Il lavoro analitico come dispositivo epistemico

Fondation Européenne pour la Psychanalyse – Decimo Congresso

La formazione dello psicanalista oggi

Roma, 16 – 18 maggio 2014

 

La causa decisiva dello smarrimento del pensiero psicanalitico
sembra risiedere nell’oblio dei concetti freudiani fondamentali.

Manfred Pohlen

Credo che ancora oggi un discorso sulla formazione analitica non possa prescindere dalla definizione che nel 1922 Freud ha dato di psicanalisi per la corrispondente voce dell’Enciclopedia Britannica e che richiama in diversi suoi scritti.

La triplice definizione recita: “1) un procedimento per l’indagine dei processi psichici cui altrimenti sarebbe pressoché impossibile accedere; 2) un metodo terapeutico (basato su tale indagine) per il trattamento dei disturbi nevrotici; 3) una serie di conoscenze psicologiche acquisite per questa via che gradualmente si assommano e convergono in una nuova disciplina scientifica”. Leggi tutto “Il lavoro analitico come dispositivo epistemico”

Il compito della psicanalisi nella globalizzazione

Convegno “Salvaguardia del lavoro e formazione –
Il compito della psicanalisi nella globalizzazione”

Il sottotitolo di questa giornata reca: Il compito della psicanalisi nella globalizzazione. A me pare che quello dell’analista sia un lavoro di tipo artigianale e che quindi, almeno in apparenza, si pone un poco ai margini dalla cosiddetta globalizzazione, con i tempi e i metodi della quale appare poco compatibile.

La formazione dell’analista è di tipo artigianale in quanto non accademica, non costituita di riconoscimenti legali ma di pratica dell’inconscio e delle sue formazioni. Per uno psicanalista il titolo di questo convegno può avere dunque un solo senso: il lavoro da salvaguardare è quello dell’inconscio.

Non saprei cosa dirne di più e allora pongo due domande:
1) Quale è la cultura della globalizzazione?
2) A che prezzo la psicanalisi, tendenzialmente una controcultura, può avere realmente un posto nella cultura della quale essa contribuisce a modificare certi aspetti, ma la cui pressione tende costantemente a recuperarla per ricondurla al conformismo del pensare?

Lascio a chi lo ritenga opportuno di interrogarsi quanto alla prima domanda.

Per il resto, il lemma “globalizzazione” mi fa pensare alla realizzazione del sogno dell’impero universale. Questo sogno, almeno in occidente dove comunque la globalizzazione ha origine e riceve la sua impronta, ha preso spesso un andamento singolare proponendo un modello di uomo valido e desiderabile per tutti, ma con un doppio limite intrinseco. Leggi tutto “Il compito della psicanalisi nella globalizzazione”

Le miserie dell’effetto-scuola

Inibizione del pensiero e omogeneizzazione del legame sociale

In generale, se esistono delle miserie, da qualche parte devono pur esistere delle ricchezze, come le luci non vanno senza le ombre. Tenterò allora di tratteggiare le luci e le ombre dell’“effetto scuola”, soffermandomi prevalentemente sulle seconde. Devo però premettere un’avvertenza, che mi sembra necessaria, affacciandomi io su un collettivo di pensiero foucaultiano. Gran parte della mia argomentazione, infatti, dall’inizio a buona metà del tragitto, si svolgerà nel contesto del pensiero darwiniano. Ciò mi obbliga in via preliminare a cautelarmi o, detto volgarmente – e chiedo venia – a “pararmi il culo”.

