W. Benjamin e la psicanalisi come “compito infinito”

Grazie alla singolare coincidenza tra l’espressione “unendliche Aufgabe”, usata da Freud nella sua Analisi finita e infinita e questo frammento di Walter Benjamin sul “compito infinito” abbiamo trovato un modo per spiegare il lavoro scientifico che si attua nell’analisi.

Innanzitutto, Benjamin cosa intende per scienza? La scienza cartesiana, par provision e congetturale? La scienza hegeliana, scienza del lavoro del concetto che rientra in sé stesso come Spirito Assoluto? Forse nessuna delle due. A Benjamin interessa la scienza dell’arte, in particolare la scienza della letteratura; interessa cioè un’ermeneutica scientifica, che sia un’ermeneutica dell’ermeneutica, cioè una scienza delle forme espressive, una scienza ultimamente formale.

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Del meccanicismo o il pensiero della variabilità

Le costruzioni nella scienza sono variabili

Una teoria scientifica si costruisce normalmente stabilendo certe correlazioni tra variabili. La costruzione si chiama modello e non presuppone che ci sia alcunché di ontico da prendere a modello. Basta che il modello presenti relazioni vere per una certa semantica. In questa sede mi occupo di definire la nozione di modello meccanico, in particolare in psicanalisi.

Ho introdotto subito il significante principale del mio discorso: variabili. Le correlazioni sono a loro volta delle variabili; si chiamano funzioni o applicazioni di una variabile rispetto a un’altra; le funzioni sono oggetti epistemici tali che a ogni valore di una certa variabile assegnano un valore ben determinato, e uno solo, di un’altra variabile. Alle funzioni si potrebbe applicare il motto di Nietzsche: “transvalutazione di tutti i valori” (Umwertung aller Werte). Dal punto di vista epistemico le applicazioni sono transfert di sapere: applicano il sapere codificato in una variabile nel sapere di un’altra; se sai cos’è un numero, sai cos’è un numero pari; te lo dice l’applicazione che fa passare dal numero n al numero 2n. Insomma, la scienza si fa attraverso valori, non attraverso rappresentazioni. La scienza produce nuovi valori da valori precedenti; non si preoccupa di conformarsi a quel che c’è, soprattutto perché quel che c’è ed è percepito dai sensi come ente è per lo più apparenza – un fenomeno, un’illusione, che poco ha a che fare con la realtà. La percezione di ciò che c’è, così come la viviamo, è solo un meccanismo di adattamento all’ambiente, selezionato dall’evoluzione naturale nell’arco di milioni di anni come il più conveniente alla sopravvivenza e alla riproduzione.

Lancio di dadi

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Sul falso e sul corpo

Presentazione del n. 359 di “aut aut” su “La potenza del falso”

Libreria Le Moline, Bologna 23 novembre 2013

Sono in imbarazzo ma lo devo proprio dire.

Oggi affronto tanto poco volentieri il tema della potenza del falso, quanto ieri, quasi due anni fa, aderii con entusiasmo alla proposta di Damiano Cantone di costruire un numero di “aut aut” sull’argomento. Il mio contributo a questa serata è tutto qui: si riduce a giustificare il mio singolare cambiamento di umore. Alla cui base non ci sono solo ragioni individuali, legate alla mia psicologia, la cui conoscenza non interesserebbe nessuno dei presenti, ma ci stanno anche e soprattutto ragioni generali e collettive, che forse per qualcuno dei presenti, se è filosofo, sarebbero interessanti, se non proprio da identificare, almeno da circoscrivere o approssimativamente localizzare.

Luitzen Brouwer

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Il falso Cartesio, la maschera della verità

FILOSOFIaGRADO 8 settembre 2013

Presentazione del n. 359 di ”aut aut” sulla “Potenza del falso”, a cura di Damiano Cantone.

Filosofi a Grado '13

Per affrontare l’argomento ho provato ad adottare un non metodo. Mi sono concentrato sul secolo (il XVII, il secolo Barocco), in cui Cartesio ha operato, ha vissuto la sua vita particolare, rocambolesca. Il XVII secolo fu l’epoca in cui si formò la sua figura di intellettuale assolutamente moderno. Cartesio non era un chierico, non era un servitore di potenti, non fu precettore di nobili imberbi (se si eccettua un allievo di eccezione come Caterina di Svezia, con la quale si confrontava alla pari). Era un nobile che poteva vivere di rendita, un rentier; non pietì mai (vedi Kant) una cattedra universitaria; quindi non fece alcuna carriera accademica; non insegnò mai in un’università. Insomma, fu un outsider, che si muoveva in un ambito che chiamerei protointernet. Per Cartesio e altri intellettuali affascinati dallo sviluppo della scienza moderna, internet era una persona, era Padre Mersenne: un frate che faceva da server, da collettore, smistatore di una intensa corrispondenza intellettuale. Mersenne era il server di una rete di protoemail, una rete aperta anche ai non accademici o ai chierici. Leggi tutto “Il falso Cartesio, la maschera della verità”

Perché parlare di falso in psicanalisi?

FILOSOFIaGRADO 8 settembre 2013 ore 15

Presentazione del n. 359 di “aut aut” sulla “Potenza del falso”, a cura di Damiano Cantone.

FILOSOFIaGRADO '13
Presentazione del n. 359 di “aut aut”: Damiano Cantone, Marcello Ghilardi, Massimiliano Roveretto, Renato Moglia, Antonello Sciacchitano

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Il medico immaginario

Prima di metter mano a rispolverare la mia biblioteca non sapevo che Molière avesse composto nell’arco di quattordici anni, fino alla morte, la tetralogia del cosiddetto “théâtre médical”: 1659, Le Médecin volant; 1665, L’Amour médecin; 1669, Monsieur de Pourcegnac, 1673, Le Malade imaginaire.

Il significante médecin innervava il sintomo nevrotico del Molière ipocondriaco. Neanche lui lo avrebbe negato. Era – avrebbe detto Lacan – il suo signifiant maître. Grazie al sintomo specifico di Molière, che struttura in modo tanto singolare la nevrosi dell’artista, possiamo capire qualcosa della struttura generale del discorso medico che, nonostante le ricorrenti rivoluzioni scientifiche, non è sostanzialmente cambiata dal v secolo a.C., 2500 anni fa, dai tempi della fondazione della scuola ippocratica di Cos fino ai giorni nostri.

Jean-Baptiste Poquelin (Molière)
Jean-Baptiste Poquelin (Molière)
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Un buco nell’acqua e due paradossi

Un buco nell'acquaProporrò un riassunto del testo La questione dell’analisi laica di Sigmund Freud e cercherò poi di mettere in evidenza due paradossi che a mio modo di vedere hanno indebolito il progetto freudiano di proteggere l’autonomia della psicanalisi e hanno quindi contribuito a far sì che questo testo diventasse “un buco nell’acqua”1, come poi Freud stesso l’ha definito. Leggi tutto “Un buco nell’acqua e due paradossi”

Boycott the DSM-5?

DSM
DSM

Per inaugurare un’azione politica, è consigliabile formulare prima una teoria, almeno parziale, di ciò che si sta per fare. Infatti, senza teoria c’è solo impolitica, come dimostra l’attuale disastrosa situazione italiana.

La considerazione preliminare, che qui propongo, è che la dimensione antipsichiatrica sia inerente a qualunque pratica di psichiatria, anche a quella più anodina. Non le viene aggiunta dall’esterno, ma sta al suo confine, come l’ombra sta al confine del corpo. Accettato il presupposto topologico, cerco di precisarne i contenuti.

L’antipsichiatria denuncia la filiazione medica della psichiatria, già iscritta nella sua stessa etimologia e, a tutti gli effetti, incancellabile. L’anti dell’antipsichiatria non cancella la connotazione medica della psichiatria, come la negazione freudiana non sempre nega. La psichiatria entra irreversibilmente in campo medico appena accetta di sottomettersi e conformarsi all’atto medico per eccellenza: la diagnosi, che è anche l’atto specifico della medicina. Diagnosi, prognosi e cura, è questa la trimurti medicale, dove l’ordinamento delle tre divinità è stretto: non c’è cura senza diagnosi; non c’è terapeuta, se non c’è stato prima il bravo diagnosta. Viceversa se c’è diagnosi, c’è medicina; in pratica in psichiatria c’è diagnosi, quindi la psichiatria è essenzialmente medicina, anche quando lo è suo malgrado, proponendosi come antipsichiatria.

