Il lavoro analitico come dispositivo epistemico

Fondation Européenne pour la Psychanalyse – Decimo Congresso

La formazione dello psicanalista oggi

Roma, 16 – 18 maggio 2014

 

La causa decisiva dello smarrimento del pensiero psicanalitico
sembra risiedere nell’oblio dei concetti freudiani fondamentali.

Manfred Pohlen

Il divano di Freud
Il divano di Freud

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Mitdenker psicanalitici cercansi

Mitdenker è una bella parola, intraducibile in italiano, che hanno gli svizzeri tedeschi, ma non i tedeschi (se non erro, ma aspetto dagli amici tedeschi la conferma). Mitdenker significa uno che segue il ragionamento dell’altro; il significante è costruito sul calco di Mitarbeiter, “collaboratore”, e di mitteilen, “comunicare”, nel senso di “mettere a parte”, “far partecipe”. La rilevanza di questi concetti per la psicanalisi dovrebbe essere evidente. Alles mitteilen, “comunicare tutto” è la prima regola dell’analisi freudiana, dove funziona da presupposto e da preliminare per una collaborazione di pensiero tra analista e analizzante. L’analista potrebbe essere il Mitdenker dell’analizzante, cioè il collaboratore del/al suo pensiero, inconscio ovviamente.

Ludwik Fleck

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Dalla professione di psicanalista all’etica del delitto

Lettera di Freud a Ferenczi del 27 aprile 1929

27.4.1929

Prof. Dr. Freud

Vienna, IX. Berggasse 19.

Caro amico,c

moglie e figlia sono andate ieri a Berchtesgaden per cercare un appartamento. (Forse si ricorda di un Signor Gulyas, che ci ha fatto visita lì.) Considerando quanto sono complicati i nostri bisogni, quest’anno per noi la scelta non sarà facile.
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Il compito della psicanalisi nella globalizzazione

Convegno “Salvaguardia del lavoro e formazione –
Il compito della psicanalisi nella globalizzazione”

Il sottotitolo di questa giornata reca: Il compito della psicanalisi nella globalizzazione. A me pare che quello dell’analista sia un lavoro di tipo artigianale e che quindi, almeno in apparenza, si pone un poco ai margini dalla cosiddetta globalizzazione, con i tempi e i metodi della quale appare poco compatibile.

La formazione dell’analista è di tipo artigianale in quanto non accademica, non costituita di riconoscimenti legali ma di pratica dell’inconscio e delle sue formazioni. Per uno psicanalista il titolo di questo convegno può avere dunque un solo senso: il lavoro da salvaguardare è quello dell’inconscio.

Non saprei cosa dirne di più e allora pongo due domande:
1) Quale è la cultura della globalizzazione?
2) A che prezzo la psicanalisi, tendenzialmente una controcultura, può avere realmente un posto nella cultura della quale essa contribuisce a modificare certi aspetti, ma la cui pressione tende costantemente a recuperarla per ricondurla al conformismo del pensare?

Lascio a chi lo ritenga opportuno di interrogarsi quanto alla prima domanda.

Per il resto, il lemma “globalizzazione” mi fa pensare alla realizzazione del sogno dell’impero universale. Questo sogno, almeno in occidente dove comunque la globalizzazione ha origine e riceve la sua impronta, ha preso spesso un andamento singolare proponendo un modello di uomo valido e desiderabile per tutti, ma con un doppio limite intrinseco.

Konstantinos Kavafis
Konstantinos Kavafis

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Le miserie dell’effetto-scuola

Inibizione del pensiero e omogeneizzazione del legame sociale

In generale, se esistono delle miserie, da qualche parte devono pur esistere delle ricchezze, come le luci non vanno senza le ombre. Tenterò allora di tratteggiare le luci e le ombre dell’“effetto scuola”, soffermandomi prevalentemente sulle seconde. Devo però premettere un’avvertenza, che mi sembra necessaria, affacciandomi io su un collettivo di pensiero foucaultiano. Gran parte della mia argomentazione, infatti, dall’inizio a buona metà del tragitto, si svolgerà nel contesto del pensiero darwiniano. Ciò mi obbliga in via preliminare a cautelarmi o, detto volgarmente – e chiedo venia – a “pararmi il culo”.

Come si sa, non corse buon sangue tra Foucault e Darwin; in genere, non corre buon sangue tra scuola di pensiero francese e inglese. Senza rivangare la stereotipata contrapposizione tra “analitici e continentali”, segnalo solo l’antipatia reciproca tra le due forme di pensiero che, ridotta all’osso, si riduce alla confusione tra evoluzione e storia. Per molti pensatori francesi, Darwin fu un evoluzionista. Gli mancava la “comprensione” della storia: dell’archeologia, direbbe Foucault. Questo errore va accuratamente evitato, perché è una fallacia che inibisce ulteriori sviluppi di pensiero, per esempio la correzione di certe idiosincrasie che inquinano lo stesso paradigma darwiniano. (I “cattivi” maestri vanno corretti, per non dire traditi, dai “buoni” allievi, direbbe Nietzsche). Darwin non è Spencer. Spencer fu evoluzionista e teleologico, Darwin no. Nel “lungo ragionamento” darwiniano c’è poco di evoluzionistico, tanto meno di finalistico. C’è, piuttosto, un gioco di contingenze – come le chiama Telmo Pievani – che si combinano in modo imprevedibile ma documentabile negli eventi di quella che giustamente si chiama “storia naturale”.

Questa è la mia premessa maggiore, che finisce qui. C’è poi una premessa minore, che è esclusivamente farina del mio sacco. Di Darwin faccio mia e sviluppo a modo mio un’intuizione particolare che Darwin formula in Descent of man del 1871 (da non tradurre, tra parentesi, L’origine dell’uomo, ma Discendenza dell’uomo, nel senso di storia delle antecedenze umane). Darwin, che aveva già messo a punto le nozioni di discendenza con (piccole) variazioni nell’Origine delle specie del 1859 e di variabilità biologica delle popolazioni di esseri viventi nelle Variazioni delle piante e degli animali allo stato domestico del 1868, in Descent of man, per spiegare l’emergenza dell’uomo ricorre a una doppia selezione: dell’individuo e dei gruppi di individui. L’assunto darwiniano di base è proprio ciò cui i pensatori francesi – da Merleau-Ponty a Derrida, via Foucault e Lacan – resistono ad ammettere: la continuità tra natura e cultura, tra genetica e sapere linguisticamente organizzato. La doppia selezione, spesso con interazioni reciprocamente negative, è ciò che consente lo sviluppo, a volte problematico, per non dire contraddittorio, delle due componenti: quella naturale e quella culturale.

Così si conclude la mia premessa minore; entro quindi in argomento.

*

La scuola trasmette la cultura, quindi stabilizza la società.

In termini darwiniani, la scuola è stata premiata dalla selezione di gruppo perché consente la conservazione e la trasmissione alle generazioni successive delle acquisizioni culturali, tecniche e scientifiche, che spesso sono state faticosamente strappate alla natura e, a posteriori, hanno promosso e consolidato la civiltà. Civiltà senza scuola, se mai sono esistite, sono state spazzate via sul nascere, essendo perdenti nel confronto tra culture diverse. Non basta saper scheggiare un sasso per farne un’ascia; bisogna sapere trasmettere la tecnologia ai figli, altrimenti è inutile saperlo fare – inutile, intendo, dal punto di vista della sopravvivenza di Homo habilis e della sua abilità culturale, emersa qualche milione di anni fa.

Da quel dì l’operazione scolastica non è mai stata gratuita, ma ha sempre avuto un prezzo. È il prezzo che ogni civiltà deve pagare alla conservazione, alla “destra”, per automantenersi. Ho detto prima delle interazioni negative – avrei dovuto usare il termine psicanalitico “conflittuali” – tra le due selezioni, l’individuale e la gruppale. Ebbene, proprio nel caso della scuola la selezione di gruppo overrules, prende il sopravvento, sulla selezione individuale. Il prezzo che la selezione gruppale della struttura scolastica impone all’individuo è la perdita – più o meno completa – della propria originalità. Come il lupo che si sacrifica per il bene del branco perde il proprio patrimonio genetico a vantaggio della salvaguardia patrimonio genetico comune, così le api operaie rinunciano alla trasmissione delle proprie caratteristiche genetiche per favorire la trasmissione delle caratteristiche dell’ape regina e… potrei continuare con molti altri esempi.

Si badi bene: la perdita dell’originalità “potenziale” non è un prezzo da poco. Non è solo il singolo a perdere, ma tutta la collettività. Il singolo individuo, che perde la propria originalità per conformarsi al sapere consolidato, trasmesso dalla scuola, fa perdere a tutti potenzialità utili per la società stessa. Infatti, il singolo individuo che si conforma ai dettami scolastici, potrebbe – se si conformasse meno – inventare dispositivi ancora più utili di quelli che apprende a usare e che la società ancora non conosce. Ma tant’è: il prezzo è questo. I nuovi dispositivi possono attendere; prima o poi certamente qualcun altro introdurrà le innovazioni oggi perdute (censurate).

Sul breve periodo l’istituzione scolastica produce, oltre all’effetto positivo di conservare il deposito di sapere necessario alla sopravvivenza della società, due effetti chiaramente negativi, che vanno ben oltre le mancate innovazioni: l’inibizione a pensare e l’omogeneità dei legami sociali tra pensanti. L’inibizione a pensare è poco male: prima o poi il nuovo pensiero emerge sempre. C’è sempre un “matto” che la pensa diversamente dai “normali”, che non sono riusciti a internarlo, e addirittura riesce a fondare una nuova scuola di pensiero. A riprova che si tratta di vero pensiero, perché il vero pensiero non può restare individuale.

Più grave è l’omogeneità dei legami sociali. Qui gioca a tutto campo la variabilità darwiniana: nuove specie, come nuove società, possono emergere solo in un contesto di variabilità popolazionale. Nuove forme di convivenza civile – le cosiddette mutazioni antropologiche – possono avvenire e stabilirsi solo in condizioni di legami sociali variabili. Omogeneità significa morte, non solo in termodinamica; è morte anche civile, oltre che biologica. (Qui si aprirebbe un discorso, che non posso sviluppare, sulla decadenza delle civiltà come fenomeno parallelo all’estinzione delle specie, sempre in nome del postulato darwiniano della continuità natura-cultura.)

Di seguito illustro questa particolare miseria dell’effetto-scuola nel campo che per esperienza conosco meglio, praticandolo ormai da quarant’anni: il campo psicanalitico o campo freudiano, come amava dire il mio maestro, Jacques Lacan. Tale miseria è qui particolarmente evidente, avendo portato alla quasi totale estinzione dell’innovazione freudiana originale; si chiamava psicanalisi.

*

La scuola fondata da Lacan nel 1964, dopo la sua definitiva scomunica da parte dell’IPA nel 1963 con il pretesto delle sedute brevi, e da lui dissolta nel 1980, si chiamava Ecole freudienne de Paris o EFP.

Era freudiana di nome e di fatto.

Non era freudiana solo di nome, per via dello slogan del “ritorno a Freud”, lanciato da Lacan nel 1953 e più polemico che sostanziale; era freudiana di fatto perché, come molte associazioni psicanalitiche (freudiane e non!), era organizzata sul modello freudiano dell’orda primitiva o Urhorde.