Come si sa, non corse buon sangue tra Foucault e Darwin; in genere, non corre buon sangue tra scuola di pensiero francese e inglese. Senza rivangare la stereotipata contrapposizione tra “analitici e continentali”, segnalo solo l’antipatia reciproca tra le due forme di pensiero che, ridotta all’osso, si riduce alla confusione tra evoluzione e storia. Per molti pensatori francesi, Darwin fu un evoluzionista. Gli mancava la “comprensione” della storia: dell’archeologia, direbbe Foucault. Questo errore va accuratamente evitato, perché è una fallacia che inibisce ulteriori sviluppi di pensiero, per esempio la correzione di certe idiosincrasie che inquinano lo stesso paradigma darwiniano. (I “cattivi” maestri vanno corretti, per non dire traditi, dai “buoni” allievi, direbbe Nietzsche). Darwin non è Spencer. Spencer fu evoluzionista e teleologico, Darwin no. Nel “lungo ragionamento” darwiniano c’è poco di evoluzionistico, tanto meno di finalistico. C’è, piuttosto, un gioco di contingenze – come le chiama Telmo Pievani – che si combinano in modo imprevedibile ma documentabile negli eventi di quella che giustamente si chiama “storia naturale”.

Questa è la mia premessa maggiore, che finisce qui. C’è poi una premessa minore, che è esclusivamente farina del mio sacco. Di Darwin faccio mia e sviluppo a modo mio un’intuizione particolare che Darwin formula in Descent of man del 1871 (da non tradurre, tra parentesi, L’origine dell’uomo, ma Discendenza dell’uomo, nel senso di storia delle antecedenze umane). Darwin, che aveva già messo a punto le nozioni di discendenza con (piccole) variazioni nell’Origine delle specie del 1859 e di variabilità biologica delle popolazioni di esseri viventi nelle Variazioni delle piante e degli animali allo stato domestico del 1868, in Descent of man, per spiegare l’emergenza dell’uomo ricorre a una doppia selezione: dell’individuo e dei gruppi di individui. L’assunto darwiniano di base è proprio ciò cui i pensatori francesi – da Merleau-Ponty a Derrida, via Foucault e Lacan – resistono ad ammettere: la continuità tra natura e cultura, tra genetica e sapere linguisticamente organizzato. La doppia selezione, spesso con interazioni reciprocamente negative, è ciò che consente lo sviluppo, a volte problematico, per non dire contraddittorio, delle due componenti: quella naturale e quella culturale. Leggi tutto “Le miserie dell’effetto-scuola”

Lo smarrimento della domanda

Dal desiderio di formazione alla logica di mercato

A distanza di quasi 40 anni suonano di estrema attualità le parole pronunciate da Lacan in occasione del suo viaggio in Italia nel 19741: “Le cose sono arrivate al punto da aver bisogno di analisti. Senza dubbio è vero per l’Italia, come altrove, d’altronde. E non è una ragione sufficiente perché ve ne sia, voglio dire, perché qualcuno si consacri a questo.”

Lacan esordisce in quell’incontro con parole forti dicendo che si aspetta che qualcosa si produca in Italia, cioè che un certo numero di persone sia analizzato. E aggiunge: “Ma non dipende da me. Perché siate analisti – posizione assai difficile benché del tutto condizionata dal punto in cui siamo, – non posso assolutamente volerlo al vostro posto. Dovete volerlo voi. Occorre che ognuno si interroghi a riguardo e si decida a volerlo diventare.”

Non si può decidere al posto di un altro. Non c’è delega possibile in rapporto al desiderio. Ognuno in rapporto alla formazione si trova a sostenere e articolare la propria domanda. L’autorizzarsi in prima istanza è questo.

Invita poi a tener conto di quanto sia poco accattivante essere analista e persino a tratti disperante. L’analista è qualcuno che si fa consumare, si offre in pasto all’amore, un amore che, dice, “lo si deve al supposto sapere”. Un amore retto dalla supposizione di un sapere totalizzante che si attende di possedere. E poi un passaggio determinante:

“Insomma è supposto sapere e, senza l’analisi, non si saprebbe quanto l’amore sia debitore a questa supposizione. Grazie all’analisi lo si sa. E’ già un passo.” Leggi tutto “Lo smarrimento della domanda”