Cosa diagnostica la psichiatria? Una cosa sola: la follia nel folle. C’è in proposito un’osservazione molto acuta di Foucault all’inizio della seconda parte della sua Storia della follia, nel capitolo intitolato Il folle nel giardino delle specie. Da Cartesio in poi la diagnosi di follia nel folle è semper certa, come la madre, anche se, paradossalmente, non si sa cosa sia la follia. Qualunque nosografia della follia non afferra il proprio argomento ed è destinata a chiudersi a vuoto su se stessa: dalla nosografia di Pinel a quella del DSM-5 si ripete sempre la stessa vacuità. Classificare la follia è come classificare l’essere. Con l’essere ci provò Aristotele con il metodo analogico, poi Porfirio con l’albero dei generi e delle specie, poi un filosofo che presumeva di distinguere l’essere dagli enti, invano. Con la follia idem. Follia ed essere restano inclassificabili, ontologicamente. L’atto medico non coglie né l’uno né l’altra, anche quando ci prova applicando i criteri eziopatogenetici classici, che nel caso psichiatrico diventano dei faux semblants. Però l’atto medico dello psichiatra riconosce il folle; lo giudica come tale in modo inappellabile e lo condanna alla reclusione o alla cura farmacologica, trattamenti che a loro volta producono patologia dove prima non c’era.

Ebbene, non è una contraddizione ma un paradosso. Quando lo psichiatra si appresta a diagnosticare la follia nel folle compie sì un atto medico, ma a vuoto, quando non è intrinsecamente dannoso e lesivo per la personalità del folle. Da qui la ribellione dell’antipsichiatra, anch’essa purtroppo vana. Boicottare il DSM-5 non serve a molto. Si resta con un pugno di mosche in mano.

Cosa potrebbe servire?

*

Da qualche anno, in collaborazione con Davide Radice, mi dedico alla ricostruzione della quaestio disputata intorno al concetto freudiano di Laienanalyse, l’analisi laica. La nostra posizione è espressa nella nuova traduzione commentata della Questione dell’analisi laica di Freud, pubblicata a Milano da Mimesis nel 2012.

Riassumo brevemente la posizione di Freud, che è giusto riconoscere come originariamente antipsichiatrica. Freud parte da una definizione apparentemente categorica. Dimenticando che nell’inconscio la negazione non sempre nega, afferma che i laici sono i non medici. L’analisi laica è l’analisi condotta da non medici, come traduce Cesare Musatti, sebbene non alla lettera.

Tutto filerebbe liscio, se non che… “innanzitutto c’è la questione della diagnosi”. È lo stesso Freud ad ammetterlo davanti al proprio interlocutore nel VII capitolo del pamphlet citato. Come si fa diagnosi di “nevrosi”? Come si distingue il sintomo nevrotico da quello organico? Come si può essere sicuri che si può applicare la terapia psicanalitica invece di una terapia organica?

A queste domande il “laico” non può in linea di principio rispondere, perché non ha la competenza medica, anche se di fatto saprebbe rispondere meglio del medico. Allora il laico deve chiamare a consulto il medico. A quel punto, nel momento esatto in cui il medico consultato formula la diagnosi e per il fatto stesso che una diagnosi è stata formulata, la psicanalisi laica diventa, suo malgrado, anche se esercitata da un non medico, un atto medico. In Italia, la psicanalisi laica è un’azione formalmente perseguibile come reato, del genere dell’esercizio indebito della professione medica.

Da qui la debolezza dell’argomentazione di Freud contro i medici che eserciterebbero la psicanalisi senza specifica preparazione. Se a monte c’è la diagnosi nosografica, anche l’atto psicanalitico diventa un atto medico; non c’è scampo; non c’è laicità possibile; non c’è autonomia dall’incombente perentorietà della medicina. Per essere convincente l’argomentazione di Freud avrebbe dovuto dissociare la psicanalisi dalla medicina, ponendo in secondo piano l’atto diagnostico. Ma Freud non rinunciò mai alla “scienza medica”, l’unico appiglio che secondo lui giustificava la psicanalisi come cura delle nevrosi. I suoi epigoni non furono meno freudiani di lui.

Analogamente, non rinunciano alla “scienza medica” sia i fautori sia i detrattori del DSM. I quali commettono tutti lo stesso errore di Freud: considerano la medicina una scienza. E la scienza sarebbe codificata nel manuale diagnostico.

Non sto facendo il processo a nessuno. Sto analizzando le posizioni teoriche correnti tra psichiatri e antipsichiatri. Ritenere che la medicina sia una scienza, e in quanto tale codificata nel libro, è una fallacia comune, che va incontro al bisogno popolare di certezze (di ipnosi?). Se la medicina è una scienza, la sua pratica non è ciarlataneria, anche se è psichiatrica. Il senso comune identifica nella scienza la garante e la certificatrice del vero, un po’ come la religione che ha le sue certezze nelle sacre scritture. I paramenti sacri della scienza medica sono il camice bianco dei suoi sacerdoti e, attualmente, le pesanti bardature tecnologiche che arredano le nostre strutture sanitarie. Questa fallace epistemologia ignora o vuole deliberatamnete ignorare che la scienza moderna è in gran parte congetturale; si basa, infatti, su assunti indimostrati, da cui l’uomo di scienza trae conseguenze probabili, anche quando sono talvolta altamente probabili. (L’unico criterio di scientificità di una congettura è che sia feconda di altre congetture). La medicina non è scientifica proprio perché non è congetturale. Parte da principi certi – codificati nelle direttive ministeriali – e li applica a finalità terapeutiche. La medicina è essenzialmente finalistica, come la scienza moderna a cessato di esserlo da Cartesio in poi.

Detto questo, all’obiettore dei vari DSM cosa resta da fare?

Una cosa molto semplice, in teoria, ma difficile, difficilissima, in pratica: tagliare i ponti con la medicina e con la sua falsa epistemologia basata sul principio di ragion sufficiente, che stabilisce che la causa determina l’effetto e ogni effetto ha una causa; nel caso, l’agente morboso produce l’effetto della malattia e la terapia, contrastando l’agente morboso, cura la malattia, ripristinando lo stato premorboso di salute. La follia non rientra in questo schematismo eziologico; la follia, come l’essere, ha la sua ragion d’essere che la ragione non intende. Dedicarsi a un altro “intendimento” della parola del folle, senza coartarla in qualche casella nosografica, ecco un nuovo compito che l’obiettore del DSM potrebbe darsi, lasciando il DSM nelle mani dei medici, perché ne facciano ciò che il discorso dominante – quello delle assicurazioni e delle case farmaceutiche – ritiene profittevole e conveniente.

Sì, è un’ingenuità, lo ammetto. Quanti medici o psichiatri sarebbero disposti a lasciarsi alle spalle il proprio titolo professionale, il reddito che ne ricavano e il decoro sociale che garantisce loro, magari per diventare dei semplici “ciarlatani” o “strizzacervelli”, addirittura perseguibili penalmente?

Ma, ripeto, non sto facendo il processo a nessuno; il mio discorso teorico è la premessa a un’azione politica collettiva; non si ferma a denunciare il tornaconto o le responsabilità individuali, che sono innegabili.

