sigmund Freud gesammelte Werke, vol. v, Fischer, Frankfurt a.M. 1999, p. 5 e S. Freud, “Zur Einleitung der Behandlung” (1913), in Sigmund Freud gesammelte Werke, vol. viii, Fischer, Frankfurt a.M. 1999, p. 467. Oggi la parola “divano” ricorre raramente nella letteratura psicanalitica. Si preferisce “lettino”; è un termine più medico (si pensi al lettino ginecologico).

[3]  La tecnica della sospensione è tipicamente moderna; fu inaugurata con l’invenzione delle geometrie non euclidee, che sospendono il postulato euclideo dell’unicità della parallela. La fisica quantistica si costruisce sospendendo la commutatività delle variabili dinamiche, valida in fisica classica. Le citate sospensioni non sono tra loro indipendenti, ma non posso entrare dell’analisi di questo punto interessante ma tecnicamente delicato.

[4]  Cfr. S. Freud, Über Psychotherapie (1904), in Sigmund Freud gesammelte Werke, vol. v, Fischer, Frankfurt a.M. 1999, p. 17; trad. in osf, vol. iv, p. 432. Sono “a porre” quasi tutte le teorie psicanalitiche postfreudiane, che pongono nuovi significanti al centro delle loro speculazioni: Jung gli archetipi, Lacan i significanti, Bion la griglia. Personalmente preferisco teorizzare per via di “levare”, sospendendo per esempio il principio di ragion sufficiente.

[5]  In formule, Ø($x.f(x) ® Æ) ® $x.f(x), dove Ø è il simbolo della negazione, $ il quantificatore esistenziale applicato alla variabile x, ® il simbolo dell’implicazione e Æ è usato come simbolo della contraddizione. Poiché ($x.f(x) ® Æ) equivale a Ø$x.f(x), il principio classico di esistenza si può scrivere: ØØ$x.f(x) ® $x.f(x). In logica classica il principio di non contraddizione, essendo non contraddittorio, esiste onticamente. Ciò rende la logica classica una logica “interna” all’ontologia.

[6]  In formule, Ø$x.Øf(x) ® “x.f(x), dove ” è il quantificatore universale.

[7]  I logici medievali, che si affaticarono intorno al problema degli universali, non conoscevano, forse oscuramente intuivano, la funzione della logica intuizionista. Oggi la sospensione di questo assioma è rilevante in sociologia computazionale, che studia l’emergenza nelle folle di proprietà “nuove”, non riconducibili alla somma dei comportamenti dei singoli.

[8]  In formule, A Ú ØA, dove Ú indica l’operatore dell’alternativa vel.

[9] Nel citato Il tempo di sapere ne passo in rassegna alcuni.

[10] S. Freud, “Totem und Tabu” (1912-1913), in Sigmund Freud gesammelte Werke, vol. ix, Fischer, Frankfurt a.M. 1999, p. 152; trad. osf, vol. vii, p. 130. Pudicamente le osf traducono “Männchen” con “maschio”. Freud riprende il suo mito, qualificandolo come just so story nel decimo capitolo della Psicologia delle masse. Cfr. S. Freud, “Massenpsychologie und Ich-Analyse” (1921), in Sigmund Freud gesammelte Werke, vol. xiii, Fischer, Frankfurt a.M. 1999, p. 136; trad. osf, vol. ix, p. 310.

[11] S. Freud, “Massenpsychologie und Ich-Analyse” (1921), in Sigmund Freud gesammelte Werke, vol. xiii, Fischer, Frankfurt a.M. 1999, p. 128; trad. osf, vol. ix, p. 304. Questo modello è troppo semplicistico in quanto trascura le interazioni tra individui, che sottomette a un unico principio gerarchico.

[12] Ivi, p. 137, trad. osf, vol. ix, p. 311. Concorda con la riduzione freudiana del collettivo all’individuale Hans Kelsen in H. Kelsen, Il concetto di Stato e la psicologia sociale con particolare riguardo alla teoria delle masse di Freud (1922), in Id., La democrazia, trad. G. Contri, Il Mulino, Bologna 1984, p. 403. Va detto che la riduzione freudiana del collettivo all’individuale, sulla base dell’unicità della libido nelle rispettive psicologie è un artefatto. Freud non suppone alcuna interazione tra gli individui della massa, ciascuno dei quali è identificato con il proprio Führer e non istituisce alcuna collaborazione con il prossimo. In senso stretto, Freud non ha un’autentica concezione di massa e di legame sociale.