Se volessi diventare astrologo…

… andrei da un astrologo già affermato, possibilmente il più rinomato sulla piazza, perché mi insegni a interpretare le configurazioni astrologiche; da lui imparerei a correlare i passaggi attuali dei pianeti nelle loro case con l’assetto planetario che ha presieduto alla nascita di chi mi chiede l’oroscopo, giustificando così previsioni future. Studierei codici antichi e moderni, sempre lasciando l’ultima parola al maestro di cui sono allievo. Poi diventerei un professionista, vendendo strologherie a giornali e a privati. Il popolo ama essere ingannato e lo ingannerei prontamente con lo stesso fervore con cui mi sono lasciato ingannare io stesso. L’ignoranza astrologica – un’antica e nobile ignoranza, risalente ai sacerdoti sumeri – verrebbe garantita al cento per cento: prima di diventare astrologo non sapevo che Giove avesse dei satelliti – le lune medicee, scoperte da Galilei – e continuerei a non saperlo da astrologo ben formato.

Isaac Cordal - Follow the leader
Isaac Cordal – Follow the leader
www.isaac.alg-a.org/

Diversamente andrebbero le cose se volessi diventare astronomo. Innanzitutto, sarebbe largamente indifferente la mia preparazione di base; potrei essere matematico, fisico, chimico, geologo, addirittura biologo. In secondo luogo non troverei maestri, cui riferirmi, ma collettivi di ricerca astronomica: dagli Appennini (Laboratorio Nazionale del Gran Sasso) alle Ande (Centro telescopico di Atacama). La formazione dell’astronomo non segue un iter prefissato. La cultura di base che mi è richiesta è quella fisico-matematica, che qualunque università può dare; la mia specializzazione consiste nell’imparare a usare delle apparecchiature avanzate: dai telescopi terrestri e satellitari agli spettroscopi alle diverse lunghezze d’onda. Poi comincerei a lavorare al tema di ricerca del collettivo in cui mi sono inserito: dagli esopianeti ai lampi di raggi gamma e pubblicherei i risultati su giornali specializzati, esponendomi alle confutazioni del collettivo di pensiero astronomico.

La carriera dello psicanalista assomiglia più a quella dell’astrologo o dell’astronomo?

Ci sono pochi dubbi. Formalmente e materialmente psicanalista e astrologo sono figure professionali sovrapponibili: entrambi vendono prognosi e cure; ti dicono: sei stato questo e quest’altro a causa di certe configurazioni astrologiche o parentali; diventerai così e cosà; se seguirai i miei consigli o farai il mio iter terapeutico potrai migliorare la tua posizione al mondo. Della serie: “Se bevi il mio yogurt, puoi abbassare il tuo colesterolo”. Anche l’iter formativo dei rispettivi professionisti presenta inquietanti analogie astropsicologiche, nel nome della conservazione del sapere da trasmettere. Freud fu un ferreo custode dell’ortodossia psicanalitica; ne aveva tutto il diritto, avendo inventato la psicanalisi. Ma non si rese conto della trappola che andava costruendo con le proprie mani, riducendo la psicanalisi ad astrologia o a lettura della mano. Lo si scusa dicendo che si adeguava al positivismo dell’epoca, una forma di pensiero rigidamente determinista, ma è una sciocchezza storica. Freud era determinista come tutti i medici, pur vivendo all’epoca della meccanica quantistica (su cui non era informato), che è fondamentalmente indeterministica.

Ecco alcune conseguenze dell’ortodossia freudiana. Formalmente lo psicanalista in fieri chiede la propria formazione a una scuola di un ben preciso indirizzo. La psicanalisi non è una scienza. Pullula di maestri che insegnano le più disparate verità, ognuno la propria, ormai depositata in una scuola ben caratterizzata: freudiana, junghiana, lacaniana ecc. Il giovane segue un iter di conformazione al termine del quale non sarà più giovane, ma sarà stato addestrato ad applicare alla cura dei casi clinici la dottrina che gli è stata inculcata. Durante la sua attività professionale non avrà mai modo di mettere in discussione l’insegnamento ricevuto. Forse è diventato addirittura “didatta”, addetto a trasferire ad altri gli stessi pregiudizi che altri hanno trasferito su di lui. Dopo Galilei e Keplero si è mai visto un astrologo diventare astronomo? (Galilei e Keplero vendevano oroscopi per sopravvivere, come gli psicanalisti che fanno gli psicoterapeuti per sbarcare il lunario).