L’operazione di demedicalizzazione che sto qui proponendo è un’impresa formidabile, fuori dalla portata del singolo individuo, isolatamente considerato, ammesso che riesca a concepirla. Abbozzata la teoria occorre passare alla politica. Teoria e politica insieme stanno e insieme cadono. Nel caso, occorre un’azione politica che crei un collettivo di pensiero dove coloro che teorizzano la natura non medica, veramente laica, della cura psichica si ritrovino, si sostengano reciprocamente e propongano alla collettività più ampia un modo laico di affrontare e trattare la follia. La follia non è un morbo sacro e non abbiamo bisogno di un Ippocrate che ce lo dimostri. La follia è l’essere che sfugge alla presa del sapere. Per affrontare la follia non basta il sapere codificato nei manuali, che ne parlano pudicamente come psicosi variamente classificabili. Non basta che Freud promuova una psicanalisi esercitata da psicanalisti non medici; non basta promuovere una psichiatria senza iatròs. Volendo sfruttare l’occasione psicanalitica offertaci da Freud, occorre inventare una pratica di cura originariamente non medica, cioè non basata sulla diagnosi nosografica; occorre proporre alla società civile una “cura psichica” non sottoposta ai controlli professionali d’uso nella cura medica, a cui partecipino tutti i soggetti politici con tutto il loro sapere. Purtroppo nulla di tutto ciò si profila oggi all’orizzonte. Gli psicanalisti hanno persino proposto un loro Manuale Diagnostico Psicodinamico, ricalcato sul DSM, come se avessero paura di abbandonare il corrimano della medicina.

Altro che boicottare il DSM! Sarebbe come boicottare la Bibbia.

 

Freud e il cattivo selvaggio

Per tutta la vita Freud ebbe un rapporto complessivamente ambivalente con medici e medicina. Nei confronti dei medici il suo rapporto fu sostanzialmente negativo; Freud ricambiò l’antipatia con cui l’establishment medico accolse le sue innovazioni tecniche nella terapia delle nevrosi e l’ampliamento della nozione di sessualità a ogni manifestazione psichica; nei confronti della medicina, invece, il suo rapporto fu fin troppo positivo; verso la medicina Freud mantenne un’acritica devozione, considerandola scienza a tutti gli effetti. Nella Psicanalisi “selvaggiatale simmetria è ancora allo stato nascente. È selvaggia la psicanalisi operata da incompetenti, ma gli incompetenti non sono ancora selvaggi. Freud parla di psicanalisi come tecnica medica di psicoterapia e considera “selvaggia” la psicanalisi di quei medici che applicherebbero nozioni psicanalitiche senza il rispetto dovuto a una disciplina medica. Nel 1910 tali medici sono ancora degli incompetenti che commettono infrazioni tecniche (technische Verfehlungen). Forzando in senso paranoico la simmetria e passando dalla psicanalisi selvaggia agli psicanalisti selvaggi, nel 1926 Freud scriverà La questione dell’analisi laica, per prendere le distanze dai medici incompetenti e difendere dall’accusa di ciarlataneria gli analisti non medici, definiti “laici”. Allora barbari e selvaggi diventano tout court i medici che pretendono esercitare la psicanalisi come tecnica medica, senza averne la preparazione specifica, mentre laici, ma non profani, sono i non medici, che quella preparazione hanno acquisito. È evidente l’intrinseca conflittualità che indebolisce la posizione di Freud, fino a fare della psicanalisi una tecnica di psicoterapia medica che, tuttavia, non può ipso facto essere applicata da medici. Come superare l’impasse concettuale freudiana?

Riproporre una nuova traduzione di Sulla psicanalisi “selvaggia” di Freud vuole essere la premessa per risolvere quello che, proprio in senso freudiano stretto, si potrebbe considerare un sintomo di Freud. Tuttavia, per introdurre al testo citato, eviterò riflessioni patografiche sul “caso Freud”, ma esporrò alcune considerazioni teoriche desunte dalla stessa teoria freudiana. Il mio intento è di mettere in discussione e superare le dicotomie freudiane: selvaggio/non selvaggio o laico/non laico, che sono l’idolo polemico di Freud, non giustificato né come tema di ricerca né come progetto politico a difesa della psicanalisi, e di favorire la transizione della concezione della psicanalisi verso formati meno selvaggi, meno polemici, più scientifici e forse anche più efficienti per la politica della psicanalisi.

Imprescindibile punto di partenza è uscire dalla fallacia che stabilisce l’equivalenza tra medicina e scienza, cioè tra due attività concettualmente contrapposte, essendo la prima una tecnica, cioè un’attività finalizzata al conseguimento di risultati pratici, nel caso la guarigione psichica, e la seconda un’attività epistemica, senza altro fine che la curiosità incondizionata.[1] Ben consapevole di andare contro l’autorevole opinione del re di Svezia, che distribuisce premi Nobel ai medici allo stesso titolo dei fisici, chimici ed economisti, affermo e dimostro che la medicina non è scienza né in teoria né in pratica.

Comincio dalla teoria. Dal punto di vista teorico la medicina è una prassi cognitiva; in quanto tale anche la medicina è finalizzata al riconoscimento di quel che c’è veramente, cioè realisticamente, al letto del malato.[2] In questo senso, la medicina è due volte non scientifica: è non scientifica in quanto cognizione finalizzata, mentre la scienza è afinalistica,[3] ed è non scientifica in quanto adotta il principio ontologico di verità come adeguamento dell’intelligenza alla cosa, mentre la verità della scienza è nel principio di fecondità; è scientificamente vero ciò che promuove altra scienza, in modo largamente indipendente dalla “conoscenza vera” delle cose. Insomma, la medicina non è scienza perché è una pratica cognitiva – oggi addirittura computer aided – finalizzata al riconoscimento delle “vere” cose-cause morbose: batteri, virus, geni, condizioni ambientali, stili di vita individuali e collettivi. Il riconoscimento delle cause si chiama diagnosi ed è necessario alla medicina come condizione per poterle contrastare con terapie specifiche, che a loro volta sono a tutti gli effetti delle “anticause” nelle mani del medico; anche loro hanno uno specifico finalismo: la restitutio allo status quo ante del malato; guarigione vuole da sempre dire ritorno allo stato fisiologico, o di natura, dallo stato patologico, causato dall’agente morboso. Per contro, nei suoi vari campi di esercizio la scienza si dedica a generalizzazioni e unificazioni interne ad essi, indipendentemente da finalità applicative, che lascia agli ingegneri.

L’assetto eziologico della medicina, come di ogni altra tecnica, presuppone un rigido determinismo: tutto ha una causa e ogni effetto è determinato rigidamente da un set di concause, che si possono confrontare e contrastare con un set di controcause, le terapie. Di nuove teorie mediche prodotte dalla medicina non si sente praticamente parlare dai tempi della scoperta della circolazione del sangue, fatta forse l’unica eccezione per la teoria darwiniana della produzione di anticorpi secondo Burnet (Nobel per la medicina nel 1960).

L’assunto di base della pratica cognitiva medica è il principio di ragion sufficiente. Sin dai tempi di Galilei tale principio filosofico contrasta con la pratica scientifica moderna. Oggi la scienza non è più deterministica; ammette l’esistenza di fenomeni “spontanei”, cioè senza cause né efficienti né finali; il moto inerziale, il decadimento radioattivo, le mutazioni genetiche, la nascita di nuove specie e l’estinzione delle vecchie, sono solo alcuni dei più evidenti. La scienza moderna non cerca “le cause dei sintomi”, intendendo le cause “vere” (vedi nota 2);[4] non è dietrologica; per essa i “sintomi” non hanno dietro una causa o una legge naturale, ma sono solo modelli di una struttura. La caduta dei gravi non ha come causa la gravità (sarebbe tautologico), ma esprime una struttura spaziotemporale – un campo – definita da una forza approssimativamente, cioè localmente, costante.[5]

La psicanalisi freudiana, invece, ammette delle cause psichiche universali che spiegano tutti i fenomeni psichici; sono le pulsioni: quelle sessuali, che determinano la soddisfazione sessuale, e quelle mortifere, che orientano l’omeostasi psichica verso il più basso livello di eccitazione o pace perpetua; di conseguenza la teoria psicanalitica è una dottrina non scientifica, esattamente come la medicina. Chi non conosce – o conosce solo per sentito dire – le complicazioni teoriche della dottrina psicanalitica, chi ignora gli equilibrismi concettuali della metapsicologia freudiana e pretende applicare la psicanalisi alla cura dei nevrotici è per Freud un “selvaggio”. Le virgolette indicano che si tratta di un’iperbole per “profano”. Ma la scelta retorica è infelice, in quanto presuppone che i selvaggi siano psicologicamente ignoranti.