[13] G.W.F. Hegel, Phänomenologie des Geistes (1807). VI.
Der Geist. C.
Der seiner selbst gewisse Geist.
Die Moralität. c.
Das Gewissen,
die schöne Seele,
das Böse und seine Verzeihung, trad. V. Cicero, Bompiani, Milano 2000, pp. 873-875 e p. 887.

[14] Nel modello freudiano, dominato com’è dall’alto, non esistono interazioni orizzontali.

[15] Si tratta di una mitologia ontologica che dall’Asinaria di Plauto arriva fino ai nostri tempi con la lotta servo-padrone di Hegel e la lotta di classe di Engels e Marx.

[16] Darwin non ha insegnato nulla a Freud, ivi compresa la lezione di biologia sul lupo, che è l’animale meno lupo che ci sia per i lupi; si sa che il lupo arriva a sacrificare se stesso per la sopravvivenza del branco.

[17] Non che la politica ordinaria, almeno in Italia, sia esercitata da soggetti meno primitivi.

[18] Affekt è un falso amico, non si traduce “affetto”!

[19] Infatti, già per dire “si suppone” Euclide dice upokéitai. Il soggetto è per definizione upokéimenos, supposto, participio passato di upokéisthai. Non c’è soggetto senza correlata supposizione epistemica già dal iii secolo a.C.

[20] J. Rawls, Una teoria della giustizia (1971), trad. U. Santini, Feltrinelli, Milano 1991, cap. i, § 3, p. 28. La proposta estesa della posizione originaria e del velo di ignoranza è ivi, cap. iii, § 24, p. 125.

[21] Nacherziehung. Cfr. S. Freud, “Abriss der Psychoanalyse” (1940, postumo), in Sigmund Freud gesammelte Werke, vol. xvii, Fischer, Frankfurt a.M. 1999, p. 101; trad. osf, vol. xi, p. 602.

[22] Archaische Erbschaft. Cfr. S. Freud, “Abriss der Psychoanalyse” (1940, postumo), in Sigmund Freud gesammelte Werke, vol. xvii, Fischer, Frankfurt a.M. 1999, p. 89; trad. osf, vol. xi, p. 594. Vedi anche S. Freud, “Der Mann Moses und die monotheistische Religion” (1937-1938), in Sigmund Freud gesammelte Werke, vol. xvi, Fischer, Frankfurt a.M. 1999, p. 204-205; trad. osf, vol. xi, p. 594.

[23] Phylogenetische Erinnerungsspur. Cfr. S. Freud, “Abriss der Psychoanalyse” (1940, postumo), in Sigmund Freud gesammelte Werke, vol. xvii, Fischer, Frankfurt a.M. 1999, p. 117n; trad. osf, vol. xi, p. 421.

[24] Freud sapeva bene di non essere un uomo di scienza. Si definiva un conquistador e un avventuriero del pensiero, non uno scienziato e neppure un pensatore. Cfr. Lettera a Fliess del 1 febbraio 1900.

[25] Il tema della congettura e delle scienze congetturali occupa Lacan per almeno un ventennio. Cfr. J. Lacan, “Fonction et champ de la parole et du langage en psychanalyse” (1953), in Id., Ecrits, Seuil, Paris 1966, pp. 284-286; J. Lacan, “Variantes de la cure-type” (1955), in Id., Ecrits, Seuil, Paris 1966, p. 361; J. Lacan, “La chose freudienne ou Sens du retour à Freud en psychanalyse” (1955), in Id., Ecrits, Seuil, Paris 1966, p. 435; J. Lacan, “Situation de la psychanalyse et formation du psychanalyste en 1956” (1956), in Id., Ecrits, Seuil, Paris 1966, p. 472; J. Lacan, “Subversion du sujet et dialectique du désir dans l’inconscient freudien” (1960), in Id., Ecrits, Seuil, Paris 1966, p. 806; J. Lacan, “La science et la vérité” (1965), in Id., Ecrits, Seuil, Paris 1966, p. 863; “Lacan in Italia”, La Salamandra, Milano 1978, p. 112-113 (“Je considère que cette façon de manipuler la vérité comme valeur c’est le propre même de la conjecture, c’est transposer la vérité sur le plan de la conjecture. […] Le rapport entre la conjecture et le savoir implique évidemment la fonction du réel; comunicazione personale, 31 marzo 1974).