Materialmente, la formazione psicanalitica consiste nell’acquisizione di pregiudizi. I pregiudizi alla base della formazione psicanalitica sono delle mitologie. Ha cominciato Freud vendendo sul mercato della cura la mitologia dell’Edipo, riveduta e corretta in chiave nevrotica; ha proseguito Jung, convocando mitologie orientali accanto a quelle greche; oggi gli ultimi e i penultimi lacaniani vendono almanacchi che strologano sulla funzione del padre. Mitologie e astrologie sono narrazioni che raccontano verità indimostrabili e/o inconfutabili. Tecnicamente sono verità indecidibili. Stanno in piedi unicamente sull’autorità di chi le insegna. Il loro potere è quello ipnotico del rito che istituiscono: tre sedute alla settimana di psicoterapia per vent’anni, nel caso della psicanalisi. Poi, se non sei guarito, sei stato convinto di essere malato.

È possibile che uno psicanalista diventi astronomo della psiche da astrologo dell’anima, quale ha imparato a essere?

È molto difficile. La psicanalisi si è sviluppata e affermata come cura medica dell’anima. L’imprinting medico l’ha marchiata dall’origine; è inutile che gli psicanalisti si ribellino alla tirannia della diagnosi, magari codificata in qualche DSM; l’orientamento medicale resta indelebilmente impresso nella prognosi e nella cura psicanalitica, comunemente intesa nel senso di qualunque cura medica come ripristino dello stato presintomatologico. Allora si sente dire che le nevrosi di carattere non si curano e che per i borderline bisogna integrare la psicoterapia con gli psicofarmaci. La situazione è chiara: la medicina non è scienza, essendo inconfutabile; la psicanalisi, in particolare quella freudiana, non è scienza, e non diventerà mai scienza, essendo originariamente medica.

C’è qualche speranza?

La via d’uscita che intravedo è la creazione di collettivi di metaanalisi, cioè collettivi di pensiero, su basi paritarie e democratiche, dove insieme ad altri ognuno analizzi la propria esperienza di analisi, fatta come esperienza individuale nel setting freudiano, e formuli congetture su possibili analisi future, meno astrologiche di quelle passate. La difficoltà è tutta pratica. All’analisi, insegnava Freud, si resiste. Questa è una verità di fatto. Un’analisi si intraprende con la scusa della cura. Se questa scusa viene meno, chi e con quale coraggio vorrà intraprendere il difficile percorso analitico?

Già, per diventare psicanalista – un astronomo della psiche – ci vuole coraggio. Ci vuole coraggio morale, insegnava il mio maestro Jacques Lacan (si rilegga nei suoi Ecrits le Varianti della cura-tipo del 1955, debitamente censurate nell’edizione economica). Senza etica si rimane psicoterapeuti, cioè astrologi. Ma l’etica, come il coraggio – insegnava don Abbondio – uno non se la può dare. L’etica è un rischio collettivo. Come l’astronomia.

Qui andrebbe aperto un discorso serio che esula dall’approccio ironico di questo scrittarello. In epoca scientifica la posizione etica del soggetto della scienza non è più quella prescientifica. Il soggetto della scienza non si conforma né a etiche calcolistiche, come quella aristotelica, la cui virtù risulta dal calcolo del giusto mezzo tra due vizi estremi, né a etiche categoriche, come quella kantiana, che presume di escogitare legislazioni universali. L’etica della scienza è par provision, insegnava Cartesio. Qualunque morale va bene, purché la si segua fino all’ultima delle sue conseguenze, come qualunque congettura scientifica. Poi, se non va bene, la si cambia. È un’etica a posteriori, essendo inteso che paghi il dazio anche per le conseguenze che non avevi previsto. Se è vero che esiste l’inconscio freudiano, sei responsabile anche di quello che non sapevi.

Vai a dirlo all’astrologo che presume di prevedere tutto.

 

Non mi frega un tappo!