Dalla teoria alla pratica il passo è breve. Anche nella pratica clinica la medicina non è scienza ma tecnica. Infatti, si limita ad applicare a fini terapeutici ritrovati escogitati in altri campi scientifici: in fisica, chimica, biologia, persino in sociologia e in psicologia, con una spiccata preferenza per i ritrovati ingegneristici.[6] Un secondo e definitivo argomento concreto a sostegno della natura tecnica della medicina è la facilità con cui le case farmaceutiche manipolano i risultati degli esperimenti di farmacologia clinica. Chiamarla corruzione è improprio, collusione riduttivo.[7] Non è altrettanto facile manipolare i risultati – diciamo – del LHC del CERN di Ginevra, dove si opera con un’attendibilità di 5 sigma.[8]

A livello pratico, la psicanalisi freudiana non è da meno della medicina; ha sempre dato un particolare rilievo alla dimensione tecnica della Handlung, del trattamento, concepito ancora una volta in termini medici come ripristino dello stato precedente alle rimozioni infantili, concepite come cause delle nevrosi alla pari del bacillo di Koch, agente della tubercolosi. Nella Psicanalisi “selvaggia” il medico, che magari in nome di Freud “scimmiotta” lo psicanalista, è da Freud considerato non solo un profano, ma addirittura un “selvaggio”, principalmente perché non conosce la tecnica terapeutica della psicanalisi, non avendola acquisita con un lungo e specifico training.[9]

Date queste premesse teorico-pratiche, non si può ragionevolmente mettere in dubbio l’affinità tra psicanalisi freudiana e medicina. Attenzione, non sto dicendo che la teoria freudiana sia una teoria medica tout court; sto dicendo che la dottrina freudiana più formalizzata, intendo la metapsicologia (non parlo delle varianti della mitologia edipica che, in linea di principio, se non di fatto, sono automaticamente spazzatura non scientifica), si colloca sullo stesso piano cognitivo della medicina: il piano eziopatogenetico, con tanto di cause efficienti (le pulsioni sessuali) e finali (le pulsioni mortifere).

Al tempo stesso, si capiscono le difficoltà incontrate da Freud nel contestare al medico il diritto a esercitare la psicanalisi senza ulteriore formazione specifica (ammesso e non concesso che qualche medico voglia oggi esercitare la psicanalisi spontaneamente). Lo stesso Freud riconobbe di aver fatto con il suo pamphlet sull’analisi laica un buco nell’acqua, ein Schlag ins Wasser.[10] A ben riflettere, era inevitabile. Come si può, infatti, ragionevolmente contestare al medico il diritto di praticare una tecnica essenzialmente medica? Bisogna forzatamente ricorrere a un argomento ad hominem, poco o tanto paranoico; bisogna dirgli: “Tu non hai appreso sufficientemente bene le prescrizioni tecniche che si insegnano nella mia scuola”. Debole e inconcludente, la paranoia non paga neppure quando è trascinata in tribunale. Diverso sarebbe il discorso se, come riteneva il primo Freud, la psicanalisi fosse una scienza. Allora l’argomentazione diventerebbe più stringente. Si potrebbe sostenere che, se la psicanalisi fosse una scienza e la medicina no, ipso facto il medico non è in posizione di psicanalista. Per esercitare la psicanalisi, il medico dovrebbe prima diventare uomo di scienza e non un semplice tecnico che applica i ritrovati scientifici altrui. Ma la transizione sarebbe quanto mai improbabile.

La psicanalisi è una scienza? Ho appena detto “se fosse”, perché sono più freudiano di Freud, ma l’affermazione non va da sé. Bisogna giustificarla. Certamente non è scientifica la metapsicologia freudiana, basata com’è su pesanti assunti eziologici da apparire oggi una costruzione francamente “selvaggia”: invece di spiriti ultraterreni che abitano l’anima, ci sono delle pulsioni che muovono l’apparato psichico.[11] Certamente la psicanalisi non è scientifica come la fisica, la chimica, la biologia, la linguistica, la sociologia. Allora che scienza è o potrebbe essere? Per rispondere posso solo procedere per tentativi. A mio parere, esistono alcuni assunti freudiani che possono aspirare a essere considerati scientifici, perché sono un po’ meno superstiziosi (selvaggi) della metapsicologia pulsionale. Ne segnalo tre, che hanno un contenuto epistemico e una forma logica esistenziale. Li segnalo qui come potenziali candidati per una psicanalisi scientifica (non selvaggia).

Primo. Esiste l’inconscio. L’inconscio freudiano è un sapere sui generis. È un sapere che il soggetto non sa di sapere. In quanto sapere, il sapere inconscio produce effetti soggettivi: dai transfert ai sogni, dai lapsus ai sintomi; ma in quanto sapere non saputo, l’inconscio non è direttamente a disposizione del soggetto – della sua coscienza. Il soggetto accede al sapere inconscio solo attraverso uno specifico lavoro: il lavoro psicanalitico di scavo psicologico al di là delle rimozioni e contro le resistenze del non voler sapere quel che si sa.

Secondo. Esiste la rimozione originaria. L’Urverdrängung presuppone che esista un sapere che non “sale” mai alla coscienza. Questo presupposto implica che ogni analisi rimanga sempre “infinita”, nel senso letterale di “non finita”. Di questo assioma esiste una formulazione di Lacan nella Lettera agli italiani: C’è un sapere nel reale.[12] Poiché il reale è per Lacan l’impossibile logico, che non cessa di non scriversi,[13] esiste un sapere che non cessa di non salire alla coscienza. Il lavoro da fare intorno a questo assioma è stabilire “cosa” è originariamente rimosso. Oggi, in prima battuta, propongo un po’ heideggerianamente: l’essere e il tempo sono gli “oggetti” originariamente rimossi.

Terzo. Esistono effetti differiti di sapere. La logica del sapere inconscio è una logica temporale; non è una logica senza tempo, come l’aristotelica, che per ogni enunciato sa immediatamente calcolarne il valore di verità in base alle regole del sillogismo. La logica dell’inconscio richiede un tempo per comprendere e un tempo per concludere: il tempo del lavoro di analisi e di sondaggio dell’inconscio. Freud la chiamava Nachträglichkeit.[14] Essa non riguarda il tempo cronologico ma il tempo epistemico.

In che senso questi tre assunti potrebbero fondare una scienza? Sono tre assunti che parlano di sapere ma, più o meno, convocano tutti l’ignoranza: il sapere non saputo, il primo; il sapere che non si può sapere in modo completo, il secondo; il sapere che si può sapere solo dopo adeguata elaborazione, il terzo. Esisterebbe, allora, una scienza del non sapere, propriamente una scienza dell’ignoranza?

Forse sì, ma sembra una contraddizione in termini, dato che scienza e ignoranza confliggono. Però è solo un paradosso superabile, non un’insanabile contraddizione. Cartesio ha insegnato che dal non sapere del dubbio si trae il sapere dell’esistenza del soggetto. Nel caso cartesiano sapere e non sapere coesistono senza contraddirsi, addirittura collaborando per produrre sapere dal non sapere.

La matematica ci offre un esempio concreto ed effettivo, direi paradigmatico, di scienza dell’ignoranza. Si chiama intuizionismo e fu proposto dal matematico olandese Brouwer agli inizi del secolo scorso. In estrema sintesi, l’intuizionismo è una matematica costruttiva che ripropone una concezione non aristotelica del falso, risalente a Cartesio e Spinoza. Il falso intuizionista non è l’antitesi ontologica del vero, ma è il non ancora dimostrato, cioè il non saputo. Ciò pone l’intuizionismo su un piano epistemico costruttivo: il vero risulta tale solo quando se ne costruisce l’effettiva una dimostrazione; non basta che sia semplicemente non contraddittorio; si deve essere in grado di esibire concretamente l’oggetto della dimostrazione. Con questa mossa l’intuizionismo si colloca su un piano contiguo al piano delle freudiane costruzioni in analisi. Da qui il suo potenziale interesse per lo psicanalista.