[26] G. Galilei, “Dialogo dei massimi sistemi (Prima giornata)” (1624-1630), in Galileo Galilei Opere, a c. F. Flora, Ricciardi, Milano Napoli 1953, p. 391.

[27] J. Lacan, “L’étourdit” (1972), in Scilicet, 1973, n° 4, p. 31; ristampato in Id., Autre écrits, Seuil, Paris 2001, p. 474.

[28] A. Sciacchitano, “‘Pensiamo, dunque sono’. Note sul legame sociale epistemico”, in Il legame sociale tra psicanalisti, a cura di M.V. Lodovichi e A. Sciacchitano, Milano Palazzo delle Stelline, 2 febbraio 2002, ets, Pisa 2003, pp. 199-225. Si trova all’url: http://www.sciacchitano.it/Alle%20soglie%20del%20sito/Pensiamo%20dunque%20sono.pdf .

[29] La medicina non è una scienza, anche se ai medici vengono assegnati i premi Nobel. La medicina è una tecnica di cura organica, che applica risultati acquisiti altrove: in chimica, fisica, biologia. Ne parlo alla pagina http://www.sciacchitano.it/Eziologia/Perch%C3%A9%20la%20medicina%20non%20%C3%A8%20scienza.html

 

Ein Schlag ins Wasser

Un buco nell’acqua

Max Eitingon
Max Eitingon

Nella raccolta di lettere di Freud, curata da Ernst L. Freud e pubblicata da Boringhieri nel lontano 1960, questa lettera a Max Eitingon, fondatore del Policlinico psicanalitico di Berlino, non figura. Perché? Perché tratta della psicanalisi laica, quella esercitata da non medici, secondo la nota equazione freudiana laici = non medici? Perché è un tema che non garba all’establishment della psicanalisi, ormai schierato dalla parte dei medici contro Freud? Ragionare in termini paranoici è troppo facile, addirittura spontaneo, quasi naturale, essendo naturalmente paranoico l’assetto dell’Io forte, che piace agli psicoterapeuti. Più pertinente e meno immaginaria è un’altra considerazione più formale, che giustifica la censura. Questa lettera è lo sfogo di un Freud “incazzato”, che registra il fallimento del proprio progetto scientifico, anche se pateticamente non si rende conto – da anima bella qual era – di quanto grande sia stata la propria parte di responsabilità nel provocarlo. “Tutto ciò non è per niente bello” – Es ist nicht schön, questa è la chiusa della lettera – deve aver pensato il curatore dell’antologia.

Certo è che un vero spirito imparziale non può non congetturare che, se Freud non avesse conferito alla psicanalisi un assetto teorico-pratico di stampo medico ­– medico in teoria, con una metapsicologia strutturata come l’eziopatogenesi delle malattie mediche, e medico in pratica come cura mirante alla restituzione dello stato di prerimozione infantile – l’esito dello scontro con lo spirito corporativo della classe medica sarebbe stato probabilmente diverso. Non sarebbe stato un buco nell’acqua – ein Schlag ins Wasser.

Abbiamo noi altre chance? Non è troppo tardi per rimettere in sesto la psicanalisi su basi laiche, veramente non mediche? Non è tutto perduto per la tuttora giovane scienza freudiana?

Chissà, forse no; magari facendo nostra un po’ della sana incazzatura di Freud, magari non rivolgendola solo ai medici ma estendendola a tutti coloro che vorrebbero ridurre la psicanalisi a bibita analcolica.

 

Vienna 3.4.1928[1]

Caro Max,

la lettera svizzera, che allego (io non l’ho ricevuta, ma non ne sono arrabbiato), mi dà l’occasione di scriverle di nuovo così presto. Mi sembra di vedere che l’affare sia veramente serio, anche se non proprio urgente. Siamo di fronte a uno sviluppo che non si riesce facilmente ad arrestare. Probabilmente la finalità ultima, già segnalata da Ferenczi, è che l’IPA riconoscerà, oltre ai misti, anche i gruppi puramente medici e puramente laici.