Mouchette
Mouchette

Il giovedì sera ho offerto un aperitivo a degli ospiti nella stanza adibita comunemente a sala d’aspetto del mio studio; per l’occasione del brindisi, ho stappato una bottiglia di brut. Il venerdì mattina, introducendo una analizzante per la terza seduta, mi vedo recapitare, con un’aria trionfante, e un sorriso a dir poco equivoco, il tappo della bottiglia, che era finito in non so quale anfratto della libreria, ma da lei immediatamente e infallibilmente ritrovato dopo non più di tre o quattro minuti di sala d’attesa. Anche se a molti potrebbe sembrare  esagerato, basterebbe un simile gesto – che vale più di mille test −  per formulare con esattezza una diagnosi di isteria (per lo psicoanalista esiste ancora, è diffusa universalmente e non smetterà mai di esistere), ancor prima di aprire bocca per dire una parola. Poiché non ho preso il tappo che mi veniva messo in mano, esso è stato collocato in bella mostra sul mio scrittoio. Dopo circa un quarto d’ora dall’inizio della seduta, priva di qualsiasi commento sull’episodio e piena di quelle che si possono definire le lamentele di routine, comincio a domandarmi, a causa di questo silenzio, se per caso non si sia trattato di un acting-out e mi decido a chiedere lumi alla cliente, ben sapendo dell’inevitabile rischio a cui stavo andando incontro. Difatti, ne è seguito il prorompere di un torrente di fantasie sull’ “orgia” che si sarebbe svolta quella notte in sala d’aspetto con le mie “pazienti”. Nel crescendo di un turpiloquio sempre più eccitato, mi viene fatta notare, non senza la civetteria di un en passant, la forma del tappo che, come è noto, per gli champenoises non è la stessa di quella dei vini fermi. Questo gioco o “scena” fatto di civetterie con l’analista tanto quanto con la psicoanalisi (simbolismi, allusioni, motti di spirito, ironia, furbizia, finta ingenuità, rossori, scalmane, risatine, sospiri, carezze sui seni e sul sesso, ecc.) completa il quadro isterico: sono io che l’ho visto, sono io che l’ho preso, sono io che te l’ho portato! Potrei proseguire: che tu lo voglia o no, questo non mi impedirà certo di fartelo prendere…

Mentre l’analizzante è tutta protesa a impormi il suo fantasma isterico, a un tratto mi dice: “È arrabbiato, vero? Lo so che le sto dando fastidio”, ma – completiamo – non ci posso fare niente! Dichiara dunque, per sfuggire all’angoscia, che si tratta pur sempre di un gioco, di una messa in scena. E tuttavia io non sono né arrabbiato, né scocciato, né infastidito, ed è realmente così. Non per grazia ricevuta, ma per esperienza. Infatti lo sono stato, e per molto tempo: precisamente quando credevo di essere, o fare “lo psicoanalista”, cioè una professione: ecco un altro fantasma, molto più micidiale di quello dell’analizzante. Allora mi era intollerabile che qualcuno si prendesse una parte di me, una mia parte “privata” (come per esempio il mio tappo), e ne facesse il pretesto per goderne attraverso un fantasma, e non solo: se ne prendesse gioco. Infatti, cosa c’entrava questo con i pazienti, il dottore, la malattie, la cura, il setting, la serietà professionale? Il mio tappo! Ma scherziamo? Non sono forse libero di fare un brindisi nel mio studio? Di cosa s’impiccia costei? Su, si rivesta! Ma anche no, se non sono un professionista serio: perché non approfittarne? Perché non godere un po’ anch’io di tutta questa circuizione e stare al gioco, così, senza pensarci? Ma poi, chi mi garantisce che… Pericolo!

Individuare un fantasma isterico: forse già questo è fuori dalla portata della psicoterapia – almeno di quella che ha escluso l’isteria dalla nosografia, e l’ha esclusa perché non sa e non vuole più ricondurre il sintomo alla sua radice sessuale. Lo psicoterapeuta, che si vuole un medico, risponde sempre alla domanda del(la) “paziente” e gli risponde sullo stesso piano, quello della “realtà”: il sintomo viene trattato per come si presenta ed è dichiarato: di conseguenza.