Come la potenziale scienza freudiana anche l’intuizionismo si basa su tre assunti, che corrispondono alla sospensione di tre principi della logica aristotelica: due doppie negazioni e il principio del terzo escluso. Ne dico brevemente qualcosa.

Primo. Il principio di esistenza, che vale in logica classica, è una variante della legge di doppia negazione: posto che ciò che è contraddittorio non esiste, se una cosa non è contraddittoria, allora esiste.[15] Questo principio è sospeso dall’intuizionismo, che è una pratica matematica costruttiva. Per affermare l’esistenza di un oggetto matematico, all’intuizionista non basta dimostrare che la sua esistenza non implica contraddizioni; l’intuizionista richiede che chi afferma l’esistenza di un oggetto lo “sappia” effettivamente costruire, o almeno dare la ricetta per costruirlo. Costruire l’oggetto del desiderio dovrebbe essere anche la “finalità” di una buona psicanalisi, se mi è permesso usare tra virgolette un termine prescientifico, per meglio farmi intendere dal senso comune dove il finalismo è ben radicato.

Si vuole un esempio non matematico di esistenza stabilita per via costruttiva, non solo non contraddittoria? Eccolo, famoso e a portata di mano: il cogito cartesiano è un esempio di costruzione dell’esistente e di esistenza costruita; il soggetto che pensa esiste dopo e in conseguenza dell’aver pensato che tutto il verosimile è falso; il soggetto cartesiano esiste senza scomodare il principio di non contraddizione, ma costruendo la propria esistenza con i materiali del dubbio. Se anche tu penserai che il verosimile sia falso, esisterai come pensante. Le congetture che lo scienziato nel proprio laboratorio o l’analizzante sul suo divano pensano di falsificare testimoniano l’esistenza del moderno soggetto della scienza. L’esistenza dell’inconscio freudiano è un altro bell’esempio di “costruzione in analisi”, che finora non ha prodotto contraddizioni ma molte resistenze, quasi come l’intuizionismo.

Secondo. La seconda doppia negazione che l’intuizionismo sospende riguarda la possibilità di definire i quantificatori logici universale ed esistenziale l’uno attraverso l’altro. Per dimostrare che tutti gli x soddisfano il predicato f, l’intuizionista non si accontenta di dimostrare che non esiste un x che non soddisfa il predicato f.[16] In altri termini, per l’intuizionista i due quantificatori logici, l’esistenziale e l’universale, sono effettivamente diversi; non si può definire il per ogni attraverso l’esiste almeno uno; il quantificatore universale non risulta dalla semplice somma di esistenze particolari, ma dice qualcosa di più e di irriducibile alla sua estensione.[17]

Terzo. La terza sospensione intuizionista ci porta ancora più vicino a Freud. Infatti, nell’intuizionismo non vale in generale il principio del terzo escluso, secondo cui è sempre vera l’alternativa: o è vero A o è vero non A, indipendentemente dalla verità di A.[18] Tale principio fortemente binario – lo chiamerei il principio “o la va o la spacca” – vale nel caso di universi finiti; decade nel caso di universi infiniti. L’intuizionismo ci avvicina così all’oggetto infinito del desiderio, fuorcluso dalla millenaria riflessione occidentale, per una via tipicamente freudiana: la negazione che non sempre nega. Se il complemento di A non copre tutta l’estensione di non A, ci ritroviamo nel caso freudiano: “La madre non è” può significare talvolta e per qualche analista “È la madre”.[19]

L’intuizionismo declina la scienza dell’ignoranza come scienza del falso, che non è automaticamente falsa. Ciò che affratella l’intuizionismo alla psicanalisi, suscitando addirittura analoghe resistenze e ripulse da parte del cognitivismo spontaneo, che pretende la verità delle cose, è proprio la sopravvalutazione del falso. L’intuizionismo convoca il falso attraverso la dimostrazione per assurdo, che falsifica la falsificazione di un enunciato per dimostrarne la verità; analogamente, il freudismo opera sul e attraverso il falso, perché tutte le formazioni dell’inconscio trattate in analisi sono “false”: il transfert è un falso amore, il sintomo è un falso godimento, il sogno è un falso – perché allucinatorio – soddisfacimento del desiderio, il lapsus è una falsa affermazione della verità. Direi che intuizionismo e freudismo sono scientifici in quanto trattano la transizione dal più falso al meno falso.

Tutta questa elaborazione scientifica della psicanalisi era ignota a Freud. Bisogna anche aggiungere, ma non per giustificarlo, una constatazione paradossale ma incontrovertibile: Freud non era aggiornato sulla scienza del suo tempo.[20] Ai tempi in cui scriveva i Tre saggi sulla teoria sessuale nel 1905, vennero riscoperti i saggi di Mendel sulla genetica. (Correva anche l’annus mirabilis di Einstein). Dell’evento non c’è traccia nelle 7000 pagine delle Gesammelte Werke; quando parla di biologia, Freud cita Weisman, un oscuro biologo, fanatico della selezione naturale, finalizzata alla sopravvivenza del più forte, che oggi più nessuno ricorda. Nel 1909, quando Freud era impegnato a esportare la propria “peste” in America, Brouwer smontava i pregiudizi della logica aristotelica, proponendo la sua logica intuizionista. Quando Freud scriveva L’avvenire di un’illusione (1927), Heisenberg aveva appena formulato il principio di indeterminazione della meccanica quantistica (1926), per cui non si può misurare contemporaneamente con la precisazione voluta la posizione e la quantità di moto di una particella.[21] La “scienza” freudiana, invece, è completamente deterministica, addirittura sovradeterministica, quindi non è scienza.

Con una grave conseguenza politica, che sfuggì a Freud. Se non è scienza, la psicanalisi non è più autonoma, o laica, e cade automaticamente sotto la giurisdizione del potere, come qualunque altra tecnica di rilevanza sociale, in quanto ha impatto nel sociale. Nel caso della psicanalisi, si tratta di tecnica psicoterapeutica, finalizzata alla salute mentale. Le conseguenze della mancata scientificità della psicanalisi si vedono chiaramente in Italia, dove esiste una legge che norma le diverse tecniche psicoterapiche, quella psicanalitica compresa. Dobbiamo ringraziare Freud, che volle confezionare per la psicanalisi un abito medico se, more often than not, i pm italiani amano invadere il setting analitico. Per fare un’analisi?

*

Concludo la presentazione della nuova traduzione italiana della Psicanalisi “selvaggia” con alcune considerazioni in prospettiva politiche.

Tuttavia, mi sia prima consentito un breve Umweg divertente, che mi concedo trasgredendo la logica intuizionista, la quale non ammette il principio della doppia negazione.

Parto dal bizzarro assunto formulato da Freud nelle prime righe della Questione dell’analisi laica: laici = non medici, come dire che, se non sono mediche, anche le formiche sono laiche. In formule,

L = non M,

dove L sta per “laico”, M per “medico”.[22]

Negando entrambi i termini della (pseudo)equazione freudiana ottengo una nuova equazione: non laico = non non medico; in formule,

  • non L = non non M.

Ma non laico, cioè non appartenente al popolo (da laios, “popolo” in greco), vuol dire che sta fuori dalla civiltà, cioè il non laico è selvaggio, S; in greco selvaggio si direbbe barbaros. In formule,

S = non L.

Per l’equazione precedente, sostituendo a non L l’equivalente non non M, posso allora scrivere che il selvaggio è non non medico, in formule,

S = non non M.

A questo punto, trasgredisco la logica intuizionista, che non ammette di trasformare automaticamente la doppia negazione in affermazione, e scrivo l’equazione definitiva, che probabilmente Freud aveva in mente ma non osò enunciare: il selvaggio è medico in quanto è costruito, esattamente come il freudismo o lo spiritismo, sul principio di ragion sufficiente; in formule,

S = M.

