W. Benjamin e la psicanalisi come “compito infinito”

Grazie alla singolare coincidenza tra l’espressione “unendliche Aufgabe”, usata da Freud nella sua Analisi finita e infinita e questo frammento di Walter Benjamin sul “compito infinito” abbiamo trovato un modo per spiegare il lavoro scientifico che si attua nell’analisi.

Innanzitutto, Benjamin cosa intende per scienza? La scienza cartesiana, par provision e congetturale? La scienza hegeliana, scienza del lavoro del concetto che rientra in sé stesso come Spirito Assoluto? Forse nessuna delle due. A Benjamin interessa la scienza dell’arte, in particolare la scienza della letteratura; interessa cioè un’ermeneutica scientifica, che sia un’ermeneutica dell’ermeneutica, cioè una scienza delle forme espressive, una scienza ultimamente formale.

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Del meccanicismo o il pensiero della variabilità

Le costruzioni nella scienza sono variabili

Una teoria scientifica si costruisce normalmente stabilendo certe correlazioni tra variabili. La costruzione si chiama modello e non presuppone che ci sia alcunché di ontico da prendere a modello. Basta che il modello presenti relazioni vere per una certa semantica. In questa sede mi occupo di definire la nozione di modello meccanico, in particolare in psicanalisi.

Ho introdotto subito il significante principale del mio discorso: variabili. Le correlazioni sono a loro volta delle variabili; si chiamano funzioni o applicazioni di una variabile rispetto a un’altra; le funzioni sono oggetti epistemici tali che a ogni valore di una certa variabile assegnano un valore ben determinato, e uno solo, di un’altra variabile. Alle funzioni si potrebbe applicare il motto di Nietzsche: “transvalutazione di tutti i valori” (Umwertung aller Werte). Dal punto di vista epistemico le applicazioni sono transfert di sapere: applicano il sapere codificato in una variabile nel sapere di un’altra; se sai cos’è un numero, sai cos’è un numero pari; te lo dice l’applicazione che fa passare dal numero n al numero 2n. Insomma, la scienza si fa attraverso valori, non attraverso rappresentazioni. La scienza produce nuovi valori da valori precedenti; non si preoccupa di conformarsi a quel che c’è, soprattutto perché quel che c’è ed è percepito dai sensi come ente è per lo più apparenza – un fenomeno, un’illusione, che poco ha a che fare con la realtà. La percezione di ciò che c’è, così come la viviamo, è solo un meccanismo di adattamento all’ambiente, selezionato dall’evoluzione naturale nell’arco di milioni di anni come il più conveniente alla sopravvivenza e alla riproduzione. Leggi tutto “Del meccanicismo o il pensiero della variabilità”

Sul falso e sul corpo

Presentazione del n. 359 di “aut aut” su “La potenza del falso”

Libreria Le Moline, Bologna 23 novembre 2013

Sono in imbarazzo ma lo devo proprio dire.

Oggi affronto tanto poco volentieri il tema della potenza del falso, quanto ieri, quasi due anni fa, aderii con entusiasmo alla proposta di Damiano Cantone di costruire un numero di “aut aut” sull’argomento. Il mio contributo a questa serata è tutto qui: si riduce a giustificare il mio singolare cambiamento di umore. Alla cui base non ci sono solo ragioni individuali, legate alla mia psicologia, la cui conoscenza non interesserebbe nessuno dei presenti, ma ci stanno anche e soprattutto ragioni generali e collettive, che forse per qualcuno dei presenti, se è filosofo, sarebbero interessanti, se non proprio da identificare, almeno da circoscrivere o approssimativamente localizzare.

Perché l’entusiasmo della prima ora?

L’entusiasmo si spiega facilmente e in breve.

Perché l’imbarazzo dell’ultima ora? Leggi tutto “Sul falso e sul corpo”

Il falso Cartesio, la maschera della verità

FILOSOFIaGRADO 8 settembre 2013

Presentazione del n. 359 di ”aut aut” sulla “Potenza del falso”, a cura di Damiano Cantone.

Per affrontare l’argomento ho provato ad adottare un non metodo. Mi sono concentrato sul secolo (il XVII, il secolo Barocco), in cui Cartesio ha operato, ha vissuto la sua vita particolare, rocambolesca. Il XVII secolo fu l’epoca in cui si formò la sua figura di intellettuale assolutamente moderno. Cartesio non era un chierico, non era un servitore di potenti, non fu precettore di nobili imberbi (se si eccettua un allievo di eccezione come Caterina di Svezia, con la quale si confrontava alla pari). Era un nobile che poteva vivere di rendita, un rentier; non pietì mai (vedi Kant) una cattedra universitaria; quindi non fece alcuna carriera accademica; non insegnò mai in un’università. Insomma, fu un outsider, che si muoveva in un ambito che chiamerei protointernet. Per Cartesio e altri intellettuali affascinati dallo sviluppo della scienza moderna, internet era una persona, era Padre Mersenne: un frate che faceva da server, da collettore, smistatore di una intensa corrispondenza intellettuale. Mersenne era il server di una rete di protoemail, una rete aperta anche ai non accademici o ai chierici. Leggi tutto “Il falso Cartesio, la maschera della verità”

Perché parlare di falso in psicanalisi?