Come si sa, Freud propose la propria mitologia dell’orda primitiva, come modello arcaico di organizzazione sociale, nel IV capitolo di Totem e Tabu (1912) e nel X capitolo di Psicologia delle masse (1921). In quanto mitologia, ritraduce in termini collettivi il mito individuale dell’edipo. Freud si riferisce pretestuosamente a Darwin, per collocare la propria fantasia paleoantropologica all’ombra dell’autorità di Darwin. L’uomo primitivo avrebbe vissuto in piccole comunità, orde appunto, secondo Freud, dominate da uno stallone che teneva tutte le donne per sé, obbligando i fratelli all’omosessualità. Stanchi dell’oppressione, i fratelli avrebbero stretto un patto per uccidere il padre e vivere sotto la legge simbolica, che avrebbe preso il posto del padre reale.

Mitologia prescientifica a parte, Freud fraintende il significato delle small communities di cui parla Darwin in Descent of Man (cap. xx); le interpreta come “orde primitive” (Urhorde); parla addirittura di “orde primitive darwiniane” (Darwinsche Urhorde). Ma c’è una bella differenza tra orda e comunità: l’orda è omogenea, la comunità è variabile; l’orda prevede la soggezione di tutti all’uno; nell’orda tutti sono uguali sotto l’uno cui sono asserviti; volendo fare un paragone biologico, l’orda è come l’alveare dove tutte le api operaie sono a servizio dell’ape regina. La comunità umana, invece, nasce dalla variabilità; prevede la collaborazione tra diversi e la divisione del lavoro tra le diverse componenti. Una bella confusione quella di Freud, che sicuramente Darwin non avrebbe apprezzato. (Ancor meno avrebbe apprezzato il tentativo maldestro di Freud di sfruttare la sua autorità per avallare le proprie ideologie personali). Ma tant’è, Freud mancava della nozione di variabilità e non poteva cogliere la differenza tra orda e comunità.

Dopo Freud, Lacan e tanti altri con lui. L’EFP era l’orda dominata dal maestro Lacan. Sotto di lui gli allievi analisti erano tutti uguali; solo alcuni erano un po’ meno uguali degli altri nel ruolo di luogotenenti o presbiteri che controllavano l’ortodossia. L’ortodossia era emanata ex cathedra dal maestro nel suo venticinquennale seminario. L’allievo si metteva alla prova dell’ortodossia nel rito di passaggio denominato passe, dove rendeva conto a due passeur, letteralmente “traghettatori”, di come nella sua analisi si era autorizzato a collocarsi nel posto di analista per altri. A loro volta i passeur riferivano a jury d’accueil, che decretava se il passant era degno di essere accolto come AE (analyste d’ecole) nella scuola. Ne parlo per esperienza diretta, essendo stato il primo (e forse unico) italiano a sottoporsi a quel rito che – purtroppo o per fortuna – non si concluse con un verdetto. Infatti, nel frattempo… l’EFP si sciolse – per fortuna.

È questo il nome della miseria scolastica: il ritualismo. La scuola produce riti di conferma della dottrina, fissata dogmaticamente dal maestro. La scuola non è scientifica proprio perché, per poter trasmettere fedelmente i dogmi, deve necessariamente metterli al riparo da ogni possibilità di confutazione. Dal rito della formazione, che è una vera e propria conformazione, è a priori esclusa ogni forma di critica. Chi critica diventa ipso facto eretico. È sempre stato così nelle scuole freudiane, dai tempi dei primi grandi eretici: Adler e Jung. Quei grandi eretici, come lo stesso piccolo eretico Lacan, testimoniano che la psicanalisi, contro le intenzioni del suo inventore era già diventata ai tempi di Freud una religione: una religione con tanti preti – gli psicanalisti – ma senza Dio, o meglio e in modo più pertinente, con un dio inconscio. Della psicanalisi come scienza, auspicata da Freud sin dai tempi del Progetto per una psicologia (1895) non è rimasta traccia.

In questo senso le miriadi di scuole psicanalitiche, alcune riconosciute dallo Stato italiano come scuole di psicoterapia, tradiscono di fatto la loro funzione che è, di principio, la trasmissione di un sapere, dunque la conservazione della società di coloro che tale sapere praticano, per esempio nel caso della psicanalisi come cura delle nevrosi. Il caso della trasmissione della psicanalisi è paradossale e meglio di altri casi di trasmissione scolastica mette in evidenza l’impossibile che sta alla base di ogni tentativo di educare e governare il prossimo (cfr. S. Freud, L’analisi finita e infinita, 1937, cap. VII).

Infatti, la psicanalisi, se è freudiana, si basa sul sapere inconscio, che è un sapere che non si sa ancora di sapere. Come si trasmette allora la pratica di ciò che non si sa? Come si insegna a lavorare con l’ignoranza? La modalità del maestro, che sa già cosa trasmettere, è per definizione inadeguata, per non dire contraddittoria. Anche Lacan era consapevole di questa aporia, tant’è vero che nel Seminario XVII del 1969 stabiliva che tra discorso del maestro e discorso dell’analista c’è un rapporto di capovolgimento: sono l’uno l’inverso dell’altro. In teoria l’inversione è chiara, ma in pratica? Come se ne esce?

Non la faccio lunga e mi fermo qui. In pratica, un abbozzo di risposta ce l’avrei; è l’inizio di una pars construens, che viene dopo la lunga pars destruens delineata sopra e ne sviluppa in modo coerente le premesse. Ma parlarne qui e ora mi porterebbe fuori tema. Ho parlato delle miserie della scuola. Dovrei ora parlare delle ricchezze della non-scuola.

Un tema per la prossima occasione di incontro e di confronto.

 

Il disagio nella psicanalisi freudiana ovvero l’abbaglio medicale di Freud

“Le malattie che le medicine non curano, le cura il ferro;
quelle che il ferro non cura, le cura il fuoco;
quelle che il fuoco non cura, bisogna ritenerle incurabili.”
Ippocrate, Aforismi.

Premessa

15 anni fa, nel maggio 1998, feci a Berlino al iv Congresso della Fondation européenne pour la psychanalyse una comunicazione dal titolo: Das Unbehagen in der Psychoanalyse heisst Psychotherapie (“Il disagio in psicanalisi si chiama psicoterapia”). Sostenevo che la psicanalisi non è scienza ma l’etica della scienza. Aggiungevo che la psicanalisi soffre per essere ridotta a psicoterapia. Soffre perché la risposta terapeutica soffoca la domanda di etica.

15 anni dopo non ho cambiato idea. Grazie alla nuova traduzione della Frage der Laienanalyse di Freud, in collaborazione con Davide Radice (Mimesis, Milano 2012), posso precisare meglio la premessa. Oggi sostengo che, proprio nella versione teorica e pratica datale da Freud, la psicanalisi freudiana non è scienza, ma si presenta come variante della medicina. Oggi sono convinto che la psicanalisi sia scienza, ma la tesi sul disagio non cambia, anzi viene ribadita: la psicanalisi soffre per essere ingabbiata in una sovrastruttura medica: in teoria nella metapsicologia, in pratica nella  psicoterapia. La psicanalisi soffre nella gabbia medicale costruita da Freud intorno al nucleo scientifico della sua psicanalisi;[1] la costruzione medicale, per la precisione ippocratica,[2] di Freud impedisce alla cura psicanalitica, che originariamente non è medica, di diventare l’etica adatta all’epoca scientifica. Leggi tutto “Il disagio nella psicanalisi freudiana ovvero l’abbaglio medicale di Freud”

Quindici anni fa…

IV. Kongreß der Fondation européenne pour la Psychanalyse

Berlin, 22. 24. Mai 1998

Organisation: Martin Lerude, Jutta Prasse, Claus-Dieter Rath

Das Symptom in der Psychoanalyse und die Psychoanalyse als Symptom

Antonello Sciacchitano (Milano)

“Il disagio in psicanalisi si chiama psicoterapia”

“Voglio solo sapermi al sicuro che terapia non uccida la scienza.”
S. Freud, La questione dell’analisi laica – Poscritto (1927)

Due definizioni negative di psicanalisi

1. Anche se di fatto promuove la guarigione del soggetto della scienza, in linea di principio la psicanalisi non è una terapia.

1.1. La psicanalisi non è una terapia perché [non conosce e] non applica alcuna ortodossia.

1.1.1. La psicanalisi non applica alcuna ortodossia perché lavora con il linguaggio, che non è un codice.

Friedrich Nietzsche
Friedrich Nietzsche

1.2. Da quale malattia presume di guarire la psicanalisi? Vi allude Nietzsche in questo dialoghetto della Gaia Scienza:

A. Ero malato? Sono guarito? E chi è stato il mio medico? Come ho dimenticato tutto questo!

B. Ora ti credo che sei guarito, perché è guarito chi ha dimenticato.

1.3. La malattia del soggetto della scienza si chiama assenza di responsabilità etica.

2. Anche se la psicanalisi nasce dal tronco della scienza non è scienza.

2.1. L’idea di trasformare la psicanalisi in scienza della natura fa ridere.

2.2. Ancora più ridicola (dérisoire, dice Foucault nella sua Storia della follia) è la pretesa di smerciare la psicanalisi come scienza umana.

Una definizione positiva di psicanalisi

3. Infatti, la psicanalisi è un’etica, la particolare etica del soggetto della scienza.

3.1. La guarigione, o meglio la convalescenza, che la psicanalisi offre al soggetto della scienza, si chiama etica del desiderio.

3.2. In quanto etica, la psicanalisi non è applicazione ma costruzione.

3.2.1. La psicanalisi non si applica alla scienza come una terapia si applica alla cura della malattia o la teoria alla pratica [tecnologica].

3.3. Il soggetto della scienza non è altro che il soggetto dell’inconscio.

3.3.1. Grazie alla psicanalisi il soggetto della scienza costruisce la propria sublimazione etica.

3.4. Gli psicanalisti dovrebbero interrogarsi sui fallimenti etici del soggetto della scienza.

3.4.1. Finché non è troppo tardi, gli psicanalisti dovrebbero cercarvi un rimedio.

3.4.2. Consiglio negativo: abbandonare la pratica psicoterapeutica, che non serve allo scopo.

3.4.3. Consiglio positivo: promuovere la psicanalisi come revisione del giudizio [morale].

La psicoterapia è la resistenza servile alla psicanalisi

4. La psicoterapia è l’illusione principe indotta dal potere nel soggetto della scienza cui fa credere che esista la cura che annulla la discrepanza soggettiva tra sapere e verità.

4.1. La psicoterapia non può mai essere di “ispirazione psicanalitica”, perché non ha preoccupazioni etiche [ma di conformismo].

4.1.1. Di fatto la psicoterapia usa il linguaggio come codice di comunicazione prestabilito.

4.1.2. Di principio la psicanalisi opera con il linguaggio come totalità [aperta] che non forma un intero [concluso in se stesso].

4.2. Di principio la psicoterapia non può essere “di ispirazione psicanalitica”, perché applica prescrizioni tecniche [prestabilite].

4.2.1. Di fatto la psicanalisi cerca di inventare [caso per caso] un’etica soggettiva [nuova. È questo lo specifico impossibile del suo mestiere].

5. Riducendo l’inconscio a mitologia archetipica [collettiva], la psicoterapia sbarra al soggetto della scienza la strada di accesso alla [nuova] etica del desiderio.

5.1. Abolendo il desiderio, il potere preferisce la psicoterapia alla psicanalisi.

5.1.1. Infatti, la psicoterapia conforma il soggetto al[la volontà del] potere, mentre la psicanalisi si cura solo dell’etica del soggetto; è indifferente ai problemi del potere.