Morale, impedendo la trasformazione della doppia negazione in affermazione, l’intuizionismo difende il freudismo da se stesso e dall’implicita medicalizzazione. (In realtà, i primi medici erano proprio dei barbari selvaggi nel senso che davano il colpo di grazia ai feriti mortali in battaglia).

*

Passando a discorsi più seri e conclusivi, bisognerebbe transitare da considerazioni teoriche a considerazioni politiche, che salvino tuttavia le peculiarità dell’inconscio freudiano. A questo proposito osservo che le considerazioni di politica della psicanalisi, cioè quelle inerenti ai collettivi di psicanalisi, sono proprio quelle che mancano agli scritti freudiani sulla laicità o sulla selvatichezza della psicanalisi, che trattano la psicanalisi sempre come pratica individuale dell’individuo medico sull’individuo malato.

Questo è un fatto singolare su cui vale la pena soffermarsi, anche per misurare la scientificità della psicanalisi. Una psicanalisi che rimanga confinata a livello individuale è pregiudizialmente poco scientifica, perché la scienza non è mai un’impresa esclusivamente individuale. Questo è un fatto storicamente acquisito. La scienza moderna nacque in quella repubblica delle lettere, intese propriamente come “epistole”, che il padre Mersenne faceva circolare tra Cartesio, Fermat, de Roberval, Huyghens, Doni e altri. Certamente Freud non inventò l’inconscio. Von Hartmann e Nietzsche lo precedettero. Freud inventò incontestabilmente il dispositivo pratico per raccogliere, a livello individuale, le testimonianze dell’inconscio. Il dispositivo “poltrona più divano” funziona in questo senso. Ma per raccogliere e analizzare le testimonianze collettive dell’inconscio non esiste a tutt’oggi un dispositivo equivalente alla poltrona più il divano. Né Freud né i suoi epigoni si preoccuparono mai di inventarlo, neppure limitatamente alle loro associazioni professionali. Alla fine, anche la valutazione del singolo psicanalista, come professionista della psicoterapia, rimane un fatto isolato a livello individuale: non viene mai valutata la scuola dove viene formato, una volta che questa abbia acquisito una volta per tutte il riconoscimento dello Stato.

La ragione è che la psicologia sociale di Freud, la teoria che avrebbe dovuto alimentare la pratica del collettivo è povera; infatti, non è altro che la rozza traslazione dall’individuale al collettivo della mitologia edipica; Freud non fece altro che tradurre e condensare nel mito dell’orda primitiva il proprio mito personale dell’Edipo. In psicanalisi si chiama proiezione. Si trova nel quarto capitolo di Totem e tabù, intitolato Il ritorno infantile del totemismo; è una vera e propria teoria infantile, che Freud falsamente attribuì a Darwin.[23] Sappiamo di cosa si tratta; l’Urvater, il padre primitivo, era uno stallone, ein Männchen;[24] teneva per sé tutte le donne, costringendo i fratelli all’omosessualità, finché i fratelli non lo uccisero, si ripresero le donne e stabilirono il patto sociale di non aggressione reciproca, ponendosi ciascuno potenzialmente nella posizione del padre.

Da questo approccio mitologico o ontologico deriva la teoria freudiana dell’identificazione e del legame sociale che ne consegue. Il popolo si identifica al capo dell’orda, il superuomo che – sostiene Freud – viene dal passato e non dal futuro, come vorrebbe Nietzsche;[25] in nome della comune identificazione al Führer, i membri del popolo stanno insieme. Rileggo la chiusa dell’ottavo capitolo della Psicologia delle masse e analisi dell’Io: “La massa primaria è formata da un certo numero di individui che hanno messo un unico e medesimo oggetto al posto del loro ideale dell’Io e che pertanto si sono identificati l’uno con l’altro nel loro Io”.[26] Poco più avanti, nel capitolo decimo, Freud sancisce la riduzione definitiva della psicologia collettiva all’individuale affermando: “La massa ci appare una reviviscenza dell’orda primitiva”.[27] Il collettivo freudiano è tristemente omogeneo: tutti dipendono dall’Uno; nessuno interagisce con qualcuno in qualche forma di mercato o di scambio reciproco; gli individui freudiani sono monadi senza finestre, alla Leibniz, o anime belle, alla Hegel.[28] Ognuna di loro vive rinchiusa nell’ideale del padre morto e si consuma in esso, senza produrre un vero legame sociale.[29] Il vero legame è del singolo con il Führer, non dei singoli tra di loro. Il disegno proposto da Freud per rappresentare il proprio pensiero è senza ambiguità: delle linee piene uniscono l’oggetto psichico all’ideale dell’Io, all’interno dell’apparato psichico del singolo; delle linee tratteggiate uniscono, ma in realtà separano, i singoli tra di loro.

Il lavoro che si prospetta a degli psicanalisti non selvaggi, dotati di una certa sensibilità politica, è allora doppio: primo, uscire dalla logica ontologica dell’identificazione; secondo, creare le condizioni per formare dei collettivi di pensiero rispettosi degli assunti scientifici della propria scienza dell’ignoranza sopra citati: l’esistenza dell’inconscio, della rimozione primaria e dell’azione epistemica differita. Finora – è sotto gli occhi di tutti – non ci sono riusciti. Su indicazione di Freud sono riusciti solo a costruire delle orde primitive che si sono combattute ferocemente l’una con l’altra. Si può fare di meglio?

Il meglio si chiama metaanalisi.

L’esempio viene ancora dalla matematica moderna, che è metamatematica, cioè matematica della matematica. Analogamente, la metaanalisi è l’analisi dell’analisi che si fa collettivamente. Direi, per darne una provvisoria definizione operativa, che la metaanalisi è l’analisi di controllo dell’analisi su scala collettiva. I membri di un collettivo metaanalitico, invece di riunirsi intorno al maestro o ai suoi epigoni, per commentare i dogmi dottrinari che richiedono solo di essere appresi come tali e confermati senza alcuna modifica possibile, potrebbero interagire democraticamente tra di loro su frammenti di teoria per confutarli e migliorarli. Il principio di verità di un collettivo metaanalitico, potenzialmente aperto come un social network del web, non è l’adeguamento alla dottrina depositata ma la fecondità del discorso scientifico, la Fruchtbarkeit secondo Freud. La metaanalisi sarà scientifica se produrrà altra metaanalisi in altri collettivi nuovi o rinnovati. All’insegna più della collaborazione che della rivalità e della competizione.

Insomma, la metaanalisi si fonda solo su se stessa, cioè sull’esperienza di analisi, non importa quanto germinale e incompleta; sin dall’inizio l’analisi è metaanalitica. Fai analisi e avrai cominciato a fare metaanalisi. Fai analisi sul tuo sintomo individuale nel setting freudiano e sei automaticamente pronto per fare metaanalisi sul sintomo collettivo dell’ambiente in cui vivi. Se l’intorno di riferimento è quello di persone che hanno interesse per l’analisi, la metaanalisi diventa automaticamente una forma di controllo collettivo dell’analisi. In questo senso la pratica della metaanalisi conferisce al termine freudiano laico un significato positivo e non solo negativo, come quello freudiano di non medico.[30] La metaanalisi è laica perché è autonoma nel proprio collettivo. Non dipende da dottrine prestabilite ma pesca autonomamente nel sapere analitico diffuso nel reale, lo stesso sapere cui attinge l’uomo di scienza, quando formula le sue congetture e le espone al controllo dei colleghi, o l’analizzante, quando espone all’analista le costruzioni autobiografiche che formula sul divano.

Sarebbe piaciuta a Freud la metaanalisi? Dopo aver ritradotto la sua psicanalisi “selvaggia”, mi autorizzo a nutrire qualche dubbio. Alla fine, il vero selvaggio si è rivelato proprio lui, il conquistador, come lui stesso amava definirsi. La storia insegna che è sorte comune dei conquistadores identificarsi ai selvaggi che conquistano.