L’argomento degli svizzeri, secondo cui anche in America esistono due gruppi,[2] avrebbe valore solo se si trattasse della coesistenza di un gruppo di Ginevra o di Zurigo con un gruppo svizzero generale. Naturalmente i nuovi svizzeri[3] non parlano delle ben note aspirazioni particolaristiche che Oberholzer ha confessato ancora una volta nella sua lettera circolare e che giustificano la nostra diffidenza; ma la cosa non può contribuire a tranquillizzarci.

Indubbiamente il mio scritto sull’analisi laica è stato un buco nell’acqua. Mi sono sforzato di risvegliare uno spirito comunitario analitico che dovrebbe contrapporsi allo spirito corporativo medico, ma l’operazione non ha avuto successo. Non mancheranno conseguenze e non saranno favorevoli, ma probabilmente non mi turberanno più. Mi ha ostacolato anche il fatto di essere, per così dire, un generale senza armata. Dei troppo pochi laici che volevo guidare, Rank è decaduto a millantatore; Reik, benché continui a lavorare bene, si è reso personalmente odioso; invece Pfister, con tutto il suo calore e la sua bontà, sfiora il ridicolo. Rimangono solo i pedagoghi, dai quali può venir fuori qualcosa, se si organizzeranno.

Ne vien fuori che mi sono tirato addosso la disapprovazione generale anche attraverso Avvenire di un’illusione. Rimbombano intorno a me solo cupe allusioni di ogni genere. Qualche giorno fa ricevetti un libretto di Binswanger, Wandlungen in der Auffassung des Traumes: von den Griechen zur Gegenwart.[4] È molto buono, con tutte le caratteristiche dell’autore che conosciamo: la sua fredda correttezza, il suo inchinarsi alla psicologia e alla filosofia ufficiali, ecc. L’ultima parola del libro, anche letteralmente, è: Dio. Ladri e assassini che non siete altro! Non sono riuscito a trattenermi dallo scrivergli come io supponga che il suo Dio sia un distillato filosofico, e ancora come, benché personalmente molto misurato, quasi astinente, io abbia un grande rispetto per robusti bevitori quali, per esempio, G. Keller e Böcklin. Solo che mi sembrano un po’ strane le persone che riescono a ubriacarsi con bibite analcoliche. Ma non cambia nulla con queste piacevolezze. Tutto ciò non è per niente bello.

Cordiali saluti a entrambi,
vostro Freud.

Traduzione di Antonello Sciacchitano
Revisione Davide Radice e Silvana Abbrescia Rath

 

Note

[1] Risposta all’ultima lettera di Eitingon.

[2] L’American Psychoanalytic Association e la New York Psychoanalytic Society, fondate entrambe nel 1911.

[3] Si tratta della nuova società di analisti medici svizzeri.

[4] Springer, Berlin 1928, trad. Elisabetta Basso, Ludwig Binswanger, Il sogno: mutamenti nella concezione e interpretazione dai Greci al presente, Quodlibet, Macerata 2009.

 

Storici pettegolezzi

Una storia non scritta, forse non scrivibile

Armando Verdiglione
Armando Verdiglione

C’è una storia non scritta nella psicanalisi italiana. In effetti, non è storia ma pettegolezzo. È difficile scrivere il pettegolezzo; tanto difficile quanto scrivere “tutta” la verità. Se qui provo dirne brevemente e parzialmente qualcosa è per un’impellenza teorica: dimostrare l’equivalenza tra sintomo individuale e sintomo collettivo, espressione entrambi della stessa volontà di ignoranza.

Il padre della psicanalisi italiana nutrì un odio viscerale per Armando Verdiglione, che epitetava come “il magliaro di Caulonia”. Si badi bene; non era odio per Lacan; all’epoca – metà anni Settanta – il lacanismo stava entrando nell’accademia; è del 1980 un fortunato numero di “aut aut” intitolato “A partire da Lacan”; i coinemi di Fornari traducevano i significanti di Lacan. Allora, perché Musatti odiava (avevo scritto “amava”) Verdiglione? Perché portava i capelli unti di brillantina Linetti? Forse, ma non lo sapremo mai bene. L’odio è un inganno tanto quanto l’amore, essendo fratelli gemelli di madre ignoranza. Ciò non gli impedisce di diffondersi a macchia d’olio nel collettivo come e forse più dell’amore. (Esiste l’antisemitismo che supera in estensione il filosemitismo).