FILOSOFIaGRADO 8 settembre 2013 ore 15

Presentazione del n. 359 di “aut aut” sulla “Potenza del falso”, a cura di Damiano Cantone.

In prima battuta devo giustificare la presenza di psicanalisti tra i filosofi che si sono impegnati a dedicare un intero numero della loro rivista alla potenza del falso. Devo farlo perché sono ragionevolmente sicuro che la maggior parte dei presenti ignora quanto la pratica psicanalitica sia pervasa – direi addirittura invasa – dalla potenza del falso, secondo la bella espressione di Damiano Cantone. Devo addirittura precisare che il falso che abita la psicanalisi è sì una potenza, ma non è in potenza. Quello psicanalitico è un falso in atto e presente in numerose varianti nei fenomeni della cura psicanalitica; non esagero dicendo che il falso ne costituisce il nerbo.  Leggi tutto “Perché parlare di falso in psicanalisi?”

Il medico immaginario

Prima di metter mano a rispolverare la mia biblioteca non sapevo che Molière avesse composto nell’arco di quattordici anni, fino alla morte, la tetralogia del cosiddetto “théâtre médical”: 1659, Le Médecin volant; 1665, L’Amour médecin; 1669, Monsieur de Pourcegnac, 1673, Le Malade imaginaire.

Il significante médecin innervava il sintomo nevrotico del Molière ipocondriaco. Neanche lui lo avrebbe negato. Era – avrebbe detto Lacan – il suo signifiant maître. Grazie al sintomo specifico di Molière, che struttura in modo tanto singolare la nevrosi dell’artista, possiamo capire qualcosa della struttura generale del discorso medico che, nonostante le ricorrenti rivoluzioni scientifiche, non è sostanzialmente cambiata dal v secolo a.C., 2500 anni fa, dai tempi della fondazione della scuola ippocratica di Cos fino ai giorni nostri.

A dispetto dell’assetto individualistico del rapporto medico-malato, la medicina è essenzialmente e prima di tutto un fatto collettivo, culturale ancora prima che pratico. In effetti, la medicina non si limita a trattare le malattie organiche dell’individuo o della collettività (epidemie e pandemie). Dopo aver occupato il terreno della psicologia, il discorso medico ha invaso prepotentemente i principali settori della cultura, esclusi forse solo quelli artistici; allora in economia si parla di mali da curare, di crisi da superare, di terapie da attuare; in psicanalisi si parla di psicoterapia come cura delle nevrosi; in filosofia la correlazione con il discorso medico è tanto stretta da andare al cuore comune dei due discorsi; in ontologia si parla dell’essere tanto quanto in medicina il riferimento costante è all’essere che sta per non essere più e il medico si accanisce a tenere in vita; il filosofo parla di essere-alla-morte come il medico parla di essere alla vita, finché ce n’è. La medicina arriva perfino a contaminare la filosofia di Nietzsche, tra le cui carte di Basilea si trova un progetto del 1873 intitolato proprio Il filosofo come medico della civiltà (Kultur). Curiosamente, tra i colleghi psicanalisti, i più attaccati all’aspetto psicoterapeutico della psicanalisi sono letterati e filosofi; i medici sono in generale scettici sul valore terapeutico della cura analitica, convinti come sono che la cura psicologica sia di serie B Leggi tutto “Il medico immaginario”

Un buco nell’acqua e due paradossi

Un buco nell'acquaProporrò un riassunto del testo La questione dell’analisi laica di Sigmund Freud e cercherò poi di mettere in evidenza due paradossi che a mio modo di vedere hanno indebolito il progetto freudiano di proteggere l’autonomia della psicanalisi e hanno quindi contribuito a far sì che questo testo diventasse “un buco nell’acqua”1, come poi Freud stesso l’ha definito. Leggi tutto “Un buco nell’acqua e due paradossi”

Boycott the DSM-5?

Per inaugurare un’azione politica, è consigliabile formulare prima una teoria, almeno parziale, di ciò che si sta per fare. Infatti, senza teoria c’è solo impolitica, come dimostra l’attuale disastrosa situazione italiana.

La considerazione preliminare, che qui propongo, è che la dimensione antipsichiatrica sia inerente a qualunque pratica di psichiatria, anche a quella più anodina. Non le viene aggiunta dall’esterno, ma sta al suo confine, come l’ombra sta al confine del corpo. Accettato il presupposto topologico, cerco di precisarne i contenuti.

