Mitdenker psicanalitici cercansi

Mitdenker è una bella parola, intraducibile in italiano, che hanno gli svizzeri tedeschi, ma non i tedeschi (se non erro, ma aspetto dagli amici tedeschi la conferma). Mitdenker significa uno che segue il ragionamento dell’altro; il significante è costruito sul calco di Mitarbeiter, “collaboratore”, e di mitteilen, “comunicare”, nel senso di “mettere a parte”, “far partecipe”. La rilevanza di questi concetti per la psicanalisi dovrebbe essere evidente. Alles mitteilen, “comunicare tutto” è la prima regola dell’analisi freudiana, dove funziona da presupposto e da preliminare per una collaborazione di pensiero tra analista e analizzante. L’analista potrebbe essere il Mitdenker dell’analizzante, cioè il collaboratore del/al suo pensiero, inconscio ovviamente. Leggi tutto “Mitdenker psicanalitici cercansi”

Il legame sociale metaanalitico tra chi si interessa di psicanalisi

Chè quelli è tra li stolti bene a basso
Che sanza distinzion afferma e nega
Così nell’un come nell’altro passo.
Dante, Paradiso xii, 115-117

 

Néanmoins le discours psychanalytique (c’est mon frayage) est justement celui qui peut fonder un lien social nettoyé d’aucune nécessité de groupe.
J. Lacan, L’étourdit

 

Di cosa parlerò stasera? Vorrei parlare di psicopolitica o di politica della psicologia.[1]

MetaanalisiPer la verità, parlerò più di psicologia che di politica e forse non molto neanche di quella. Perché? Forse perché sono freudiano; come Freud ha lasciato in sospeso la questione della politica della psicologia, trattando solo marginalmente di psicologia della politica nel suo scritto del 1921 sulla psicologia delle masse, così anch’io toccherò solo tangenzialmente il campo della politica. Per colmare la lacuna freudiana sono costretto a rimandare il discorso politico vero e proprio e a parlare di logica. Insomma, parto ab ovo. Leggi tutto “Il legame sociale metaanalitico tra chi si interessa di psicanalisi”

Storici pettegolezzi

Una storia non scritta, forse non scrivibile

Armando Verdiglione
Armando Verdiglione

C’è una storia non scritta nella psicanalisi italiana. In effetti, non è storia ma pettegolezzo. È difficile scrivere il pettegolezzo; tanto difficile quanto scrivere “tutta” la verità. Se qui provo dirne brevemente e parzialmente qualcosa è per un’impellenza teorica: dimostrare l’equivalenza tra sintomo individuale e sintomo collettivo, espressione entrambi della stessa volontà di ignoranza.

Il padre della psicanalisi italiana nutrì un odio viscerale per Armando Verdiglione, che epitetava come “il magliaro di Caulonia”. Si badi bene; non era odio per Lacan; all’epoca – metà anni Settanta – il lacanismo stava entrando nell’accademia; è del 1980 un fortunato numero di “aut aut” intitolato “A partire da Lacan”; i coinemi di Fornari traducevano i significanti di Lacan. Allora, perché Musatti odiava (avevo scritto “amava”) Verdiglione? Perché portava i capelli unti di brillantina Linetti? Forse, ma non lo sapremo mai bene. L’odio è un inganno tanto quanto l’amore, essendo fratelli gemelli di madre ignoranza. Ciò non gli impedisce di diffondersi a macchia d’olio nel collettivo come e forse più dell’amore. (Esiste l’antisemitismo che supera in estensione il filosemitismo). Leggi tutto “Storici pettegolezzi”

Sulla metaanalisi

Una proposta per la politica della psicanalisi, nell’ottica delle “associazioni liberamente fluttuanti”

La matrice di tutte le inibizioni è la soggezione all’uno (di solito ideale).

Così nasce l’anoressia nervosa: mangiare zero, pur di salvare l’uno.

Così nasce l’inibizione politica o la servitù volontaria;  così la chiama Etienne de la Boètie nel suo trattato sulla Servitù volontaria o Contra Uno del 1552.

Così nasce l’inibizione a pensare l’oggetto infinito, che è radicalmente non uno, essendo una struttura non categorica o non concettualizzabile.