6. [In linea di principio] lo psicanalista non può essere psicoterapeuta. [Lo sarà di fatto].

6.1. Infatti, lo psicanalista ha il compito di acuire e approfondire la divisione soggettiva tra sapere e verità, tra intelletto e libertà, [rispettivamente tra] finito e infinito.

Aspetti di mercato della psicanalisi

7. L’offerta della psicanalisi è limitata al[la domanda del] soggetto della scienza.

7.1. Ogni estensione ad altri soggetti (religiosi, filosofici, letterari ecc.) fa degenerare la psicanalisi a psicoterapia.

7.1.1. Naturalmente, la restrizione ha conseguenze economiche: la psicanalisi non si vende a tutti.

7.1.2. Ciò significa che, per sopravvivere, lo psicanalista deve trovare altri lavori diversi da quello di psicoterapeuta.

7.2. La psicanalisi è per chi “soffre” [gode?] di scienza [e a causa della scienza].

7.3. La psicanalisi è per chi vuole elaborare il desiderio [del soggetto della scienza].

Aspetti di politica della psicanalisi

8. Il disagio della psicanalisi deriva dalla mancata assunzione di responsabilità da parte degli psicanalisti verso il soggetto della scienza, preferendo diventare terapeuti.

8.1. La responsabilità dello psicoterapeuta è verso il potere, non verso il soggetto. La responsabilità dell’analista l’inverso.

[8.1.1. Perciò è giusto che esista la legge che regola l’esercizio della psicoterapia ma non della psicanalisi ed è due volte ingiusto che lo psicanalista sia processato per esercizio indebito della psicoterapia.]

8.2. La psicoterapia è la scienza del servo che si conforma alla volontà del signore. [Cfr. Initium sapientiae timor domini.]

8.2.1. La psicanalisi è l’inverso della psicoterapia perché è l’inverso del discorso del padrone. [Cfr. Lacan, Seminario XVII].

8.2.2. In altri termini, la psicoterapia applica al nevrotico il discorso del signore, in particolare di “Nostro Signore”, [conformandolo ai suoi ideali].

8.3. Le scissioni nel movimento analitico nacquero perché Freud pretendeva andare avanti con la psicanalisi, mentre gli allievi preferivano fermarsi alla psicoterapia, se non all’ipnosi, e smisero di seguirlo, quando non gli si opposero con violenza.

8.4. Il disagio nella psicanalisi nasce dall’inibizione etica di cui soffrono (godono) gli analisti.

8.4.1. Purtroppo la guarigione dall’inibizione richiede più tempo e più lavoro analitico della remissione del sintomo nevrotico.

8.4.2. Infatti, il superamento dell’inibizione, richiede di costruire una nuova formazione dell’inconscio. [Non è come curare un sintomo sostituendolo con un altro].

[8.4.3. La nuova formazione dell’inconscio può ma non necessariamente deve essere la formazione di un nuovo analista. L’emergenza dello psicanalista è un evento contingente, imprevedibile e indeterminato. Non può essere ratificato da un diploma].

9. Concludendo, se il legame sociale tra psicoanalisti [e interessati alla psicanalisi] non ripropone la questione dell’etica [laica] in epoca scientifica, ma si limita a istituire gruppi di autoconsolazione o associazioni di mutuo soccorso, per opportunismo professionale, condanna la psicanalisi a sparire nella spazzatura del capitalismo.

(NB. Le [ ] introducono complementi e sviluppi di quindici anni dopo.)

 

Lettera di Freud ad Abraham sull’analisi laica

Propongo la traduzione di una lettera che Freud scrisse a Karl Abraham nel novembre 1924.

Karl Abraham
Karl Abraham

È di particolare interesse perché cita la questione dell’analisi laica come un argomento che non vuole ancora portare all’interno della Società Psicanalitica Viennese (cosa che farà all’inizio del ’26), ma vuole gestire cercando di influenzare le cosiddette “autorità”.

Cita poi il rapporto di Freud con Arnold Durig e ci fornisce da una parte un contesto all’importantissima lettera di poche settimane prima, dall’altra mette in discussione la tesi che Durig sia stato il modello sul quale Freud ha plasmato il suo interlocutore immaginario nel dialogo che ha luogo nella Frage del Laienanalyse: mentre per Durig Freud parla di “ampia convergenza”, nella Frage scrive “di non essere riuscito a convertire [l’imparziale] al suo punto di vista”.

È importante poi l’accenno al fatto che Freud appoggiasse il progetto di Helene Deutsch di strutturare a Vienna l’insegnamento psicanalitico sul modello dell’Istituto Psicanalitico di Berlino: in più di un’occasione Freud ha affermato infatti che l’analista si forma con l’autoanalisi.

 

Vienna IX, Bergasse 19

28. XI. 24

Caro amico,

Com’era nelle Sue intenzioni, ho dato lettura della sua lettera presidenziale all’interno della Società. Oggi voglio iniziare in modo informale il mio rapporto mensile in qualità di presidente. Mi dica però se una forma diversa le pare più adeguata.

C’è poco da comunicare. Nel corso dell’assemblea generale l’associazione, a seguito della mia lettera, mi ha rieletto. Federn è il vice, Bernfeld e Rank segretari, Reik responsabile della biblioteca. Con la revisione degli ospiti, al Dr. Urbantschitsch è stato tolto il diritto all’ospitalità. La maggioranza degli elementi più giovani ha deprecato la pubblicità poco rumorosa [sic] e di cattivo gusto che egli fa alla sua attività a Vienna. Alcuni dei più anziani sono dalla sua parte, Federn era profondamente risentito per il trattamento riservato al suo analizzando, sebbene egli non poté contraddire né il giudizio sulla sua scarsa attitudine intellettuale, né il giudizio sulla sua inaffidabilità e carente amor del vero.

Nell’ultima seduta, il 26. XI., la Deutsch ha tenuto una conferenza sulla menopausa nella donna, ricevendo un apprezzamento generale. La vedo oggi, mi deve presentare un piano per costituire un nuovo comitato didattico e organizzare l’insegnamento psicanalitico in stretto collegamento con il modello di Berlino. Sono d’accordo e spero che in questo modo riesca a farlo passare. È un tentativo di far fuori la cattiva amministrazione di Hirschmannsehe.

Non appartiene all’ambito della vita dell’associazione un avvenimento che mi riguarda e che può diventare importante. Il fisiologo Durig fa parte del Consiglio Superiore di Sanità e, come tale, è altamente “ufficiale”. Egli mi ha chiesto una perizia sull’analisi laica e io gliel’ho fornita per iscritto, poi ne ho discusso con lui a voce e fra di noi è risultata esserci un’ampia convergenza. Spero che adesso, per tutte le questioni di questo tipo, le autorità mi ascoltino.

Lei ha già letto la mia lettera a Eitingon con la descrizione del commiato di Rank. Spero che Ferenczi le abbia già inviato l’importante lettera di Brill che era indirizzata a lui. Ora posso aspettarmi che Berlino prenda posizione sull’insediamento del comitato, proposto in ultima istanza da Jones e Ferenczi.

Recentemente ho rivisto il mio recente contributo alla rivista, “La nota sul notes magico”. È da allora che non lavoro. La mia protesi mi tormenta ancora molto. Leggendo il suo accenno al divieto biblico di cucinare, ho avuto un déjà vu che non ho ancora chiarito, come se la connessione fosse stata già stata ribadita una volta o l’altra, sebbene io non riesca facilmente a stabilirla.

Cordiali saluti a Lei ai Suoi,

il suo Freud

 

Se volessi diventare astrologo…

… andrei da un astrologo già affermato, possibilmente il più rinomato sulla piazza, perché mi insegni a interpretare le configurazioni astrologiche; da lui imparerei a correlare i passaggi attuali dei pianeti nelle loro case con l’assetto planetario che ha presieduto alla nascita di chi mi chiede l’oroscopo, giustificando così previsioni future. Studierei codici antichi e moderni, sempre lasciando l’ultima parola al maestro di cui sono allievo. Poi diventerei un professionista, vendendo strologherie a giornali e a privati. Il popolo ama essere ingannato e lo ingannerei prontamente con lo stesso fervore con cui mi sono lasciato ingannare io stesso. L’ignoranza astrologica – un’antica e nobile ignoranza, risalente ai sacerdoti sumeri – verrebbe garantita al cento per cento: prima di diventare astrologo non sapevo che Giove avesse dei satelliti – le lune medicee, scoperte da Galilei – e continuerei a non saperlo da astrologo ben formato.

Isaac Cordal - Follow the leader
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www.isaac.alg-a.org/

Diversamente andrebbero le cose se volessi diventare astronomo. Innanzitutto, sarebbe largamente indifferente la mia preparazione di base; potrei essere matematico, fisico, chimico, geologo, addirittura biologo. In secondo luogo non troverei maestri, cui riferirmi, ma collettivi di ricerca astronomica: dagli Appennini (Laboratorio Nazionale del Gran Sasso) alle Ande (Centro telescopico di Atacama). La formazione dell’astronomo non segue un iter prefissato. La cultura di base che mi è richiesta è quella fisico-matematica, che qualunque università può dare; la mia specializzazione consiste nell’imparare a usare delle apparecchiature avanzate: dai telescopi terrestri e satellitari agli spettroscopi alle diverse lunghezze d’onda. Poi comincerei a lavorare al tema di ricerca del collettivo in cui mi sono inserito: dagli esopianeti ai lampi di raggi gamma e pubblicherei i risultati su giornali specializzati, esponendomi alle confutazioni del collettivo di pensiero astronomico.

La carriera dello psicanalista assomiglia più a quella dell’astrologo o dell’astronomo?

Ci sono pochi dubbi. Formalmente e materialmente psicanalista e astrologo sono figure professionali sovrapponibili: entrambi vendono prognosi e cure; ti dicono: sei stato questo e quest’altro a causa di certe configurazioni astrologiche o parentali; diventerai così e cosà; se seguirai i miei consigli o farai il mio iter terapeutico potrai migliorare la tua posizione al mondo. Della serie: “Se bevi il mio yogurt, puoi abbassare il tuo colesterolo”. Anche l’iter formativo dei rispettivi professionisti presenta inquietanti analogie astropsicologiche, nel nome della conservazione del sapere da trasmettere. Freud fu un ferreo custode dell’ortodossia psicanalitica; ne aveva tutto il diritto, avendo inventato la psicanalisi. Ma non si rese conto della trappola che andava costruendo con le proprie mani, riducendo la psicanalisi ad astrologia o a lettura della mano. Lo si scusa dicendo che si adeguava al positivismo dell’epoca, una forma di pensiero rigidamente determinista, ma è una sciocchezza storica. Freud era determinista come tutti i medici, pur vivendo all’epoca della meccanica quantistica (su cui non era informato), che è fondamentalmente indeterministica.

Ecco alcune conseguenze dell’ortodossia freudiana. Formalmente lo psicanalista in fieri chiede la propria formazione a una scuola di un ben preciso indirizzo. La psicanalisi non è una scienza. Pullula di maestri che insegnano le più disparate verità, ognuno la propria, ormai depositata in una scuola ben caratterizzata: freudiana, junghiana, lacaniana ecc. Il giovane segue un iter di conformazione al termine del quale non sarà più giovane, ma sarà stato addestrato ad applicare alla cura dei casi clinici la dottrina che gli è stata inculcata. Durante la sua attività professionale non avrà mai modo di mettere in discussione l’insegnamento ricevuto. Forse è diventato addirittura “didatta”, addetto a trasferire ad altri gli stessi pregiudizi che altri hanno trasferito su di lui. Dopo Galilei e Keplero si è mai visto un astrologo diventare astronomo? (Galilei e Keplero vendevano oroscopi per sopravvivere, come gli psicanalisti che fanno gli psicoterapeuti per sbarcare il lunario).