L’antipsichiatria denuncia la filiazione medica della psichiatria, già iscritta nella sua stessa etimologia e, a tutti gli effetti, incancellabile. L’anti dell’antipsichiatria non cancella la connotazione medica della psichiatria, come la negazione freudiana non sempre nega. La psichiatria entra irreversibilmente in campo medico appena accetta di sottomettersi e conformarsi all’atto medico per eccellenza: la diagnosi, che è anche l’atto specifico della medicina. Diagnosi, prognosi e cura, è questa la trimurti medicale, dove l’ordinamento delle tre divinità è stretto: non c’è cura senza diagnosi; non c’è terapeuta, se non c’è stato prima il bravo diagnosta. Viceversa se c’è diagnosi, c’è medicina; in pratica in psichiatria c’è diagnosi, quindi la psichiatria è essenzialmente medicina, anche quando lo è suo malgrado, proponendosi come antipsichiatria. Leggi tutto “Boycott the DSM-5?”

Freud e il cattivo selvaggio

Per tutta la vita Freud ebbe un rapporto complessivamente ambivalente con medici e medicina. Nei confronti dei medici il suo rapporto fu sostanzialmente negativo; Freud ricambiò l’antipatia con cui l’establishment medico accolse le sue innovazioni tecniche nella terapia delle nevrosi e l’ampliamento della nozione di sessualità a ogni manifestazione psichica; nei confronti della medicina, invece, il suo rapporto fu fin troppo positivo; verso la medicina Freud mantenne un’acritica devozione, considerandola scienza a tutti gli effetti. Nella Psicanalisi “selvaggiatale simmetria è ancora allo stato nascente. È selvaggia la psicanalisi operata da incompetenti, ma gli incompetenti non sono ancora selvaggi. Freud parla di psicanalisi come tecnica medica di psicoterapia e considera “selvaggia” la psicanalisi di quei medici che applicherebbero nozioni psicanalitiche senza il rispetto dovuto a una disciplina medica. Nel 1910 tali medici sono ancora degli incompetenti che commettono infrazioni tecniche (technische Verfehlungen). Forzando in senso paranoico la simmetria e passando dalla psicanalisi selvaggia agli psicanalisti selvaggi, nel 1926 Freud scriverà La questione dell’analisi laica, per prendere le distanze dai medici incompetenti e difendere dall’accusa di ciarlataneria gli analisti non medici, definiti “laici”. Allora barbari e selvaggi diventano tout court i medici che pretendono esercitare la psicanalisi come tecnica medica, senza averne la preparazione specifica, mentre laici, ma non profani, sono i non medici, che quella preparazione hanno acquisito. È evidente l’intrinseca conflittualità che indebolisce la posizione di Freud, fino a fare della psicanalisi una tecnica di psicoterapia medica che, tuttavia, non può ipso facto essere applicata da medici. Come superare l’impasse concettuale freudiana? Leggi tutto “Freud e il cattivo selvaggio”

Come possiamo dirci freudiani?

“La psicanalisi è sorta sul terreno della medicina come un procedimento terapeutico”, questo è l’incipit della prefazione di Freud al Metodo psicanalitico del Dott. Oskar Pfister. A distanza di 100 anni esatti da quello scritto forse possiamo leggere l’affermazione freudiana in trasparenza, per esempio sospendendone la certezza. Certo, non si può sospendere la verità di fatto: la psicanalisi è una pianta nata, probabilmente per caso, nell’orto medico. Questa è una verità storicamente incontrovertibile. Ma si può sospendere la sottostante verità di principio, da Freud data per scontata, dubitando dell’essenza medica della psicanalisi.

In merito Freud non nutrì mai il minimo dubbio. Per lui la psicanalisi era una scienza medica, che veicolava una nuova forma di terapia di quelle malattie sui generis che sono le nevrosi, isteria in testa, oggi non più riconosciuta come malattia dalla successione dei DSM. Alla concezione medicale della psicanalisi Freud non rinunciò mai neppure quando, tredici anni dopo questa prefazione, scrisse un pamphlet contro i medici che esercitavano la psicanalisi senza adeguata preparazione: contro gli psicanalisti “selvaggi”, in pratica imbonitori senza scrupoli. Contro i medici sì, contro la medicina no, questa in estrema sintesi la posizione assunta da Freud nella Questione dell’analisi laica (vedi la nuova traduzione mia e di Davide Radice, uscita l’anno scorso da Mimesis). Si tratta di una posizione inevitabilmente connotata in senso paranoico – inevitabilmente paranoica, in quanto condotta con argomenti ad homines e non con argomenti scientifici, intersoggettivamente controllabili. Leggi tutto “Come possiamo dirci freudiani?”