Freud intuì qualcosa di questa volontà negativa, ma la nascose tra le pieghe del mito edipico, come se non ne avesse voluto sapere. Il maschio vorrebbe uccidere l’uno e possedere il due – sua compagna –, ma rinuncia all’impresa per non incorrere nel pericolo della castrazione. E la femmina? Freud non sapeva che dire. Non nascondiamocelo: Freud non seppe pensare l’inibizione. (Che regolarmente nella femmina è inibizione a pensare fuori dai moduli maschili dell’uno.) E questo è non poco paradossale, se è vero che con la regola analitica fondamentale, o delle associazioni liberamente fluttuanti, iniziò a sciogliere il soggetto dalla presa inibitoria dell’uno. Leggi tutto “Sulla metaanalisi”

“Che la terapia non uccida la scienza”

Seconda versione di un intervento del 2003 a Roma

Nel 2003 stavo ancora sotto l’influenza della dottrina lacaniana del significante che rappresenta il soggetto per un altro significante. Di quella dottrina mi affascinava la possibilità di importare nella pratica analitica considerazioni di non senso, come sono quelle determinate dalla ripetizione insensata di significanti senza significato. Perciò a un convegno organizzato in quell’anno dalla Cosa freudiana di Roma dal titolo “La psicanalisi è una terapia efficace?” presentai una relazione che sviluppava una tesi paradossale che in parte, solo in parte, condivido ancora. Mi sia consentito citare il mio incipit del 2003:

La storia della psicanalisi vera e propria inizia soltanto con l’innovazione tecnica della rinuncia all’ipnosi”, scrive Freud nel 1914 nella Storia del movimento psicanalitico a vent’anni dall’evento [della nascita della psicanalisi] (1895).1 Correggiamo Freud con Freud, affermando che la psicanalisi comincia molto più tardi. Prima del 1920 Freud ha solo l’intuizione preliminare della psicanalisi. La psicanalisi propriamente detta esordisce solo con la pubblicazione nel 1920 di un titolo significativo: Jenseits des Lustprinzips, “Al di là del principio di piacere”. La nostra tesi è che la vera psicanalisi cominci solo con l’innovazione tecnica della rinuncia alla psicoterapia, che è il piacere del medico. La psicanalisi sta “al di là” della psicoterapia. Leggi tutto ““Che la terapia non uccida la scienza””

Associazioni liberamente fluttuanti

Né comunità né associazione

Da uno degli ultimi libri del filosofo John Rawls (1921-2002), Liberalismo politico,1 riprendo il titolo del cap. I.7, che suona proprio così: “né comunità né associazione”. Il riferimento a questo autore mi sembra “naturale” in psicanalisi, dato il suo approccio epistemico al contratto sociale attraverso il “velo di ignoranza”. Secondo questo autore, infatti, il contratto sociale si può immaginare che non avvenga sul piano ontologico della lotta di tutti contro tutti, ma sul piano dell’ignoranza di tutti nei confronti delle potenzialità sociali di tutti. In questa posizione, che Rawls definisce “posizione originaria”, l’azione politica diventa un vero e proprio “saperci fare con l’ignoranza”.2 Insomma, siamo liberi e potenzialmente democratici, perché siamo ignoranti. Questa tesi vale in modo particolare per lo psicanalista che opera sul piano epistemico del sapere che non si sa di sapere; per questa peculiarità l’analista occupa una posizione originariamente collettiva molto simile alla “posizione originaria”, come la definiva Rawls, intendendo socialmente indifferenziata; detto in termini freudiani, gli psicanalisti sono originariamente predisposti alle “associazioni libere” o, forse detto ancora meglio, alle “associazioni liberamente fluttuanti”, che ovviamente non sono associazioni in senso giuridico.

Fatta questa breve premessa, scendo dalle considerazioni filosofiche generali di Rawls al “piccolo mondo antico” della psicanalisi e affermo che il modo di associarsi degli analisti non può essere né quello dell’associazione né quello della comunità (o della scuola). Dimostro che le ragioni sono inerenti allo statuto della psicanalisi in quanto moderna pratica scientifica.

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Vita dura per i lacaniani

I lacaniani devono essere geneticamente diversi dagli altri psicanalisti. Hanno nemici.

Non che gli altri psicanalisti abbiano molti amici. Dai tempi di Freud, la psicanalisi non è fatta per procurarsi amici. Da quando nacque, 117 anni fa, la psicanalisi è sempre stata invisa al mondo. “Non fosse mai nata”, è il desiderio del mondo nei suoi confronti; un desiderio che finalmente sembra realizzarsi con la normalizzazione per legge della psicanalisi come professione psicoterapeutica. Finirà finalmente la “nuova scienza” con le sue imbarazzanti scoperte: il complesso di Edipo, la castrazione, il sapere che non arriva alla coscienza ecc. D’ora in avanti la psicanalisi sarà una terapia come tante altre, meglio se orientata in senso medico, e non farà più ricerca sui sogni della gente, sui suoi amori fallimentari, sui suoi odi imperituri. Meglio così per tutti. Socrate, il tafano di Atene, dovette bere la cicuta; Freud, il dottore di Vienna, oggi deve sorbirsi la psicoterapia.

Ma ecco la differenza; i lacaniani non solo hanno nemici latenti, cioè allo stato potenziale, comuni a tutti gli psicanalisti; hanno anche nemici manifesti, riservati solo a loro, che hanno il coraggio di uscire allo scoperto e di dichiararsi come tali e solo nei loro confronti. Leggi tutto “Vita dura per i lacaniani”