Materialmente, la formazione psicanalitica consiste nell’acquisizione di pregiudizi. I pregiudizi alla base della formazione psicanalitica sono delle mitologie. Ha cominciato Freud vendendo sul mercato della cura la mitologia dell’Edipo, riveduta e corretta in chiave nevrotica; ha proseguito Jung, convocando mitologie orientali accanto a quelle greche; oggi gli ultimi e i penultimi lacaniani vendono almanacchi che strologano sulla funzione del padre. Mitologie e astrologie sono narrazioni che raccontano verità indimostrabili e/o inconfutabili. Tecnicamente sono verità indecidibili. Stanno in piedi unicamente sull’autorità di chi le insegna. Il loro potere è quello ipnotico del rito che istituiscono: tre sedute alla settimana di psicoterapia per vent’anni, nel caso della psicanalisi. Poi, se non sei guarito, sei stato convinto di essere malato.

È possibile che uno psicanalista diventi astronomo della psiche da astrologo dell’anima, quale ha imparato a essere?

È molto difficile. La psicanalisi si è sviluppata e affermata come cura medica dell’anima. L’imprinting medico l’ha marchiata dall’origine; è inutile che gli psicanalisti si ribellino alla tirannia della diagnosi, magari codificata in qualche DSM; l’orientamento medicale resta indelebilmente impresso nella prognosi e nella cura psicanalitica, comunemente intesa nel senso di qualunque cura medica come ripristino dello stato presintomatologico. Allora si sente dire che le nevrosi di carattere non si curano e che per i borderline bisogna integrare la psicoterapia con gli psicofarmaci. La situazione è chiara: la medicina non è scienza, essendo inconfutabile; la psicanalisi, in particolare quella freudiana, non è scienza, e non diventerà mai scienza, essendo originariamente medica.

C’è qualche speranza?

La via d’uscita che intravedo è la creazione di collettivi di metaanalisi, cioè collettivi di pensiero, su basi paritarie e democratiche, dove insieme ad altri ognuno analizzi la propria esperienza di analisi, fatta come esperienza individuale nel setting freudiano, e formuli congetture su possibili analisi future, meno astrologiche di quelle passate. La difficoltà è tutta pratica. All’analisi, insegnava Freud, si resiste. Questa è una verità di fatto. Un’analisi si intraprende con la scusa della cura. Se questa scusa viene meno, chi e con quale coraggio vorrà intraprendere il difficile percorso analitico?

Già, per diventare psicanalista – un astronomo della psiche – ci vuole coraggio. Ci vuole coraggio morale, insegnava il mio maestro Jacques Lacan (si rilegga nei suoi Ecrits le Varianti della cura-tipo del 1955, debitamente censurate nell’edizione economica). Senza etica si rimane psicoterapeuti, cioè astrologi. Ma l’etica, come il coraggio – insegnava don Abbondio – uno non se la può dare. L’etica è un rischio collettivo. Come l’astronomia.

Qui andrebbe aperto un discorso serio che esula dall’approccio ironico di questo scrittarello. In epoca scientifica la posizione etica del soggetto della scienza non è più quella prescientifica. Il soggetto della scienza non si conforma né a etiche calcolistiche, come quella aristotelica, la cui virtù risulta dal calcolo del giusto mezzo tra due vizi estremi, né a etiche categoriche, come quella kantiana, che presume di escogitare legislazioni universali. L’etica della scienza è par provision, insegnava Cartesio. Qualunque morale va bene, purché la si segua fino all’ultima delle sue conseguenze, come qualunque congettura scientifica. Poi, se non va bene, la si cambia. È un’etica a posteriori, essendo inteso che paghi il dazio anche per le conseguenze che non avevi previsto. Se è vero che esiste l’inconscio freudiano, sei responsabile anche di quello che non sapevi.

Vai a dirlo all’astrologo che presume di prevedere tutto.

 

Il legame sociale metaanalitico tra chi si interessa di psicanalisi

Chè quelli è tra li stolti bene a basso
Che sanza distinzion afferma e nega
Così nell’un come nell’altro passo.
Dante, Paradiso xii, 115-117

 

Néanmoins le discours psychanalytique (c’est mon frayage) est justement celui qui peut fonder un lien social nettoyé d’aucune nécessité de groupe.
J. Lacan, L’étourdit

 

Di cosa parlerò stasera? Vorrei parlare di psicopolitica o di politica della psicologia.[1]

MetaanalisiPer la verità, parlerò più di psicologia che di politica e forse non molto neanche di quella. Perché? Forse perché sono freudiano; come Freud ha lasciato in sospeso la questione della politica della psicologia, trattando solo marginalmente di psicologia della politica nel suo scritto del 1921 sulla psicologia delle masse, così anch’io toccherò solo tangenzialmente il campo della politica. Per colmare la lacuna freudiana sono costretto a rimandare il discorso politico vero e proprio e a parlare di logica. Insomma, parto ab ovo.

Ho appena detto che sono freudiano. Per evitare possibili equivoci, devo in via preliminare chiarire che razza di freudiano sono. Questo mi obbliga a un’apparente deviazione dal tema. Ma non preoccupatevi: alla fine anche la deviazione apparirà pertinente alla questione psicopolitica.

Che freudiano sono, allora? Sono un freudiano come molti freudiani; ho fatto un’analisi classica nel setting freudiano; ho passato i controlli di qualità con analisti più esperti, come voleva Freud; ho partecipato alle attività di una scuola freudiana, ivi compreso il rito di passaggio da analizzante ad analista: la cosiddetta passe, escogitata da un famoso freudiano dei miei tempi, Jacques Lacan. Se mi chiedono che psicanalisi esercito, rispondo che lavoro nel setting freudiano di divano[2] e poltrona. Ma non è un paradosso se dico che sono freudiano sì, ma né ortodosso né eterodosso.

Cosa sono, allora? Sono freudiano e basta.

O forse no, o meglio non esattamente. Dovrei dire che sono freudiano intuizionista. Cosa voglio dire? Voglio dire che applico a Freud la logica intuizionista di Brouwer, il quale ha inventato – ma dovrei dire meglio ha costruito – una logica alternativa all’aristotelica; l’ha indebolita sospendendo tra l’altro il principio del terzo escluso.[3] Per l’intuizionismo, l’alternativa binaria “eterodosso” o “ortodosso” non vale in generale. Giustamente, non vale nel caso di chi, come me, è contemporaneamente non ortodosso e non eterodosso. Non sono freudiano ortodosso, perché non conservo tutto di Freud; per esempio, non applico né in teoria né in clinica la metapsicologia freudiana delle pulsioni; ma non sono neppure eterodosso, perché non butto via tutto di Freud; ammetto innanzitutto l’esistenza dell’inconscio freudiano, come luogo epistemico del sapere che non si sa di sapere, il quale funziona secondo gli assiomi della rimozione originaria e dell’azione differita del sapere o Nachträglichkeit.

Come freudiano sui generis ho scritto un breve saggio sull’inconscio freudiano, intitolato Il tempo di sapere, che forse in questi giorni è già arrivato o arriverà presto in libreria per i tipi di Mimesis. Lo cito qui perché tratta anche di metaanalisi, di cui parlerò in conclusione del mio discorso.

In quel libretto prendo le mosse dalla logica intuizionista per dedurre conseguenze teoriche e pratiche che riguardano il freudismo. Mi chiederete come si possano dedurre conseguenze pratiche, addirittura politiche, proprio dalla logica, che di tutte le scienze umane è la più astratta. Dedicherò buona parte del tempo che mi è concesso a spiegarlo. Le conseguenze, anche politiche, si deducono poi abbastanza rapidamente.

*

Consentitemi un pizzico di autobiografia. Sin da quando entrai in psicanalisi – parlo di quarant’anni fa ormai, cara Gabriella – il mio interesse si rivolse da subito al problema freudiano della negazione che non sempre nega e al problema lacaniano delle scienze congetturali. Aggiungo che la giustificazione freudiana del fatto clinicamente evidente della negazione che non sempre nega non mi ha mai convinto del tutto. La storiella dell’espulsione fuori dall’Io di contenuti psichici sgradevoli e il loro ritorno alla coscienza dell’Io grazie al simbolo della negazione mi è sempre sembrata, per non dire tautologica, pesantemente antropomorfa. Presuppone, infatti, un piccolo uomo dentro l’uomo, che dirige l’uomo. Ho lavorato a questo tema per quindici anni, senza ricavarci molto, anche perché ero inibito dalle dottrine delle scuole di psicanalisi che allora frequentavo. Le dottrine sono fatte per non pensare; addormentano la ragione. Così per quindici anni ho applicato le dottrine freudiane e lacaniane vigenti in certe scuole senza pensare e, quindi, senza risolvere il mio problema.

Poi la svolta. Risale alla fine degli anni Ottanta il mio incontro con l’intuizionismo di Brouwer. Fu un incontro casuale, anche perché l’intuizionismo non era allora e non è tuttora una corrente di pensiero alla moda. Molto probabilmente, solo una trascurabile percentuale dei presenti ha mai sentito parlare di intuizionismo. Ma fu un incontro per me fecondo. Mi auguro che lo sia anche per voi da stasera in poi.

Cosa propone l’intuizionismo? L’intuizionismo propone delle sospensioni di principio; propone una logica “a levare”, contrapposta alla logica “a porre”. La metafora del levare e del porre fu usata da Leonardo per distinguere tra scultura (che leva materia dal blocco di marmo) e pittura (che pone materia sulla tela del quadro); la distinzione piacque così tanto a Freud che la usò per differenziare la psicanalisi, una pratica “a levare” (pregiudizi e rimozioni), dall’ipnosi, una pratica “a porre” (comandi postipnotici).[4] Chissà se anche l’intuizionismo sarebbe piaciuto a Freud? Forse per via dell’attenzione ugualmente sospesa dell’analista, che sospende il suo sapere e i suoi sistemi di giudizio, Freud avrebbe avuto motivo di interessarsi alla logica intuizionista, perché questa “leva” (sospende, ma non nega!) tre principi dalla logica classica: una coppia di doppie negazioni e il principio del terzo escluso. Vediamolo più da vicino.

Il principio di esistenza, che vale in logica classica, è una variante della legge di doppia negazione: posto che ciò che è contraddittorio non esiste, se una cosa non implica contraddizione, allora esiste.[5] Questo principio è sospeso dall’intuizionismo, che è una pratica matematica costruttiva. Per affermare l’esistenza di un oggetto matematico all’intuizionista non basta dimostrare che la sua esistenza non implica contraddizioni; richiede che chi afferma l’esistenza di un oggetto lo “sappia” effettivamente costruire o almeno dare la ricetta per costruirlo.