Mettiamo che per un uomo si tratti di impotenza: egli verrà curato con una determinata tecnica che mira a risolvergli il suo “problema” (non il mio, per fortuna). Si tratta, insomma, di tornare a far”lo” funzionare. Non sorge il minimo dubbio che quel sintomo serva a quell’uomo (questa volta è lui a essere un isterico) per liberarsi dal compito di dover fare l’uomo, e per cercare il proprio desiderio, quello che egli sente alienato nel fare l’uomo. Non si tratta, infatti, di avere un pene insufficiente (angoscia che non manca mai nell’isterico uomo), né di avere (siamo un po’ più raffinati!) un desiderio insufficiente per possedere una donna, ma del fatto di non avere un desiderio sufficiente a essere del tutto impotente riguardo a quel genere di potenza, di rappresentazione alienata di virilità. Insomma, di decidersi una buona volta a liberarsene completamente. Oppure si tratta, più classicamente, di mantenersi nell’insufficienza del bambino rispetto alla richiesta esorbitante della Madre. La domanda di quest’ultima è appunto che il figlio resti nell’insufficienza, nell’impotenza “con le donne”, perché ha fatto dell’essere del figlio, di tutto il suo corpo, della sua vita, il talismano di tutta la sua potenza. Lei “sa” che lui non la tradirà in questo sostegno, anche nel caso abbia il permesso di fare qualche scappatella, se pure gli riesce.

Tutto questo fa parte, nel modo più classico e tradizionale, del pedigree di ogni psicoanalista. Ma basta?

Fino al punto in cui l’analista riconosce e interpreta un fantasma isterico – quello, per esempio, mediante cui l’isterica, rinunciando alla propria femminilità, si rap-presenta dotata di un fallo che vuol far “prendere” all’altro, uomo o donna (cosa che, se non ne dichiarasse la natura di “gioco”, la farebbe letteralmente, come a volte accade, diventare pazza di godimento) −, fino al punto in cui l’analista riconosce e interpreta un fantasma isterico, le cose per lui sono in fondo rassicuranti: niente, qui, lo distingue ancora dal medico, e il giudice che assimila tout-court l’atto dell’interpretazione a un atto medico, pur nella sua infinita ignoranza, non sbaglia: Ne uccide più la parola della spada (e del bisturi). Indubbiamente. L’analista che non ha fatto propria questa elementare verità, nella pavida speranza di diminuire la sua colpa e la sua angoscia e di rendere inoffensivo il suo atto, non può avere la minima efficacia nella sua parola (“in fin dei conti non facciamo che parlare” è una vigliaccheria, venisse pure scandalosamente dalla bocca di Freud).

No, quello che distingue realmente la psicoanalisi da una psicoterapia non è questo sapere, e tanto meno l’applicazione di una tecnica – la sedicente  “psicoterapia psicoanalitica” – piuttosto che un’altra, ma è quello che ho descritto pocanzi, un po’ grossolanamente: è intollerabile che qualcuno si prenda una parte di me, una mia parte “privata” (come per esempio il mio tappo), una parte del mio corpo, e ne faccia un oggetto di godimento per soddisfare un proprio fantasma. Siamo al cuore del “controtransfert” o del “desiderio dell’analista”.

Qualcuno avrà forse riconosciuto in questa frase qualcosa di famigliare, ovvero di molto poco famigliare, anzi di completamente estraneo: il fantasma sadiano, piuttosto che sadico, del diritto dell’Altro al godimento del mio corpo:

« J’ai le droit de jouir de ton corps, peut me dire quiconque, et ce droit, je l’exercerai, sans qu’aucune limite ne m’arrête dans le caprice des exactions que j’ai le goût d’y assouvir. »[1]

Si tratta di accettare, o di non accettare di sottomettersi incondizionatamente al godimento dell’Altro, a un’autorità che per Freud è quella del Padre primordiale, e poi, dopo la sua uccisione, quella del Superio. Si tratta di quello che è lecito chiamare il godimento sadico. Ad ogni analisi, questo “diritto incondizionato del godimento dell’Altro” si presenta immancabilmente, e l’efficacia del trattamento è direttamente proporzionale a quanto l’analista accetti di sottomettersi a questo godimento, oppure a quanto indietreggi di fronte a esso. La massima sadiana (kantiana) rivela che non c’è alcun “privato”, alcuna parte privata del proprio corpo o del proprio pensiero che possa sottrarsi all’incondizionato del godimento dell’Altro. E nell’epoca in cui viviamo, bisogna proprio permanere nell’infatuazione della schöne Seele (cioè nella pratica sistematica della rimozione) per non saperlo.

