Il lavoro analitico come dispositivo epistemico

Fondation Européenne pour la Psychanalyse – Decimo Congresso

La formazione dello psicanalista oggi

Roma, 16 – 18 maggio 2014

 

La causa decisiva dello smarrimento del pensiero psicanalitico
sembra risiedere nell’oblio dei concetti freudiani fondamentali.

Manfred Pohlen

Credo che ancora oggi un discorso sulla formazione analitica non possa prescindere dalla definizione che nel 1922 Freud ha dato di psicanalisi per la corrispondente voce dell’Enciclopedia Britannica e che richiama in diversi suoi scritti.

La triplice definizione recita: “1) un procedimento per l’indagine dei processi psichici cui altrimenti sarebbe pressoché impossibile accedere; 2) un metodo terapeutico (basato su tale indagine) per il trattamento dei disturbi nevrotici; 3) una serie di conoscenze psicologiche acquisite per questa via che gradualmente si assommano e convergono in una nuova disciplina scientifica”.1

Il divano di Freud
Il divano di Freud

È evidente come i primi due elementi siano indistinguibili: il metodo terapeutico è il procedimento di indagine e viceversa. Si tratta della preziosa coincidenza di ricerca e cura che per Freud caratterizza la psicanalisi2 e che nel testo Consigli al medico nel trattamento psicoanalitico Freud collega al concetto di “lavoro analitico”: “È invero uno dei titoli di gloria del lavoro analitico che in esso indagine e trattamento coincidano”.3

Il lavoro analitico è prima di tutto un lavoro comune,4 un processo collaborativo simmetrico che prevede sostanzialmente due regole, una per l’analizzante (l’uso dell’associazione libera) e una per l’analista (l’attenzione uniformemente sospesa). Entrambe sono caratterizzate dalla temporanea sospensione del giudizio: sulle idee spontanee che stanno emergendo, per l’analizzante; su ciò che sta ascoltando, per l’analista. Queste regole sono dettate dall’unicità di ciò che mette in relazione i due soggetti, ovvero l’inconscio [das Unbewusste].

L’etimologia di questo termine ci avverte di un significato più esteso rispetto alla polarità conscio – non conscio, consapevole – non consapevole che, dopo Cartesio, siamo soliti attribuirgli. L’aggettivo bewusst è il participio passato del verbo bewissen, un verbo del basso tedesco medio che significa “orientarsi”, “trovare la strada”, “raccapezzarsi” e più in generale “sapere”.5 Fra analizzante e analista c’è di mezzo il non saputo, il non ancora saputo, ciò che non è stato ancora pensato o che non ha ancora trovato un parola per essere enunciato. Questa è la prima verità di principio della psicanalisi.

La seconda, intimamente collegata alla prima, è che il sapere sarà sempre sapere a posteriori (Nachträglichkeit).6 Ciò ha almeno due implicazioni: la prima è che la psicanalisi non può legare con il discorso medico, che con la prognosi si caratterizza come l’opposto della Nachträglichkeit; la seconda è che la psicanalisi non potrà mai costituire un sistema di conoscenze,7 un edificio teorico compiuto, rimanendo sempre aperta a un nuovo sapere che ancora deve emergere.

Il rapporto fra sapere e tempo, questa volta declinato verso il passato, costituisce la terza verità di principio, la rimozione originaria (Urverdrängung), una rimozione non analizzabile, che toglie fondamento alla pretesa di una piena ricostruzione del processo di costituzione dei sintomi.

Se è questo ciò che è in gioco nel lavoro analitico, allora comprendiamo Freud quando afferma che l’analisi è un “compito infinito”.8 Assunta questa prospettiva, ne deriva che la psicanalisi non ha nulla ha a che vedere con l’impostazione eziologica e deterministica del discorso medico. Non escludo certo che l’analisi abbia degli effetti terapeutici, che possa condurre il soggetto a stare meglio,9 ma tali effetti sono accessori al lavoro analitico, un guadagno secondario del lavoro epistemico condotto in seduta, non una guarigione come ripristino dello stato precedente e nemmeno il beneficio apportato al paziente da una cura che agisce come controcausa sulla causa della malattia.

Tali peculiarità del lavoro analitico non possono non avere importanti conseguenze sulla formazione. Se l’analisi opera in un campo non deterministico, ma ha a che fare con l’infinito; se non c’è un legame di principio fra analisi ed effetto terapeutico, che può essere riscontrato solo di fatto, caso per caso e a posteriori,10 allora non c’è alcun motivo perché lo psicanalista si proponga come medico dell’anima e pretenda di formarsi come terapeuta, apprendendo dagli esperti e dai maestri di scuola quelle teorie che messe in pratica possono permettere al paziente la guarigione.