Volete un esempio non matematico di esistenza stabilita per via costruttiva, non solo non contraddittoria? Eccolo, famoso e a portata di mano: il cogito cartesiano è un esempio di costruzione dell’esistente e di esistenza costruita; il soggetto che pensa esiste dopo aver pensato che tutto il verosimile è falso; il soggetto cartesiano esiste senza scomodare il principio di non contraddizione, ma costruendo la propria esistenza con i materiali del dubbio. Se anche tu penserai che il verosimile sia falso, esisterai come pensante. Le congetture che lo scienziato pensa di falsificare nel proprio laboratorio o l’analizzante sul suo divano testimoniano l’esistenza del moderno soggetto della scienza. L’esistenza dell’inconscio freudiano è un altro bell’esempio di “costruzione in analisi”, che finora non ha prodotto contraddizioni ma molte resistenze, quasi come l’intuizionismo.

La seconda doppia negazione che l’intuizionismo sospende riguarda la possibilità di definire i quantificatori logici universale ed esistenziale l’uno attraverso l’altro. Per dimostrare che tutti gli x soddisfano il predicato f, l’intuizionista non si accontenta di dimostrare che non esiste un x che non soddisfa il predicato f.[6] In altri termini, per l’intuizionista i due quantificatori logici, l’esistenziale e l’universale, sono effettivamente diversi; non si può definire il per ogni attraverso l’esiste almeno uno; il quantificatore universale non risulta dalla semplice somma di esistenze particolari, ma dice qualcosa di più e di irriducibile alla sua estensione.[7]

La terza sospensione intuizionista ci porta ancora più vicino a Freud. Infatti, nell’intuizionismo non vale in generale il principio del terzo escluso, secondo cui è sempre vera l’alternativa: o è vero A o è vero non A, indipendentemente dalla verità di A.[8] Tale principio fortemente binario – lo chiamerei il principio “o la va o la spacca” – vale nel caso di universi finiti; decade nel caso di universi infiniti. Perché dico che sospendere il terzo escluso ci avvicina a Freud? Per almeno tre motivi.

Il primo motivo è di fatto e ci riporta al mio punto di partenza. Se A vel non A non vale sempre, vuol dire che la negazione non copre sempre tutto l’ambito che sta fuori da A, cioè la negazione non nega del tutto. Se il paziente dice che la madre non è, l’analista è autorizzato ad arguire che è la madre e, di fatto, in molti casi è molto probabile che ci azzecchi.

Il secondo motivo è di principio. La sospensione del terzo escluso sospende l’onniscienza implicita nella logica classica, per cui per ogni enunciato si sa dire qualcosa, precisamente che o vale A o vale non A, anche se non si conosce il valore di verità di A. Chiaramente, sospendere l’onniscienza è una condizione necessaria per pensare l’inconscio, se è vero che l’inconscio freudiano è un sapere che non si sa di sapere.

Il terzo motivo è scientifico. Il principio del terzo escluso si può riformulare in termini modali, affermando che è impossibile che A e non A siano entrambi falsi. Ebbene, il discorso scientifico sospende questa impossibilità ed estende il campo d’azione del falso. L’esempio che dà Brouwer è illuminante. Consideriamo la sequenza di dieci cifre 1234567890. Essa esiste nell’espansione decimale di π? Non lo sappiamo. È falso dire che esiste, perché a tutt’oggi, per quanto ne so, non è stata trovata, nonostante si conosca qualche miliardo di cifre di π; ma è anche falso dire che non esiste, perché non si conosce la dimostrazione del teorema che ne nega l’esistenza perché contraddittoria.

[Breve digressione epistemologica, aggiunta dopo la conferenza. Anticamente, nella cosiddetta quaestio disputata si mettevano a confronto due affermazioni: una ortodossa e l’altra eterodossa, A e non A, le quali non avrebbero potuto essere entrambe vere, in nome del principio di non contraddizione. Questo modo di procedere argomentativo, adatto alla teologia, al diritto e alla medicina, cioè alle materie di insegnamento delle università medievali, e finalizzato alla difesa dell’ortodossia, non ha più corso in epoca scientifica. Oggi in fisica si confrontano due teorie che sono, allo stato attuale, entrambe false, benché entrambe poderosamente e paradossalmente confermate da masse strepitose di risultati empirici: la teoria della relatività e la meccanica quantistica; non si sa per quanto tempo ancora la fisica permarrà in questo stato epistemologicamente incerto, che fa vacillare il principio aristotelico del terzo escluso, il quale esclude appunto la possibilità che A e non A siano entrambe false. Adottando nella Questione dell’analisi laica il formalismo della quaestio disputata, Freud si predispone a difendere la propria ortodossia. Oggi, in epoca scientifica, il modo di procedere argomentativo della disputatio si usa solo nei tribunali; non si usa in campo scientifico dove non esistono ortodossie e si procede per confutazioni più che per conferme.]

Il motivo scientifico è chiaramente epistemico e perciò avvicina l’intuizionismo al freudismo. Potrei dire ancora di più e affermare che all’interno della logica intuizionista si possono definire operatori epistemici che formalizzano il significato di affermazioni come “so che” o “desidero che”. Ne ho parlato nel saggio citato, dove uso tesi classiche non intuizioniste, come il terzo escluso e la doppia negazione, per definire operatori che trasformano l’enunciato generico X nell’enunciato epistemico del genere “so che X” o “desidero che X”; il risultato si comporta come il sapere o il desiderio inconsci. Hanno molti teoremi in comune.[9]

Non posso dire di più per non andare fuori tema. Qui mi limito a dire che sia l’intuizionismo sia il freudismo valorizzano il falso: l’intuizionismo attraverso la dimostrazione per assurdo, che falsifica la falsificazione per dimostrare la verità; il freudismo, perché tutte le formazioni dell’inconscio che si trattano in analisi sono “false”: il transfert è un falso amore, il sintomo è un falso godimento, il sogno è un falso – perché allucinatorio – soddisfacimento del desiderio, il lapsus è una falsa affermazione della verità. Direi che intuizionismo e freudismo sono scientifici in quanto trattano la transizione dal più falso al meno falso.

Concludo le premesse logiche affermando che la logica intuizionista, come il freudismo, è una forma di costruttivismo epistemico. Presuppone che tu abbia un sapere e che voglia esprimerlo attraverso una costruzione logica. In questo è affine alla psicanalisi freudiana, che presuppone che tu abbia un inconscio, cioè che tu sappia delle cose che non sai di sapere e che voglia venirne a sapere attraverso certe “costruzioni in analisi”. Per comprendere il seguito del mio discorso tenete presente questo parallelo tra intuizionismo e freudismo.

 

*

 

E la psicopolitica di cui volevi parlare – mi chiederete – dove è andata a finire?

La psicopolitica sta giusto dietro l’angolo. Ma prima di svoltare l’angolo mi preme fare una seconda precisazione sul genere di freudiano che io sono, questa volta positiva. Non sono ortodosso e non sono eterodosso, come ho detto; sono un freudiano che applica Freud a Freud. Dovrebbe essere evidente da quanto precede. Voi forse avete recepito poco delle mie precedenti elucubrazioni logiche, ma non potete non aver notato che sono partito da Freud – dalla sua negazione che non sempre nega – e dopo una lunga perifrasi intuizionista sono tornato a Freud con una teoria meno ortodossa, ma certamente più scientifica, quindi – dal mio punto di vista che considera la psicanalisi una scienza – più autenticamente freudiana.

Vi interessa la scienza, in particolare quella freudiana?

Se sì, allora preparatevi a fare un secondo giro sulla mia giostra.

Freud ha prodotto le sue tesi di psicologia sociale nell’arco dei cinque lustri che vanno da Totem e tabù fino a L’uomo Mosè e la religione monoteista. Si sa che Freud non voleva fare il medico ma lo scienziato sociale; maturati i 55 anni, ormai libero dagli impicci che gli imponeva la pratica professionale della psicoterapia, realizzò le proprie aspirazioni. Nel poco tempo che mi rimane, neppure volendo potrei dare un quadro sintetico delle posizioni sociologiche di Freud. Mi limito, allora, a segnalare un tratto comune a tutte loro: quello su cui ritengo necessario far leva per operare un piccolo ma fondamentale spostamento del freudismo; necessario, dico, per passare dalla vecchia politica della psicanalisi a una nuova. La mia segnalazione vuole anche correggere una potenziale non dico incoerenza, ma incongruenza della dottrina freudiana.

Possiamo dimenticare tutto di Freud, dicevo, ma una cosa almeno dobbiamo conservare, se vogliamo ancora dirci freudiani. Freud ha inventato l’inconscio. Ha fatto esistere l’inconscio non solo in teoria, come von Hartmann o come Nietzsche, ma anche in pratica, inventando il dispositivo tecnico per farlo parlare e raccogliere le sue testimonianze nel setting analitico. Allora parto da qui: l’inconscio è un’invenzione epistemica; presuppone nel soggetto un sapere che è inconscio, cioè che non si sa di sapere. Tutto il lavoro di analisi consiste nel levare parzialmente l’ignoranza del sapere che il soggetto non sa di sapere, per portarlo a sapere.

Ebbene, affermo che l’incongruenza freudiana consiste in questo: l’inconscio freudiano è di natura epistemica, ma la sociologia di Freud non è epistemica: è ontologica. Freud presuppone un originario stato di natura, da cui il nostro stato attuale deriverebbe. “Stato” è il participio passato del verbo “essere”, non del verbo “sapere”. Detto nei termini della filosofia antica, Freud presuppone una phusis, una natura, di cui inizialmente parla in termini mitologici e successivamente offre versioni filosoficamente meglio argomentate, ma sempre in termini ontologici. Si può correggere la sociologia ontologica di Freud, riportandola nell’alveo dell’intuizione epistemica dell’inconscio? Si può correggere Freud rimanendo freudiani?

Non è facilissimo. Bisogna prima comprendere la difficoltà di fronte alla quale si trovava Freud. Freud non voleva fondare una sociologia qualsiasi; aveva in mente la sociologia della funzione paterna. Allora si trovò di fronte a un bivio: o battere la strada epistemica o quella ontologica. Il padre è incerto. Secondo la mitologia prescientifica l’incertezza sul padre si risolve uccidendolo per farlo esistere e poter prendere il suo posto; in epoca scientifica l’incertezza sul padre inaugura la pratica del dubbio cartesiano, che evolve nel progresso scientifico e nel legame sociale corrispondente. Durante la sua analisi con Fliess, Freud aveva imboccato a livello individuale la strada mitologica, precisamente edipica, e una volta passato sul piano collettivo continuò in quella direzione. Dieci anni dopo la sua analisi individuale, per descrivere il collettivo Freud tradusse il mito individuale di Edipo nel mito collettivo dell’orda primitiva.

Si trova nel quarto capitolo di Totem e tabù, intitolato Il ritorno infantile del totemismo; è una vera e propria teoria infantile, che Freud falsamente attribuì a Darwin. Sapete di cosa si tratta; l’Urvater, il padre primitivo, era uno stallone, ein Männchen;[10] teneva per sé tutte le donne, costringendo i fratelli all’omosessualità, finché i fratelli non lo uccisero, si ripresero le donne e stabilirono il patto sociale di non aggressione reciproca, ponendosi ciascuno potenzialmente nella posizione del padre.