Cosa risponde allora l’analista di fronte alla Malvagità che è al cuore del godimento dell’Altro, e dunque del suo proprio cuore così come di tutta la sessualità umana?[2] Vuole continuare a ignorarla? Indietreggia inorridito? Cerca di mantenersi a qualsiasi costo entro i limiti del “servizio dei beni” ?– come il dottor Harford di Eyes Wide Shut di Kubrick, che, mentre vede moltiplicarsi i segni sempre più inquietanti del godimento dell’Altro, continua a ripeter(si): “Non c’è da preoccuparsi: sono un medico” [3]. Colmo dell’anima bella!

La  “garanzia” dell’iscrizione a un Albo professionale non nasce forse dall’angoscia di essere senza garanzie rispetto a questo godimento malvagio che travolge tutte le barriere del Bene del Buono e del Bello? Cosa risponderà l’analista di fronte alla coorte dei fantasmi che ogni giorno lo incalzano? Giù le mani, stia al suo posto, sono io il dottore, come si permette, la smetta dunque, io non sto al suo gioco, mi lasci in pace e faccia il bravo (paziente), su, non faccia così!, questa è la mia vita (sessuale) e non la riguarda, anch’io come tutti ho diritto alla mia privacy?

Tutta la questione è se, quando, e quanto il soggetto, messo nelle condizioni di disporne incondizionatamente, è disposto non: a rinunciare all’esercizio del suo diritto al godimento (è in questa rinuncia che consiste la cosiddetta “depressione”), ma a raggiungerlo “sulla scala rovesciata del desiderio”. È ciò che Freud ha chiamato “castrazione”[4]. Se la castrazione,  atto (prima ancora che concetto) del tutto estraneo alla psicoterapia e a qualsiasi “formazione dello psicoanalista”, sancisce la fine dell’analisi, la sua ripetizione “interminabile” fonda il desiderio dell’analista, che è un desiderio radicale di distruzione.

Rimane la questione: di cosa?


[1] Lacan, Kant con Sade, in Écrits, pp. 768-769; così tradotto da Contri negli Scritti, p. 768: “Ho il diritto di godere del tuo corpo, può dirmi chiunque, e questo diritto lo eserciterò, senza che nessun limite possa arrestarmi nel capriccio delle esazioni ch’io possa avere il gusto di appagare”. Per quanto io qui possa riferirmi al “magistero di Lacan” – ammetto che nella mia pratica mi sembra difficilmente evitabile – non mi considero affatto “lacaniano” e sposo completamente l’asserzione di Serge Leclaire: “Lacanien? ça n’existe pas!”

[2] L’isteria “gioca” ancora con il fantasma del godimento sadico, che preferisce rivolgere su se stessa, masochisticamente, in un eterno lamento sul dolore di esistere che strazia la sua anima e il suo corpo (sintomi). Ma la nevrosi ossessiva “non sta più al gioco” e preferisce di gran lunga esercitare questo godimento su tutti quelli che gli stanno intorno, a cominciare dal partner. Al cuore della nevrosi ossessiva, in cui giace il Superio uscito dall’Edipo fallito, rimosso, c’è autentica Malvagità nei confronti del proprio prossimo. L’ossessivo viene in analisi perché ha cominciato ad accorgersene, e la sua incerta lotta è tra il togliersi questo Male dal cuore (moralismo) o pretendere di esercitarlo a tutti gli effetti e, quel che è peggio (poiché la società in questo lo sostiene con tutte le sue risorse), legittimamente. Il godimento sadico dell’ossessivo consiste proprio nella sua implacabile e apatica adesione alla norma(lità) sociale (Superio), mediante cui fa soffrire l’altro.