Sarebbe servita a Freud la metaanalisi? Certamente sì. L’avrebbe aiutato a uscire dall’approccio medico al nevrotico. L’avrebbe rafforzato in un’intuizione, che Freud ebbe ma che non sviluppò a sufficienza e cioè il fatto che il nevrotico presenta allo psicanalista dei “falsi” sintomi; sono sintomi apparentemente medici, che non sono medici; non hanno causa organica, ma hanno una causa psichica tendenziosa; servono, infatti, a distrarre l’attenzione dell’analista dal processo analitico e a farlo regredire alla cura medica, la quale – è certo – non cura la nevrosi. Così il nevrotico conserva il proprio sintomo con il quale e attraverso il quale gode. Insomma, Freud non fu del tutto selvaggio e selvaggi non sono del tutto i medici che orecchiano la psicanalisi: sono solo degli ingenui, bellamente imbrogliati dell’isteria, che fa loro credere di avere una malattia somatica.[31] Isteria? Ma l’isteria non esiste più. Parola del DSM.


[1]  La fallacia che identifica scienza a tecnica, fondendole nell’ossimoro “tecnoscienza”, è tipica dei filosofi “continentali” di formazione fenomenologica ed esistenzialista.

[2]  La concezione della scienza come conoscenza vera è un retaggio idealistico, che risale a Platone. La scienza galileiana, nella misura in cui prescinde dalle cause, sospende la conoscenza dell’essenza delle cose e la conoscenza delle “leggi di natura”. Insomma, la scienza moderna sospende l’ontologia.

[3]  L’afinalismo della scienza moderna risale a Cartesio (Cfr. Principi di filosofia, Parte Prima, § 28) ed è stato definitivamente ribadito da Thorstein Veblen. Cfr. T. Veblen, Il posto della scienza nella civiltà moderna (1906), trad. B. Del Mercato in Id., Il posto della scienza, a cura di C.A. Viano e F.L. Viano, Bollati Boringhieri, Torino 2012. L’autore caratterizza la cognizione prescientifica, ivi compresa quella delle cosiddette popolazioni selvagge, come pratica epistemica finalizzata a risultati pratici e basata sull’“opaco rapporto di causa ed effetto” (cit. p. 66). Come è noto la causa finale fu rimessa in auge da Leibniz per salvare l’immagine del Dio cristiano: un’operazione ontologica non poco superstiziosa, per non dire “selvaggia”.

[4]  Così intitolava l’ultima sua fatica Maimonide, filosofo-medico del xii secolo, espressione pura dello scolasticismo aristotelico.

[5]  Il lavoro scientifico consiste nella determinazione di questa approssimazione. La scienza più che la precisione richiede la “buona” approssimazione.

[6]  Si pensi alle tecniche e ai macchinari per elaborare le immagini del corpo in diagnostica medica.

[7]  Medicina e diritto sono due varianti del discorso del padrone, cioè della violenza istituzionalizzata sul corpo sociale. Il diritto ha gli strumenti per giudicare la medicina, che è una forma larvata di violenza corporale.

[8]  Il termine “5 sigma” corrisponde a un valore di p, o probabilità dell’ipotesi nulla, di 3×10 elevato alla -7, pari circa a una chance su 3,5 milioni. Questa non è la probabilità che il bosone di Higgs esista o non esista, ma è la probabilità di ottenere dei dati come quelli del cern di Ginevra nel caso che la particella non esista. Ma per il senso comune, che pretende certezze assolute e categoriche, come quelle religiose, cinque sigma è poco. D’altra parte negli esperimenti clinici sui nuovi farmaci le case farmaceutiche non vanno al di là di risultati 2,5 sigma, corrispondenti a una probabilità dell’1% dell’ipotesi nulla.

[9]  Noto en passant che nei titoli della lunga serie di seminari di Lacan ricorre due volte il significante technique; di scienza non si parla.

[10] Cfr. la lettera di Freud a Max Eitingon dell’aprile 1928. Si trova all’indirizzo https://www.analisilaica.it/2013/01/21/ein-schlag-ins-wasser/

[11] Per l’oscillazione freudiana tra “psiche” (Psyche) e “anima” (Seele) vedi il commento a S. Freud, La questione dell’analisi laica, trad. A. Sciacchitano e D. Radice, Mimesis, Milano 2012.

[12] J. Lacan, Note italienne (1974), in Id., Autre écrits, Seuil, Paris 2001, p. 308.

[13] J. Lacan, Le Séminaire. Livre XX. Encore (1972), Seuil, Paris 1975, p. 48.

[14] Tratto di questo argomento nel mio ultimo libro intitolato: Il tempo di sapere. Saggio sull’inconscio freudiano (Mimesis, Milano 2013).

[15] In formule, non((Ex).f(x) seq Ø) seq (Ex).f(x), dove (Ex) è il quantificatore esistenziale (“esiste almeno un x“) applicato alla variabile x, seq il simbolo dell’implicazione e Ø è usato come simbolo della contraddizione. Poiché (Ex).f(x) seq Ø) equivale a non (Ex).f(x), il principio classico di esistenza si può scrivere: non non (Ex).f(x) seq (Ex).f(x). In logica classica il principio di non contraddizione, essendo non contraddittorio, esiste onticamente. Ciò rende la logica classica una logica “interna” all’ontologia.

[16] In formule, non(Ex).non f(x) aeq (x).f(x), dove (x) è il quantificatore universale “per ogni x” e aeq il simbolo dell’equivalenza logica.

[17] I logici medievali, che si affaticarono intorno al problema degli universali, non conoscevano, forse oscuramente intuivano, la funzione della logica intuizionista. Oggi la sospensione di questo assioma è rilevante in sociologia computazionale, che studia l’emergenza nelle folle di proprietà “nuove”, non riconducibili alla somma dei comportamenti dei singoli.

[18] In formule, A vel non A.

[19] Il punto è sottile. L’intuizionismo distingue tra falsificazione e negazione, la prima essendo un’operazione logica più forte della seconda. Così in psicanalisi negare non vuol dire sempre affermare il falso, ma talvolta afferma il vero.

[20] Freud sapeva bene di non essere un uomo di scienza. Si definiva un conquistador e un avventuriero del pensiero, non uno scienziato e neppure un pensatore. Cfr. Lettera a Fliess del 1 febbraio 1900. “Non sono uno scienziato, non sono un osservatore, non sono un pensatore, sono un temperamento di conquistatore, se vuoi, un avventuriero”. Ben detto, Freud ha scoperto un nuovo territorio epistemico, quello del sapere che non si sa di sapere. Vale la pena cartografare questo territorio con strumenti più sofisticati di quelli medici. Vale soprattutto la pena di dimenticare il linguaggio del conquistador, che considerava selvagge le popolazioni che andava sottomettendo.

[21] In fisica classica le due variabili posizione e quantità di moto determinano univocamente la traiettoria di una particella tramite le equazioni differenziali di Lagrange o di Hamilton.

[22] Bourbaki mutuò il segno non della negazione dall’Ideografia (1879) di Frege.

[23] Darwin non parla di orde ma di branchi, supponendo che “l’uomo primitivo vivesse in origine in piccole comunità, ognuno con quante mogli poteva ottenere e mantenere, che avrà custodito gelosamente contro tutti gli uomini.” In proposito Darwin cita il dott. Savage il quale sul Boston J. of Nat. Hist., vol. v, 1845-1847, a p. 423 riferisce che “un maschio adulto si vede in un branco; quando il maschio giovane cresce, nasce una contestazione per avere la supremazia, e il più forte, uccidendo o scacciando gli altri si pone alla testa della comunità”. Darwin conclude: “I maschi più giovani, essendo così espulsi e obbligati ad andare vagando, quando alla fine riescono a trovarsi una compagna, impediscono le relazioni troppo intime nell’ambito della stessa famiglia”. (C. Darwin, L’origine dell’uomo e la scelta sessuale (1871), trad. B. Chiarelli, Rizzoli, Milano 1983, p. 381. Cfr. anche S. Freud, “Totem un Tabu” (1912-1913) in nota 8).