Dall’approccio mitologico o ontologico deriva la teoria dell’identificazione e del legame sociale che ne consegue. Il popolo si identifica al superuomo che – sostiene Freud – viene dal passato e non dal futuro, come vorrebbe Nietzsche; in nome della comune identificazione al Führer, i membri del popolo stanno insieme. Rileggo la chiusa dell’ottavo capitolo della Psicologia delle masse e analisi dell’Io: “La massa primaria è formata da un certo numero di individui che hanno messo un unico e medesimo oggetto al posto del loro ideale dell’Io e che pertanto si sono identificati l’uno con l’altro nel loro Io”.[11] Poco più avanti, nel capitolo decimo, Freud sancisce la riduzione definitiva della psicologia collettiva all’individuale affermando: “La massa ci appare una reviviscenza dell’orda primitiva”.[12] Il collettivo freudiano è tristemente omogeneo: tutti dipendono dall’Uno senza interagire tra loro in qualche forma di mercato o di scambio reciproco, come monadi senza finestre, alla Leibniz, o come anime belle, alla Hegel.[13] Ognuna di loro vive rinchiusa nell’ideale del padre morto e si consuma in esso, senza produrre un vero legame sociale.[14] Il vero legame è del singolo con il Führer, non dei singoli tra di loro. Il disegno proposto da Freud per rappresentare il proprio pensiero si interpreta senza ambiguità: delle linee piene uniscono l’oggetto psichico all’ideale dell’Io, all’interno dell’apparato psichico del singolo; delle linee tratteggiate uniscono, ma in realtà separano, i singoli tra di loro.

Freud - Identificazione nell'uno

Sul web si presenta così:

Führer

La storia è raccontata in modo solo un po’ più complicato nell’Uomo Mosè, dove il padre originario non propone se stesso come padre vero ma annuncia l’Unico vero Dio Padre. Anche lui viene ucciso; l’uccisione dell’ambasciatore di Dio convalida la legge come legge di Dio. Il “Dio è morto” di Nietzsche, racconta in sintesi la storia del parricidio. Dio è tanto più efficace quanto più è morto, racconta Freud. Se Dio non morisse non ci sarebbe alcun superuomo, tanto meno uomini.

Tra le due narrazioni edipiche, l’individuale e la collettiva, si situa logicamente l’elaborazione freudiana della pulsione di morte, che presuppone lo stato di natura della lotta di tutti contro tutti, l’homo homini lupus, secondo Hobbes.[15] Non potendo reggere a lungo questo stato universalmente e perennemente conflittuale, la civiltà richiede all’individuo di rivolgere l’aggressività verso gli altri contro se stesso, generando il disagio tipico dell’essere civile. Freud trasferisce così la mitologia dal padre al figlio; passa dal parricidio a una sorta di malattia autoimmune del soggetto contro il soggetto, che può arrivare al suicidio.[16] Questa è mitologia.

La mitologia non si discute, perché la mitologia è verità in assenza di sapere. Ma interroghiamoci su questa assenza di sapere: cosa c’entra la mitologia freudiana con il sapere che non si sa di sapere, cioè con l’inconscio? Stringiamo la domanda a un contesto più vicino a noi: cosa c’entra la mitologia dell’orda con la costituzione del legame sociale tra analisti e analizzanti? Purtroppo c’entra di fatto; sappiamo bene come sono andate le cose nel movimento psicanalitico e perciò non ho bisogno di entrare nei dettagli: le scuole di psicanalisi sono costruite come orde primitive. Incarnano la sociologia ideale di Freud. I vecchi come me che hanno vissuto nell’Ecole freudienne de Paris lo sanno bene. Del resto è un’esperienza comune nella storia del movimento psicanalitico, animato da sempre da orde che si combattono spasmodicamente tra di loro. La politica della psicanalisi è nata vecchia, anzi primitiva.[17] Ma cosa c’entra, in linea di principio, il modello di legame sociale identificatorio e autoaggressivo con l’inconscio? Cosa c’entra la mitologia dell’orda primitiva con il generico interesse per il sapere inconscio che chiunque può coltivare?

La mia risposta è semplice e categorica: poco o nulla. E per fortuna; chi abbia interesse un minimo interesse intellettuale per la psicanalisi, e non è necessariamente analizzante di qualche analista o membro di qualche scuola di psicanalisi, non è obbligato a calarsi nello schematismo dell’orda per recepire alcunché della proposta freudiana.

Ecco allora la mia proposta: abbandoniamo la mitologia freudiana e la connessa ontologia, anche a costo di passare per antifreudiani, e passiamo all’epistemologia. Più concretamente: abbandoniamo un certo freudismo e la sua mitopsicologia e rifacciamoci all’esperienza dell’analisi freudiana.

 

*

Quella che sto per dire è un’ovvietà.

Chi ha fatto esperienza d’analisi ha fatto esperienza del transfert. Il transfert non è un’esperienza esclusiva dell’analisi. Praticamente ogni amore ha una componente di transfert. Ma solo in analisi il transfert si analizza, rivelando la sua verità di falso amore.

Sto tornando a parlare di vero e di falso, quindi di logica, quindi di sapere. Non è un mio sintomo, ma una necessità che, sfruttata a dovere, ci consente di fare un passo avanti.

Chi più di altri teorici ha messo in evidenza la natura epistemica del transfert è stato Lacan. Secondo questo autore il transfert esordisce come supposizione di sapere. Il soggetto trasferisce sull’analista la propria libido, il proprio Affekt,[18] si dice in tedesco, cioè la propria eccitazione psichica, se suppone che l’analista conosca il suo desiderio. Lacan propone la figura del soggetto supposto sapere, che è in linea con la concezione epistemica dell’inconscio.[19]

Preferisco seguire questa concezione epistemica del transfert, piuttosto che quella freudiana di ripetizione di vissuti infantili, perché più in linea con la concezione epistemica di inconscio come sapere non saputo. Certo, anche nella concezione epistemica del transfert si ripete un vissuto infantile: il soggetto suppone che l’analista sappia il suo desiderio come da piccolo supponeva che i genitori leggessero i suoi pensieri. Ma la supposizione epistemica è per me preferibile all’ontologica, perché permette la rielaborazione; la si può modificare, mentre la concezione ontologica non lascia scampo a nulla che non sia l’eterna ripetizione dell’identico. Non si vede come si possa evitare la ripetizione dei traumi infantili, rimanendo a livello di quel che è stato. Quel che è stato è stato e non si modifica; lo si può solo dimenticare. Invece il pensiero e le supposizioni si possono modificare. La stessa pratica psicoterapica dell’analisi non può indugiare nell’ontologia; poco o tanto deve diventare epistemica, se vuole curare qualcuno.

La mia proposta, che occuperà le ultime battute della mia conferenza, ci avvicina finalmente alla politica della psicanalisi. A mio parere, grazie alla supposizione di sapere nell’altro si possono non solo praticare delle cure per le nevrosi, ma anche creare tra analisti, tra analizzanti e tra analisti e analizzanti dei legami sociali più consoni all’esperienza del transfert fatta in analisi, quindi in ultima analisi legami intersoggettivi più analitici, cioè più consoni alla teoria epistemica dell’inconscio.

Per essi ho inventato un neologismo. Parlo, infatti, di legami metaanalitici.

Cosa intendo?

Intendo l’applicazione dell’analisi all’analisi per promuovere l’analisi; intendo l’elaborazione del sapere analitico per far progredire il sapere analitico. Le cose potrebbero andare così.

Io suppongo un certo sapere nel collega che ha fatto un’esperienza – credo – simile alla mia; suppongo cioè che io e lui abbiamo elaborato delle forme di sapere in parte uguali, in parte diverse; addirittura, se siamo freudiani, supponiamo di avere ciascuno un inconscio, cioè un sapere che non sappiamo di sapere: io il mio, lui il suo, non essendo escluso il caso che io sappia meglio di lui ciò che lui non sa di sapere e lui meglio di me ciò che io non so di sapere. Si tratta, come propone John Rawls, di operare sotto la copertura di un “velo di ignoranza”.[20] Insieme facciamo delle congetture reciproche sui nostri saperi, che sono teoremi non ancora dimostrati di potenziali teorie. Da essi tentiamo di dedurre conseguenze, che li confutino. Finché dura questo lavorio sul sapere comune, dura tra me e il collega un legame epistemico. Quando il lavorio epistemico cessa, cessa il legame sociale. Poco male, perché il legame si riallaccia con qualche altro collega a partire da altre e rinnovate supposizioni.

Il legame metaanalitico è questo legame basato su congetture epistemiche.

Certo, è un legame più labile di quello ontologico; in particolare, è più instabile del legame identificatorio al capo dell’orda, che ha fondato la scuola di appartenenza, ma è più fecondo non solo di teoria ma anche di intuizioni da applicare nel lavoro clinico, nella pratica della cura, essendo omogeneo rispetto alla cura. Sul legame metaanalitico non si potranno fondare riti di convivenza stabili, perché è come una forma di libero amore, contingente; ma non è meno appassionato e non meno appassionante, perché si basa sull’amore del nuovo, che in epoca scientifica ha preso il posto della verità.

Per finire mi chiedo: sono veramente poco freudiane queste considerazioni metaanalitiche? Freud avrebbe potuto formularle?

In teoria, sì, in pratica, no.

In teoria, sì; essendo considerazioni epistemiche, cioè della stessa natura dell’ipotesi dell’inconscio, Freud avrebbe potuto arrivare a concepire un legame metaanalitico nei termini, per esempio, in cui ha parlato di psicanalisi come posteducazione, nel Compendio di psicanalisi.[21] In pratica, però, Freud non poteva concepire qualcosa di simile alla metaanalisi per tre ordini di ragioni.

La prima ragione è di ordine politico. Il legame metaanalitico è par provision, avrebbe detto Cartesio. Ha la vita breve delle congetture scientifiche, che durano finché non vengono falsificate. Freud, invece, voleva affidare la sua giovane scienza a una struttura sociale stabile, per non dire perenne. Neppure l’università gli andava bene. E l’affidò, allora, a una struttura arcaica, che dura dalla preistoria ed è la nostra eredità arcaica[22] o traccia mnestica filogenetica:[23] precisamente all’orda primitiva o Urhorde. Il ragionamento inconscio di Freud sarebbe stato: l’orda primitiva nacque 10.000 anni fa, ai tempi dell’ultima glaciazione; affidando la psicanalisi a una struttura arcaica, le garantisco una sopravvivenza di almeno altri 10.000. Così Freud fondò la prima società di psicanalisi di cui era il monarca assoluto, fondata su precisi riti di formazione dell’analista che durano tuttora. Peccato che il mito dell’orda primitiva non abbia molto credito tra i paleontologi. Il trucco di riferirlo all’autorità di Darwin non ha funzionato né in teoria né in pratica. Oggi la psicanalisi è mummificata nelle scuole di psicoterapia, che dell’orda primitiva freudiana non hanno più nulla, ma sono semplici agenzie formative protette dallo Stato.

La seconda ragione è di ordine scientifico. Freud non poteva fondare una psicanalisi scientifica, quindi non poteva concepire un legame di convivenza scientifica tra i praticanti della psicanalisi, perché non era scientificamente aggiornato sulla scienza dei suoi tempi.[24] Quando scriveva i Tre saggi sulla teoria sessuale, vennero riscoperti i saggi di Mendel sulla genetica. Della genetica mendeliana non c’è traccia nelle 7000 pagine delle Gesammelte Werke. Quando scriveva L’avvenire di un’illusione, Heisenberg formulava il principio di indeterminazione della meccanica quantistica. La “scienza” freudiana, invece, è completamente deterministica, addirittura sovradeterministica. La sua metapsicologia è organizzata come un libro di patologia medica, con tanto di eziologia e patogenesi in testa. Infatti, Freud condivideva il pregiudizio, che è giunto fino a noi, che la medicina fosse una scienza. Organizzare la teoria psicanalitica in nome del principio di ragion sufficiente, che vige in modo ferreo in medicina, significa estromettere la psicanalisi dal campo della scientificità. Purtroppo è quel che ha fatto Freud, di cui noi oggi paghiamo le conseguenze. Oggi esiste una legge che norma la psicoterapia, quella psicanalitica compresa, mentre non esiste ancora una legge che norma la fisica nucleare o la biologia darwiniana.