Ingannato da un odio sintomatico, Musatti plagiò il proprio allievo Ossicini, parlamentare della Prima Repubblica, affinché promuovesse una legge che regolamentasse la psicanalisi come psicoterapia di Stato. Il plagio fu evidente a tutti ma contestato da nessuno, a differenza dell’accusa di plagio nei confronti di un innocente dentista, che fu mossa a Verdiglione e per cui il magliaro di Caulonia fu al conseguente processo condannato insieme a certi suoi allievi magliarini. Il ragionamento fallace di Musatti era semplice, anzi semplicistico. “Se regolamento la psicoterapia, l’Armando, che non è regolamentato, va fuori legge ed entra in prigione; a quel punto avrò mano libera in psicanalisi.”

Cesare Musatti
Cesare Musatti

Tutto giusto, tranne un piccolo particolare, dovuto a un minimo spostamento, che del resto era già avvenuto e addirittura precedeva la mossa musattiana: la riduzione della psicanalisi a psicoterapia. La legge Ossicini non faceva che ratificare in Italia sul piano giuridico la posizione ufficiale dell’IPA, secondo cui la psicanalisi è e resta per sempre una pratica medica e come tale deve essere regolamentata dallo Stato. La traduzione musattiana della freudiana Die Frage der Laienanalyse fu, infatti, “La questione dell’analisi condotta da non medici”. Il padre della psicanalisi italiana non aveva assimilato bene la lezione freudiana sulla negazione che non nega, ma porta alla coscienza il rimosso. In effetti, Musatti aveva in mente una sola cosa: “La questione dell’analisi condotta dai medici”. Sciocco e anacronistico errore, in parte suggerito da certe ambiguità di Freud, concernenti la concezione della medicina come scienza, perché nulla interessa di meno al medico che la psicanalisi, e giustamente, perché molto meglio dello psicanalista il medico sa che la psicanalisi non è di natura medica.

Fu così che quella italiana divenne una psicanalisi made in Medicaulonia.

La psicanalisi e la cura

Il testo che segue è stato discusso, insieme ad altri, a Firenze il 27 ottobre 2012 in occasione della giornata di studio “La psicanalisi e la cura” organizzata da Fondation européenne pour la psychanalyse, Gruppo clinico “Inconscio a Firenze”, Giardino freudiano, Laboratorio di ricerca freudiana. Come sempre, il confronto collettivo permette di pensare meglio. Questa versione integra i “guadagni di pensiero” della trasferta fiorentina.

 

La psicanalisi e la cura

È opportuno che la definizione del rapporto fra psicanalisi e cura passi prima dall’approfondimento del significato di questi termini. Il mio contributo vuole mostrare come attorno a questi due significanti si addensino problematiche che anche nel periodo della maturità di Freud rimangono irrisolte.

Pur in un testo che muove verso l’autonomia della psicanalisi come La questione dell’analisi laica, il termine “cura” (Sorge) si affianca spesso al termine “anima” (Seele). Freud infatti connota la psicanalisi come una “cura d’anime mondana”,1 in contrapposizione alla “cura d’anime” vera e propria che rimane appannaggio dei preti. Si potrebbe pensare che questa definizione sia solo ironica e che la presenza di questo significante sia innocua. Questo termine ci porta invece sulle tracce del dualismo anima (psiche) – corpo che porta Freud a citare nelle sue opere quasi con la stessa frequenza il “corpo inanimato” (Körper) e il “corpo vivente” (Leib). Anche laddove Freud osa di più, ovvero con la teorizzazione metapsicologica del corpo pulsionale, propone comunque corpo filosofico, al limite tra psichico e somatico. La mancata tematizzazione del corpo nella teoria analitica sarà fatale: la discussione in seno alle riviste internazionali di psicanalisi, che farà seguito alla pubblicazione de La questione dell’analisi laica, vedrà come centrale l’obiezione che l’analista non-medico non ne sa del corpo e rischia di non riconoscere un sintomo somatico, ovvero che non ha nello psichico la propria genesi.

Queste due figure della cura, i preti e i medici, Freud le cita esplicitamente in una lettera a Oskar Pfister: “Non so se lei ha indovinato il legame segreto che unisce L’analisi laica e L’illusione. Nel primo voglio difendere la psicanalisi dai medici, nel secondo dai preti. Vorrei consegnarla a una classe che ancora non esiste, una classe di curatori d’anime mondani, che non abbiano bisogno di essere medici e che non debbano essere preti.”2 Ma cosa rappresentano queste figure se non delle proiezioni dei punti deboli della sua proposta teorica, appoggiata ancora saldamente su questo dualismo?