[3] Conosciamo la soluzione finale adottata dal dottor Harford per sfuggire ai turbamenti suscitatigli dalle fantasie di sua moglie: ritornare a scoparla con urgenza. Del resto è una soluzione squisitamente morale e perfettamente medica; di fronte al sintomo dell’isterica, la risposta terapeutica non è forse sempre stata: “pene normale, dosi ripetute?” È appunto, come abbiamo fatto notare pocanzi, la soluzione che l’isterico maschio rifiuta.

[4] « La castration veut dire qu’il faut que la jouissance soit refusée, pour qu’elle puisse être atteinte sur l’échelle renversée de la Loi du désir. Nous n’irons pas ici plus loin.» [“La castrazione vuol dire che bisogna che il godimento sia rifiutato perché possa essere raggiunto sulla scala rovesciata della Legge del desiderio. E non andremo oltre.”]. J. Lacan, Écrits, cit., p. 827; tr. it. cit., p. 830. Non dico che si tratti di un’esperienza comune, ma di un’esperienza che è alla portata di tutti.

Insegnare di meno, analizzare di più

Per alcuni spostamenti d’accento nella storia dell’analisi didattica1

Una questione di fondo del movimento psicanalitico è come si debba insegnare un’arte il cui oggetto non è sensorialmente percepibile e il cui strumento deve essere maneggiato con cura, anche se non lo si può prendere in mano. Quest’arte consiste nel rendere accessibile il desiderio e il godimento inconsci attraverso una talking cure e il suo strumento fa parte del suo stesso esercizio. Come ogni uomo questo artista possiede “uno strumento nel proprio inconscio con cui riesce a chiarire le manifestazioni dell’inconscio nell’altro”.2 Pertanto “ogni analista arriva fino al punto in cui glielo consentono i propri complessi e le proprie resistenze interne”.3 Come potrebbe non lasciarsi coinvolgere da loro? Lo dovrebbe garantire un’analisi dell’analista e non solo iniziale.

Come analisi personale “originaria” potrebbe valere lo scambio di idee che Freud ebbe con l’amico di Berlino Wilhelm Fliess4 e come prosecuzione l’esame dei sogni mentre redigeva la sua opera fondamentale, la Traumdeutung.

Die Traumdeutung Leggi tutto “Insegnare di meno, analizzare di più”

Vita dura per i freudiani

Non è meno dura la vita per i lacaniani, ma di questo secondo capitolo di una triste storia – la Storia del movimento analitico – parlerò in un altro documento.

Non se ne rendono ben conto i freudiani ortodossi, a cui va bene la riduzione nordamericana della psicanalisi a psicoterapia. Ma oggi è difficile essere autenticamente freudiani. Chi ci prova, riesce – ben che vada – a essere… freudista.

Cioè?

Il freudista è uno che abita nel freudismo, un luogo dove si conserva la lettera – tutte le lettere – del dettato freudiano. Che non cada uno iota dalla tavola della legge freudiana, è il motto dell’ortodossia freudista. L’ortodossia è sempre totalitaria, non solo nel caso freudiano. E il risultato dell’applicazione dell’ortodossia è sorprendente: la pratica del freudismo diventa, senza che il freudista se ne accorga, una pratica medica.

Nella trappola cadde anche Freud, che pure aveva iniziato bene, avviando la costruzione della sua “giovane-nuova” scienza (junge Wissenschaft) dell’inconscio: una scienza diversa dalla psicologia filosofico-scolastica dei suoi tempi, simile alla psicologia cognitivista dei nostri, che riduce tutto lo psichico al conscio. Le testimonianze parlanti di questo avvio scientifico sono negli Studi sull’isteria e nella Scienza dei sogni. Tuttavia, anche lì si possono riscontrare i primi segni della degenerazione non scientifica, precisamente medica, forse inevitabile, della psicanalisi.

Sigmund Freud
Sigmund Freud
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