La terza ragione è di ordine specificamente psicanalitico. Freud non ha formulato una teoria specificamente psicanalitica del legame sociale. Se ricordate il disegno che Freud presenta alla fine dell’viii capitolo della sua Psicologia delle masse vedete che gli individui sono rappresentati da tratti pieni, che vanno dall’oggetto all’ideale dell’Io, mentre i legami intersoggettivi sono linee tratteggiate. Vuol dire che i legami sociali interindividuali non esistono? Vuol dire che esistono poco; non sono diretti, frutto dell’interazione tra soggetti, ma indiretti, mediati dalla comune identificazione con l’oggetto esterno comune, il capo dell’orda. Ma senza teoria analitica del legame sociale non ci può essere un legame sociale analitico.

Passando da Freud a noi, c’è da sfatare un altro luogo comune, che ci riguarda. Siamo soliti affermare che la scienza pretende di affermare verità categoriche, certezze assolute da applicare per sempre uguali a se stesse. Il comune senso filosofico ama dire che la scienza è un sapere che garantisce la propria verità. Questo è falso; la scienza non nutre di queste pretese, che lascia volentieri alla religione. Neppure la psicanalisi nutre pretese di verità. La psicanalisi è, come propone Lacan, una scienza congetturale[25] tanto quanto la fisica, la biologia e tutte le scienze umane. La psicanalisi, come ogni altra scienza, non è una religione, perché “non può se non avanzarsi” diceva Galilei,[26] e avanza mutando pelle, non conservando nei secoli la stessa dottrina, depositata in qualche catechismo. La conservazione è un problema di chi ha il potere; la scienza non ha potere, almeno finché non viene corrotta dal potere e, allora, cessa di essere scienza autonoma.

La metaanalisi – allora, e concludo – sarebbe una forma di pratica scientifica che mi sembra consona con le premesse freudiane; nel mio immaginario potrebbe estendere i riti freudiani dal piano individuale della cura psicanalitica al piano collettivo dell’analisi in quanto tale; anche nell’immaginario di Lacan, il conseguente legame sociale potrebbe risultare “ripulito da ogni necessità di gruppo”.[27]

Uso il condizionale, perché conosco bene le resistenze che si interpongono alla realizzazione di questa mia fantasia politica sulla psicanalisi. Undici anni fa feci a Milano una proposta analoga, che rimase lettera morta.[28] Perché? Credo di saperne alcune ragioni.

Perché i colleghi si sentono giudicati negativamente da una proposta che svaluta come non psicanalitica la loro formazione, che è avvenuta in termini di identificazione al loro maestro e alla dottrina della loro scuola? Questo è verissimo; purtroppo non so proprio come evitare questo scoglio, se non ricordando che la mia proposta non ha nulla di personalistico; mira a riformare la teoria politica della psicanalisi; non è una religione che richiede la conversione personale.

Perché i vecchi analisti, che possiedono le chiavi della dottrina, vogliono mantenere il potere di formare i giovani? Sì, c’è anche questo.

Perché a un certo punto ci si fissa su alcune acquisizioni che si considerano incontrovertibili e si vuole vivere tranquilli? Come negarlo?

Perché è finito il tempo della ricerca e ora dobbiamo guadagnarci da vivere? Certo. Tutto vero, ma il problema è più serio. Permettetemi di dirlo.

All’analisi, quindi a maggior ragione alla metaanalisi, si resiste a priori. La scoperta delle resistenze all’analisi è stata la grande scoperta pratica di Freud, una scoperta della stessa portata di quella dell’inconscio. All’analisi si resiste come si resiste alla scienza. Ma ecco l’inatteso paradosso! Alla scienza resistono non solo i suoi detrattori, ma gli stessi scienziati. Darwin resisteva alla propria teoria della selezione naturale, invocando il gradualismo nella formazione delle specie, rischiando di compromettere il suo “lungo ragionamento”, come lo chiamava lui. Einstein resisteva alla meccanica quantistica, che pure contribuì a far progredire. Freud resistette all’analisi da lui inventata, codificandola come dottrina eziologica di stampo medico,[29] chiamata metapsicologia, e rischiando di vanificare l’invenzione dell’inconscio.

E noi? E noi, che non resistiamo meno di quei grandi alla scienza, cosa possiamo fare?

Qualcosa, non poco e non da poco, lo possiamo fare; possiamo elaborare le nostre resistenze, magari inflettendole di quel poco o di quel tanto che basta a far emergere del nuovo. Non da soli, ovviamente, ma con chi ci sta.

Questo chiamo metaanalisi, se mai esiste. E siccome siamo intuizionisti, la metaanalisi esisterà, se la costruiremo. Ma attenzione, il lavoro da fare è molto.

Auguri di buon lavoro.

 


[1] Conferenza tenuta a Roma alla Libreria Mondadori di via Piave 18 il 24 gennaio 2013 su invito della d.ssa Gabriella Ripa di Meana.

[2]  Il termine freudiano non è né il goethiano Diwan né l’attuale Couch, ma è Ruhebett, “letto da riposo” (probabilmente contrapposto a “letto dove dormire”). Cfr. S. Freud, “Die Freudsche psychoanalytische Methode” (1904), in Sigmund Freud gesammelte Werke, vol. v, Fischer, Frankfurt a.M. 1999, p. 5 e S. Freud, “Zur Einleitung der Behandlung” (1913), in Sigmund Freud gesammelte Werke, vol. viii, Fischer, Frankfurt a.M. 1999, p. 467. Oggi la parola “divano” ricorre raramente nella letteratura psicanalitica. Si preferisce “lettino”; è un termine più medico (si pensi al lettino ginecologico).

[3]  La tecnica della sospensione è tipicamente moderna; fu inaugurata con l’invenzione delle geometrie non euclidee, che sospendono il postulato euclideo dell’unicità della parallela. La fisica quantistica si costruisce sospendendo la commutatività delle variabili dinamiche, valida in fisica classica. Le citate sospensioni non sono tra loro indipendenti, ma non posso entrare dell’analisi di questo punto interessante ma tecnicamente delicato.

[4]  Cfr. S. Freud, Über Psychotherapie (1904), in Sigmund Freud gesammelte Werke, vol. v, Fischer, Frankfurt a.M. 1999, p. 17; trad. in osf, vol. iv, p. 432. Sono “a porre” quasi tutte le teorie psicanalitiche postfreudiane, che pongono nuovi significanti al centro delle loro speculazioni: Jung gli archetipi, Lacan i significanti, Bion la griglia. Personalmente preferisco teorizzare per via di “levare”, sospendendo per esempio il principio di ragion sufficiente.

[5]  In formule, Ø($x.f(x) ® Æ) ® $x.f(x), dove Ø è il simbolo della negazione, $ il quantificatore esistenziale applicato alla variabile x, ® il simbolo dell’implicazione e Æ è usato come simbolo della contraddizione. Poiché ($x.f(x) ® Æ) equivale a Ø$x.f(x), il principio classico di esistenza si può scrivere: ØØ$x.f(x) ® $x.f(x). In logica classica il principio di non contraddizione, essendo non contraddittorio, esiste onticamente. Ciò rende la logica classica una logica “interna” all’ontologia.

[6]  In formule, Ø$x.Øf(x) ® “x.f(x), dove ” è il quantificatore universale.

[7]  I logici medievali, che si affaticarono intorno al problema degli universali, non conoscevano, forse oscuramente intuivano, la funzione della logica intuizionista. Oggi la sospensione di questo assioma è rilevante in sociologia computazionale, che studia l’emergenza nelle folle di proprietà “nuove”, non riconducibili alla somma dei comportamenti dei singoli.

[8]  In formule, A Ú ØA, dove Ú indica l’operatore dell’alternativa vel.

[9] Nel citato Il tempo di sapere ne passo in rassegna alcuni.

[10] S. Freud, “Totem und Tabu” (1912-1913), in Sigmund Freud gesammelte Werke, vol. ix, Fischer, Frankfurt a.M. 1999, p. 152; trad. osf, vol. vii, p. 130. Pudicamente le osf traducono “Männchen” con “maschio”. Freud riprende il suo mito, qualificandolo come just so story nel decimo capitolo della Psicologia delle masse. Cfr. S. Freud, “Massenpsychologie und Ich-Analyse” (1921), in Sigmund Freud gesammelte Werke, vol. xiii, Fischer, Frankfurt a.M. 1999, p. 136; trad. osf, vol. ix, p. 310.

[11] S. Freud, “Massenpsychologie und Ich-Analyse” (1921), in Sigmund Freud gesammelte Werke, vol. xiii, Fischer, Frankfurt a.M. 1999, p. 128; trad. osf, vol. ix, p. 304. Questo modello è troppo semplicistico in quanto trascura le interazioni tra individui, che sottomette a un unico principio gerarchico.

[12] Ivi, p. 137, trad. osf, vol. ix, p. 311. Concorda con la riduzione freudiana del collettivo all’individuale Hans Kelsen in H. Kelsen, Il concetto di Stato e la psicologia sociale con particolare riguardo alla teoria delle masse di Freud (1922), in Id., La democrazia, trad. G. Contri, Il Mulino, Bologna 1984, p. 403. Va detto che la riduzione freudiana del collettivo all’individuale, sulla base dell’unicità della libido nelle rispettive psicologie è un artefatto. Freud non suppone alcuna interazione tra gli individui della massa, ciascuno dei quali è identificato con il proprio Führer e non istituisce alcuna collaborazione con il prossimo. In senso stretto, Freud non ha un’autentica concezione di massa e di legame sociale.

[13] G.W.F. Hegel, Phänomenologie des Geistes (1807). VI.
Der Geist. C.
Der seiner selbst gewisse Geist.
Die Moralität. c.
Das Gewissen,
die schöne Seele,
das Böse und seine Verzeihung, trad. V. Cicero, Bompiani, Milano 2000, pp. 873-875 e p. 887.

[14] Nel modello freudiano, dominato com’è dall’alto, non esistono interazioni orizzontali.

[15] Si tratta di una mitologia ontologica che dall’Asinaria di Plauto arriva fino ai nostri tempi con la lotta servo-padrone di Hegel e la lotta di classe di Engels e Marx.

[16] Darwin non ha insegnato nulla a Freud, ivi compresa la lezione di biologia sul lupo, che è l’animale meno lupo che ci sia per i lupi; si sa che il lupo arriva a sacrificare se stesso per la sopravvivenza del branco.

[17] Non che la politica ordinaria, almeno in Italia, sia esercitata da soggetti meno primitivi.

[18] Affekt è un falso amico, non si traduce “affetto”!

[19] Infatti, già per dire “si suppone” Euclide dice upokéitai. Il soggetto è per definizione upokéimenos, supposto, participio passato di upokéisthai. Non c’è soggetto senza correlata supposizione epistemica già dal iii secolo a.C.

[20] J. Rawls, Una teoria della giustizia (1971), trad. U. Santini, Feltrinelli, Milano 1991, cap. i, § 3, p. 28. La proposta estesa della posizione originaria e del velo di ignoranza è ivi, cap. iii, § 24, p. 125.