D’altra parte va sottolineato che è proprio la declinazione della psicanalisi come cura, la sua “applicazione” terapeutica, a coinvolgere queste figure. È tempo di mettere al centro della nostra attenzione il termine “psicanalisi”.

Una definizione di psicanalisi Freud la propone nel 1922, con l’omonima voce per l’Enciclopedia Britannica: “un procedimento per l’indagine di processi psichici cui altrimenti sarebbe impossibile accedere; un metodo terapeutico per il trattamento dei disturbi nevrotici; una serie di conoscenze psicologiche acquisite per questa via che gradualmente si assommano e convergono in una nuova disciplina scientifica.”3 La definizione che Freud utilizza più spesso semplifica questa tripartizione considerando la psicanalisi una scienza che ha come oggetto l’inconscio psichico o i “processi psichici inconsci”,4 ma che ha diverse applicazioni, convenzionalmente riassunte in quella terapeutica e in quella che riguarda le scienze umane.

Quanto questa impostazione “applicativa” sia stata cogente è possibile riscontrarlo nelle pubblicazioni psicanalitiche, che seguivano questa divisione, prevedendo dei premi per i migliori testi dedicati alle due “applicazioni” della psicanalisi.5 Ma chiediamoci: perché non c’erano premi per i contributi alla psicanalisi in quanto scienza?

Fa riflettere che ne La questione dell’analisi laica il termine “scienza” compaia solo nei capitoli iniziali (I e II) e finali (VI e VII), denotando la psicanalisi sorta dal metodo catartico e sostanziatasi nell’interpretazione dei sogni. Nei capitoli centrali, doveviene esposta in modo divulgativo la psicanalisi, Freud tocca gli argomenti di un ipotetico piano di studi per psicanalisti.6 In questo contesto la psicanalisi diventa Lehre, una dottrina, un insegnamento che gli aspiranti analisti devono apprendere per poter analizzare, non una scienza a cui devono al più presto contribuire intrecciando legami epistemici in un corpo collettivo. In questo scarto fra la dimensione personale della nuova scienza freudiana e la sua dimensione collettiva e formativa, per la quale Freud propone solo una “costruzione dottrinaria compiuta”,7 possiamo vedere uno dei tratti che caratterizzeranno purtroppo gli sviluppi successivi della psicanalisi.

Il significante “scienza” ritorna invece nei capitoli finali e nel Poscritto, dove afferma che le due dimensioni di scienza e cura dovrebbero coincidere realizzando un equilibrio: “Sin dall’inizio in psicanalisi è esistito un legame inscindibile [Junktim] tra cura e ricerca. La conoscenza portava al successo. Non si potevano fare trattamenti senza imparare qualcosa di nuovo. Non si otteneva alcun chiarimento senza sperimentarne l’effetto benefico. Il nostro procedimento analitico è l’unico che conserva questa preziosa coincidenza”.8 Junktim è un termine giuridico: indica due condizioni che il diritto considera strettamente accoppiate, ad es. la titolarità di una proprietà privata e la corrispondente servitù di passaggio: tolta la prima, viene meno automaticamente la seconda.

Lo Junktim fra cura e ricerca può essere espresso come movimento continuo fra sapere e cambiamento. Il lavoro che l’analizzante porta avanti nel setting permette di acquisire un sapere che non si sapeva di sapere. Il primo momento del rapporto sapere – cambiamento consiste nel fatto che non c’è acquisizione di sapere che non si traduca in un cambiamento. Ma non si tratta di un cambiamento che va nella direzione dell’adeguamento: in senso etico non ci sono finalità terze, non c’è un dover-essere da raggiungere; in senso epistemologico il modello di conoscenza non è fondato sull’adeguamento alla realtà, ma su un approccio costruttivista che lavora con il principio di fecondità;9 per quanto la pratica analitica sia cura, non va comunque nella direzione di un ripristino di uno stato precedente il disagio e nemmeno verso il “puntellare da fuori” della psicoterapia o verso la mera soppressione del sintomo. Il modello di cura che ha in mente Freud è il “riformare da dentro”, il portare un cambiamento foriero di nuove acquisizioni di sapere e che può realizzare quindi il secondo momento del rapporto sapere – cambiamento.