[24] S. Freud, “Totem und Tabu” (1912-1913), in Sigmund Freud gesammelte Werke, vol. ix, Fischer, Frankfurt a.M. 1999, p. 152-153; trad. osf, vol. vii, p. 130. Pudicamente le osf traducono “Männchen” con “maschio”. Freud riprende il suo mito, qualificandolo come just so story nel decimo capitolo della Psicologia delle masse. Cfr. S. Freud, “Massenpsychologie und Ich-Analyse” (1921), in Sigmund Freud gesammelte Werke, vol. XIII, Fischer, Frankfurt a.M. 1999, p. 136; trad. OSF, vol. IX, p. 310. Männchen ha un significato composto di “nanetto e “stallone”, una figura che gli italiani conoscono bene.

[25] S. Freud, “Massenpsychologie und Ich-Analyse” (1921), in Sigmund Freud gesammelte Werke, vol. XIII, Fischer, Frankfurt a.M. 1999, p. 138; trad. OSF, vol. IX, p. 311.

[26] S. Freud, “Massenpsychologie und Ich-Analyse” (1921), in Sigmund Freud gesammelte Werke, vol. xiii, Fischer, Frankfurt a.M. 1999, p. 128; trad. osf, vol. ix, p. 304. Questo modello è troppo semplicistico in quanto trascura le interazioni tra individui, che sottomette a un unico principio gerarchico.

[27] Ivi, p. 137, trad. OSF, vol. IX, p. 311. Concorda con la riduzione freudiana del collettivo all’individuale Hans Kelsen in H. Kelsen, Il concetto di Stato e la psicologia sociale con particolare riguardo alla teoria delle masse di Freud (1922), in Id., La democrazia, trad. G. Contri, Il Mulino, Bologna 1984, p. 403. Va detto che la riduzione freudiana del collettivo all’individuale, sulla base dell’unicità della libido nelle rispettive psicologie è un artefatto. Freud non suppone alcuna interazione tra gli individui della massa, ciascuno dei quali è identificato con il proprio Führer e non istituisce alcuna collaborazione con il prossimo. In senso stretto, Freud non ha un’autentica concezione di massa e di legame sociale.

[28] G.W.F. Hegel, Phänomenologie des Geistes (1807). VI.
Der Geist. C.
Der seiner selbst gewisse Geist.
Die Moralität. c.
Das Gewissen,
die schöne Seele,
das Böse und seine Verzeihung, trad. V. Cicero, Bompiani, Milano 2000, pp. 873-875 e p. 887.

[29] Nel modello freudiano, dominato com’è dall’alto, non esistono interazioni orizzontali.

[30] S. Freud, “Die Frage der Laienanalyse” (1926-1927), in Sigmund Freud gesammelte Werke, vol. xiv, Fischer, Frankfurt a.M. 1999, p. 209, trad. a cura di A. Sciacchitano e D. Radice in S. Freud, La questione dell’analisi laica, Mimesis, Milano 2012, p. 23.

[31] Freud non cadde nel tranello isterico a livello pratico; fu imbrogliato a livello teorico, costruendo la propria metapsicologia come un’eziopatogenesi medica.

Come possiamo dirci freudiani?

“La psicanalisi è sorta sul terreno della medicina come un procedimento terapeutico”, questo è l’incipit della prefazione di Freud al Metodo psicanalitico del Dott. Oskar Pfister. A distanza di 100 anni esatti da quello scritto forse possiamo leggere l’affermazione freudiana in trasparenza, per esempio sospendendone la certezza. Certo, non si può sospendere la verità di fatto: la psicanalisi è una pianta nata, probabilmente per caso, nell’orto medico. Questa è una verità storicamente incontrovertibile. Ma si può sospendere la sottostante verità di principio, da Freud data per scontata, dubitando dell’essenza medica della psicanalisi.

In merito Freud non nutrì mai il minimo dubbio. Per lui la psicanalisi era una scienza medica, che veicolava una nuova forma di terapia di quelle malattie sui generis che sono le nevrosi, isteria in testa, oggi non più riconosciuta come malattia dalla successione dei DSM. Alla concezione medicale della psicanalisi Freud non rinunciò mai neppure quando, tredici anni dopo questa prefazione, scrisse un pamphlet contro i medici che esercitavano la psicanalisi senza adeguata preparazione: contro gli psicanalisti “selvaggi”, in pratica imbonitori senza scrupoli. Contro i medici sì, contro la medicina no, questa in estrema sintesi la posizione assunta da Freud nella Questione dell’analisi laica (vedi la nuova traduzione mia e di Davide Radice, uscita l’anno scorso da Mimesis). Si tratta di una posizione inevitabilmente connotata in senso paranoico – inevitabilmente paranoica, in quanto condotta con argomenti ad homines e non con argomenti scientifici, intersoggettivamente controllabili.

Nella sopracitata prefazione a Pfister Freud ribatte il chiodo medico: la psicanalisi può apportare contributi all’educazione, nel senso che può agire da metodo profilattico per prevenire l’insorgenza di nevrosi, infantili e non. Per chi avesse qualche dubbio, Freud non uscì mai dal cerchio magico della medicina, nelle varianti curativa e preventiva. (Il terzo livello medico, quello riabilitativo, non era ancora di moda nel 1913).

La posizione di Freud pone seri problemi a chi si vuole dichiarare freudiano. Sono problemi teorici e pratici, assolutamente non banali.

In teoria, chi voglia accedere al freudismo deve accettare quella costruzione che Freud chiamava metapsicologia, la quale riproduce per filo e per segno l’assetto della patologia medica, dove per ogni malattia c’è una causa e un decorso di sviluppo fisiopatologico. La causa delle nevrosi è un trauma sessuale infantile (sin dal 1895, ai tempi di Eziologia dell’isteria); lo sviluppo fisiopatologico è l’impasto pulsionale delle pulsioni sessuali e della pulsione di morte; le prime a loro volta intese aristotelicamente come cause efficienti della soddisfazione sessuale, la seconda intesa come causa finale, che orienta tutto il processo psichico al telos dell’abbassamento della tensione psichica attraverso il meccanismo della ripetizione.

Questa costruzione ha scarso valore scientifico, ma chi vuole dichiararsi freudiano deve darla per buona. In teoria si trova di fronte all’alternativa binaria: o Freud o la scienza, un vero letto di Procuste.

Non meglio vanno le cose in pratica. Chi vuole esercitare la psicanalisi come attività di ricerca personale su di sé e sul proprio ambiente di vita deve calarsi nel setting medicale della psicoterapia che, proprio in quanto medicale, non ha molto di scientifico. Per chi vuol dirsi freudiano ancora lo stesso dilemma di poc’anzi in variante scolastica (nel senso della scuola di specializzazione di medicina): o il freudismo, riconosciuto dallo Stato come psicoterapico, o la scienza.

Per uscire dalla trappola di questi asfissianti binarismi chi vuol riconoscersi (autorizzarsi?) freudiano deve compiere un poderoso colpo di reni. Deve avere il coraggio di riconoscere che non tutto di Freud ha validità scientifica, ma alcune tesi sì.

Quali?

Certo non quelle metapsicologiche. Tra le rimanenti ne propongo tre, secondo me necessarie (forse non del tutto sufficienti) per dirsi freudiani. Sono tre tesi esistenziali fortemente connotate in senso epistemico. La prima, ovviamente, è l’esistenza dell’inconscio, inteso come sapere che non si sa di sapere; la seconda è l’esistenza della rimozione originaria, intesa come sapere che non verrà mai saputo; la terza è la Nachträglichkeit, cioè la dimensione temporale del sapere, secondo cui il sapere che non si sa di sapere viene a sapersi – eventualmente e solo parzialmente – nel tempo secondo dell’analisi.

A partire da queste tesi freudiane ce n’è abbastanza per rimettere Freud sulla via della scientificità, ammesso che questa operazione – non originariamente medicale in quanto la medicina non si interessa alla scienza ma solo alle sue applicazioni tecniche finalizzate alla terapia – sia appetibile. Come ha insegnato lo stesso Freud, alla psicanalisi si resiste. Alla psicanalisi scientifica si resiste due volte: alla psicanalisi e alla scienza. La seconda resistenza fu anche quella di Freud. Forse potremo dirci freudiani se supereremo la resistenza di Freud (e dei freudiani) alla scienza.