[21] Nacherziehung. Cfr. S. Freud, “Abriss der Psychoanalyse” (1940, postumo), in Sigmund Freud gesammelte Werke, vol. xvii, Fischer, Frankfurt a.M. 1999, p. 101; trad. osf, vol. xi, p. 602.

[22] Archaische Erbschaft. Cfr. S. Freud, “Abriss der Psychoanalyse” (1940, postumo), in Sigmund Freud gesammelte Werke, vol. xvii, Fischer, Frankfurt a.M. 1999, p. 89; trad. osf, vol. xi, p. 594. Vedi anche S. Freud, “Der Mann Moses und die monotheistische Religion” (1937-1938), in Sigmund Freud gesammelte Werke, vol. xvi, Fischer, Frankfurt a.M. 1999, p. 204-205; trad. osf, vol. xi, p. 594.

[23] Phylogenetische Erinnerungsspur. Cfr. S. Freud, “Abriss der Psychoanalyse” (1940, postumo), in Sigmund Freud gesammelte Werke, vol. xvii, Fischer, Frankfurt a.M. 1999, p. 117n; trad. osf, vol. xi, p. 421.

[24] Freud sapeva bene di non essere un uomo di scienza. Si definiva un conquistador e un avventuriero del pensiero, non uno scienziato e neppure un pensatore. Cfr. Lettera a Fliess del 1 febbraio 1900.

[25] Il tema della congettura e delle scienze congetturali occupa Lacan per almeno un ventennio. Cfr. J. Lacan, “Fonction et champ de la parole et du langage en psychanalyse” (1953), in Id., Ecrits, Seuil, Paris 1966, pp. 284-286; J. Lacan, “Variantes de la cure-type” (1955), in Id., Ecrits, Seuil, Paris 1966, p. 361; J. Lacan, “La chose freudienne ou Sens du retour à Freud en psychanalyse” (1955), in Id., Ecrits, Seuil, Paris 1966, p. 435; J. Lacan, “Situation de la psychanalyse et formation du psychanalyste en 1956” (1956), in Id., Ecrits, Seuil, Paris 1966, p. 472; J. Lacan, “Subversion du sujet et dialectique du désir dans l’inconscient freudien” (1960), in Id., Ecrits, Seuil, Paris 1966, p. 806; J. Lacan, “La science et la vérité” (1965), in Id., Ecrits, Seuil, Paris 1966, p. 863; “Lacan in Italia”, La Salamandra, Milano 1978, p. 112-113 (“Je considère que cette façon de manipuler la vérité comme valeur c’est le propre même de la conjecture, c’est transposer la vérité sur le plan de la conjecture. […] Le rapport entre la conjecture et le savoir implique évidemment la fonction du réel; comunicazione personale, 31 marzo 1974).

[26] G. Galilei, “Dialogo dei massimi sistemi (Prima giornata)” (1624-1630), in Galileo Galilei Opere, a c. F. Flora, Ricciardi, Milano Napoli 1953, p. 391.

[27] J. Lacan, “L’étourdit” (1972), in Scilicet, 1973, n° 4, p. 31; ristampato in Id., Autre écrits, Seuil, Paris 2001, p. 474.

[28] A. Sciacchitano, “‘Pensiamo, dunque sono’. Note sul legame sociale epistemico”, in Il legame sociale tra psicanalisti, a cura di M.V. Lodovichi e A. Sciacchitano, Milano Palazzo delle Stelline, 2 febbraio 2002, ets, Pisa 2003, pp. 199-225. Si trova all’url: http://www.sciacchitano.it/Alle%20soglie%20del%20sito/Pensiamo%20dunque%20sono.pdf .

[29] La medicina non è una scienza, anche se ai medici vengono assegnati i premi Nobel. La medicina è una tecnica di cura organica, che applica risultati acquisiti altrove: in chimica, fisica, biologia. Ne parlo alla pagina http://www.sciacchitano.it/Eziologia/Perch%C3%A9%20la%20medicina%20non%20%C3%A8%20scienza.html

 

Una lettera di Freud alla Neue Freie Presse sul caso Reik

Propongo una nuova traduzione di una lettera che Freud scrisse nel luglio 1926 al giornale viennese “Neue Freie Presse”.

Neue Freie Presse

In essa compare una difesa di due laici eccellenti, Theodor Reik e Anna Freud, rei di aver offuscato la fama degli analisti medici. Freud ne approfitta poi per annunciare l’imminente pubblicazione de “La questione dell’analisi laica” proponendone un brevissimo riassunto.

 

[Neue Freie Presse: Il Dott. Reik e la questione dei guaritori* (1926)
Una lettera del Professor Freud alla »Neue Freie Presse«]

 

Stimata redazione,

in un articolo del vostro giornale del 15 c.m., viene trattato il caso del mio allievo Dott. Th. Reik. Precisamente nel paragrafo intitolato »Notizie dai circoli psicanalitici«, c’è un passo su cui vorrei fare alcune rettifiche. Ivi è scritto:

»… negli ultimi anni si è convinto che il Dott. Reik, acquisita una chiara fama con i suoi lavori filosofici e psicologici, abbia assai maggiore talento per la psicanalisi rispetto ai medici che si riconoscono nella scuola freudiana, e solo a lui e alla propria figlia Anna, la quale si è dimostrata particolarmente abile nella difficile tecnica della psicanalisi, egli ha affidato i casi più difficili.«

Credo che il Dott. Reik stesso sarebbe il primo a respingere una tale motivazione dei nostri rapporti. È vero invece che io ho fatto ricorso alla sua bravura per casi particolarmente difficili, ma solo per quelli nei quali i sintomi erano lontani dall’ambito somatico. Non ho mai mancato di dire al paziente che egli non è medico ma psicologo.

Mia figlia Anna si è dedicata all’analisi pedagogica su bambini e adolescenti. Finora non le ho assegnato nemmeno un caso di malattia nevrotica grave in un adulto. Ad oggi l’unico caso clinico che lei ha trattato era caratterizzato da sintomi gravi che lambivano lo psichiatrico e le è valso l’approvazione dei medici, avendo ottenuto un pieno successo.

Annuncio di una pubblicazione »Sulla questione dell’analisi laica«

Approfitto di questa occasione per comunicare che ho appena dato alle stampe un libretto »Sulla questione dell’analisi laica«. In esso cerco di mostrare cosa sia una psicanalisi; cosa pretenda dagli analisti; dibatto sui non facili rapporti fra psicanalisi e medicina e da questa esposizione faccio derivare quali serie perplessità emergano contro l’applicazione meccanica del paragrafo sui guaritori al caso dell’analista istruito.

Poiché ho rinunciato al mio studio viennese e ho limitato la mia attività al trattamento di un piccolissimo numero di stranieri, spero che per questo annuncio io non venga accusato di essermi fatto una pubblicità contraria alle regole professionali.

Con la massima stima,

il Vostro Professor Freud.

______
* [Apparso per la prima volta sulla “Neue Freie Presse” del 18 luglio 1926, p. 12 (incluso ›Annuncio di una pubblicazione Sulla questione dell’analisi laica‹).]

 

Nel passaggio in cui Freud riassume il proprio lavoro sulla questione dell’analisi laica, non traduco con “mostrare cos’è la psicoanalisi”, come è riportato nell’edizione della Boringhieri, ma con “mostrare cosa sia una psicanalisi”. Non è solo una questione linguistica, Freud afferma chiaramente nel suo testo del 1926 di proporsi il compito di spiegare ad una persona che non si è mai stesa sul divano cosa accada durante un trattamento psicanalitico. Quindi, anche nel passaggio successivo, è la situazione analitica, non la psicanalisi in astratto, a “pretendere” dall’analista una serie di competenze, ad esempio saper lavorare con il transfert e con le resistenze.

 

Bibliografia

S. Freud, Dr. Reik und die Kurpfuschereifrage (1926), in Gesammelte Werke, Nachtragsband – Texte aus den Jahren 1885 bis 1938, Imago Publishing Co. Ltd., London 1996, pp. 715-717.

S. Freud, Il Dottor Reik e il problema dei guaritori empirici, in Opere di Sigmund Freud, vol. 10, Boringhieri, Torino 1978, pp. 425-430.

 

Prefazione a “Rapporto sul Policlinico Psicanalitico di Berlino” di M. Eitingon

Propongo una nuova traduzione della prefazione che Freud scrisse per il “Rapporto sul Policlinico Psicanalitico di Berlino” di Max Eitingon. La prefazione di Freud venne scritta nel 1923. Il rapporto di Eitingon si riferiva invece all’attività dell’istituto nel periodo fra il marzo 1920 e il giugno 1922.

Insegna dell'Istituto Psicanalitico di Berlino

È interessante l’uso che Freud fa del termine Laien (laici / profani) a chiusura del suo testo. L’abbinamento con il termine Ärzte (medici) anticipa il significato che Freud cercherà di imporre per questa parola, ‘non medici’: poiché la medicina non prepara in alcun modo all’analisi, i Laien non sono ‘profani’, incompetenti dell’analisi, sono solo ‘non medici’, ovvero laici.

Se appare quasi banale constatare che un analista o è medico o non è medico, tuttavia la polarizzazione sulla medicina della questione della formazione analitica priva di fatto di ogni specificità i Laien, che si trovano a concepire la propria identità per sottrazione, in negativo.

Non va tralasciata poi l’impostazione del rapporto fra scienza e terapia nel terzo paragrafo, che considera la terapia come accessoria rispetto alla sua dimensione scientifica. È certo una posizione diversa da quella che svilupperà nella Frage dove parlerà di un nesso inscindibile fra ricerca e cura. Peraltro questo passaggio apre al tema dell’uso della psicanalisi come psicoterapia di Stato, quale si andò poi effettivamente configurando ad esempio in Germania negli anni ’20 come spiegato da Claus-Dieter Rath nel suo intervento sul blog.

Prefazione a “Rapporto sul Policlinico Psicanalitico di Berlino” di M. Eitingon

Il mio amico Max Eitingon, che ha creato il Policlinico Psicanalitico di Berlino e lo ha finora sostenuto con mezzi propri, nelle pagine che seguono relaziona al pubblico sui motivi per cui l’ha fondato, così come sull’organizzazione e sull’attività dell’istituto.

Posso contribuire a questo scritto solo con l’augurio che presto, anche in altri luoghi, si possano trovare uomini e associazioni che, seguendo l’esempio di Eitingon, diano vita a istituti analoghi.

Se la psicanalisi, accanto alla sua importanza scientifica, possiede un valore in quanto metodo terapeutico, se è in grado di assistere le persone sofferenti nella battaglia per soddisfare le richieste culturali, allora questa attività di aiuto dovrebbe essere dispensata anche a quella moltitudine di coloro che sono troppo poveri per poter pagare all’analista il suo faticoso lavoro.

Specialmente in questi tempi, questa appare come una necessità sociale dal momento che gli strati intellettuali della popolazione che sono particolarmente esposti alla nevrosi stanno cadendo inarrestabilmente nell’impoverimento.

Istituti come il Policlinico di Berlino sono in grado, anche da soli, di superare le difficoltà che altrimenti si oppongono a un insegnamento approfondito della psicanalisi. Essi rendono possibile la formazione di un grande numero di analisti preparati, nell’efficacia dei quali va ravvisata l’unica possibile protezione contro il danno patito dai malati a causa di inesperti e incompetenti, siano essi laici o medici.