In questa ricognizione fra cura e psicanalisi, sembrano esiziali due carenze: la carenza del corpo individuale nella pratica analitica e la carenza di un corpo collettivo di sapere nella ricerca scientifica. Tuttavia lo Junktim di ricerca e cura apre altri scenari: la psicanalisi, riconosciuta come scienza e non sussunta nella terapia analitica, si pone in un rapporto dialettico con la cura, il cui significato consiste nel cambiamento.

Note

1 S. Freud, Nachwort zur ‘Frage der Laienenalyse’ (1927), trad it. Poscritto alla Questione dell’analisi laica in La questione dell’analisi laica, Mimesis Edizioni, Milano 2012, p. 114.

2 S. Freud, Lettera a Oskar Pfister, 25 novembre 1928.

3 S. Freud,»Psychoanalyse« und »Libidotheorie« (1922), trad. it. Due voci di enciclopedia: “Psicoanalisi” e “Teoria della libido” in Opere di Sigmund Freud, vol. IX, Boringhieri, Torino 1977, p. 439.

4 S. Freud, Lettera a Judah Leon Magnes, 5 dicembre 1933.

5 “Per ragioni pratiche, anche nelle nostre pubblicazioni, abbiamo preso l’abitudine di distinguere l’analisi medica dalle applicazioni dell’analisi. Questo non è corretto. In realtà la linea di demarcazione fra la psicanalisi scientifica e le sue applicazioni attraversa sia il campo medico sia quello non medico”. Cfr. S. Freud, Poscritto alla Questione dell’analisi laica, op. cit., p. 116. Questo passo di Freud ci dà indicazioni ancora più precise: riconosce di aver messo l’applicazione terapeutica al posto della scienza. Pressato dall’urgenza di garantire alla psicanalisi un ambito di autonomia, ha dovuto tracciare un confine fra la psicanalisi in quanto scienza e la sua applicazione medica.

6 “Chi ha appreso la psicologia dell’inconscio, per quanto se ne sa oggi [cap. II e III]; chi ha acquisito nozioni di scienza della vita sessuale [cap. IV]; chi ha imparato la tecnica delicata della psicanalisi e l’arte di interpretare; chi sa come lottare contro le resistenze e maneggiare il transfert [cap. V] – costui non è più un profano nel campo della psicanalisi.” Cfr. S. Freud, Die Frage der Laienenalyse (1926), trad it. La questione dell’analisi laica, Mimesis Edizioni, Milano 2012, pp. 80-81.

7 S. Freud, La questione dell’analisi laica, op. cit., p. 33.

8 S. Freud, Poscritto alla Questione dell’analisi laica, op. cit., p. 115.

9 “È solo una rappresentazione ausiliaria, una delle tante nella scienza. […] Il valore di tale “finzione” […] dipende da quanto con essa si può conseguire.” in S. Freud, La questione dell’analisi laica, op. cit., p. 37.

 

Lo stato delle traduzioni di Freud

Propongo alcune riflessioni a partire dall’esperienza di traduzione della Laienanalyse di Freud (1926).

Il problema di tradurre Freud non è solo linguistico e scientifico. Ha un rilevante risvolto collettivo e politico; riguarda la collocazione della psicanalisi nel tessuto sociale, come cura, e nella cultura, come attività di ricerca. Faccio solo un esempio, ma paradigmatico.

Negli ultimi anni si sono moltiplicati gli attacchi all’autonomia della psicanalisi appoggiandosi principalmente su due argomenti: la psicanalisi è una psicoterapia, quindi l’analista deve formarsi come psicoterapeuta e iscriversi all’albo; l’analista svolge un’attività di cura e quindi deve essere autorizzato dallo Stato. Vale allora la pena ascoltare la voce di Freud, che nello scritto del 1926 intitolato Die Frage der Laienanalyse ha fondato il concetto di laicità della psicanalisi. Già la traduzione ufficiale italiana fa cadere il significante laien, laico, proponendo un titolo che è tutto un programma: Il problema dell’analisi condotta da non medici. Di conseguenza, nell’indice analitico delle Opere di Sigmund Freud non si trova il termine analisi laica: fuorcluso, direbbe il lacaniano, come dire censurato.

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