Al contrario, l’unico tipo di formazione che pare coerente con i concetti fondamentali della psicanalisi è una formazione infinita, che prevede che l’analista non abbandoni mai la posizione di analizzante, ovvero che non consideri mai finita la “propria analisi”.11 Non sto affermando che l’analista debba stendersi sul divano per tutta la vita, sto affermando che la sua autentica formazione è fare esperienza dell’inconscio come analizzante e continuare poi la “propria analisi” per tutta la vita. Questo approccio mette l’analista nella condizione di lavorare con la propria ignoranza, so di non sapere, ma anche con ciò che Freud chiama “la macchia cieca”, non so di non sapere. Non credo che l’analista possa offrire garanzie migliori rispetto all’impegno, che è costitutivo della sua funzione, di predisporre uno spazio e un tempo nel quale l’analizzante faccia il proprio lavoro.

Questa concezione ha poi implicazioni a livello collettivo. Una formazione senza fine pone gli analisti di fronte alla necessità di sottoporre ad analisi anche le modalità in cui si declina il collettivo analitico lasciandosi alle spalle il fantasma freudiano dell’orda collettiva attorno al padre – maestro e cercando piuttosto di realizzare forme compiute di un dispositivo epistemico collettivo che, come in seduta, permetta di lavorare sull’ignoranza.

Note

1 S. Freud, Psicoanalisi (1922), in Due voci di enciclopedia: “Psicoanalisi” e “Teoria della libido”, in Opere di Sigmund Freud, vol. IX, Boringhieri, Torino 1979, p. 439.

2 “Sin dall’inizio in psicanalisi è esistito un legame inscindibile tra cura e ricerca. La conoscenza portava al successo. Non si potevano fare trattamenti senza imparare qualcosa di nuovo. Non si otteneva alcun chiarimento senza sperimentarne l’effetto benefico. Il nostro procedimento analitico è l’unico che conserva questa preziosa coincidenza.” S. Freud, La questione dell’analisi laica (1926), Mimesis, Milano 2012, p. 112.

3 S. Freud, Consigli al medico nel trattamento analitico (1912), in Opere di Sigmund Freud, vol. VI, Boringhieri, Torino 1981, p. 532.

4 “Questa relazione, che per brevità chiameremo ‘transfert’, prende ben presto nel paziente il posto del desiderio di guarire, e finché è affettuosa e misurata, essa rappresenta un sostegno per il comune lavoro analitico.” S. Freud, Autobiografia (1922), in Opere di Sigmund Freud, vol. X, Boringhieri, Torino 1980, p. 109 (traduzione modificata).

5 Si veda anche la ricostruzione che M. Heidegger fa di questa parola nel corso dei seminari a Zollikon (Cfr. M. Heidegger, Seminario del 18 e 21 marzo 1969 in casa Boss, in Seminari di Zollikon, Guida, Napoli 2000, pp. 208-210). Goethe nel Faust usa il termine bewusst nel senso di “saputo”: “Mephistopheles: Allwissend bin ich nicht; doch viel ist mir bewußt” (Cfr. J. W. von Goethe, Faust, v. 1582) che può essere tradotto con “Onnisciente non son, ma molto so”.

6 “Non bisogna dimenticare che accade perlopiù di ascoltare cose il cui significato viene riconosciuto soltanto in seguito.” S. Freud, Consigli al medico nel trattamento analiticoop. cit., p. 533.

7 Intendo in questo caso fare riferimento alla terza delle definizioni che Freud propone nel 1922.

8 In L’analisi finita e infinita (1937), Freud smorza la forza di quest’affermazione prescrivendo, è proprio il caso di dirlo, che ciascun analista periodicamente, a intervalli di circa cinque anni, torni a “farsi oggetto dell’analisi”, quasi si trattasse del richiamo di un vaccino. Cfr. S. Freud, Analisi terminabile e interminabile (1937), in Opere di Sigmund Freud, vol. XI, Boringhieri, Torino 1979, p. 532.

9 “Vi ho detto che la psicoanalisi è nata come terapia, ma non è questa la ragione per cui ho inteso raccomandarla al vostro interesse, bensì per il suo contenuto di verità, per quanto essa ci insegna su ciò che all’uomo sta a cuore al di sopra di ogni altra cosa – la sua stessa essenza – e per le connessioni che mette in luce fra le più diverse attività umane. Come terapia, è una fra le tante, senza dubbio prima inter pares. Se fosse priva di valore terapeutico, non sarebbe stata scoperta sugli ammalati, né avrebbe potuto perfezionarsi per oltre trent’anni.” Cfr. S. Freud, Schiarimenti, applicazioni, orientamenti – Lezione XXXIV, in Introduzione alla psicoanalisi (nuova serie di lezioni) (1932), in Opere di Sigmund Freud, vol. XI, Boringhieri, Torino 1979, p. 261.

10 “La riuscita migliore si ha nei casi in cui si procede senza intenzione alcuna, lasciandosi sorprendere ad ogni svolta, affrontando ciò che accade via via con mente sgombra e senza preconcetti.” S. Freud, Consigli al medico nel trattamento analiticoop. cit., p. 535.

11 Nelle oltre 7.000 pagine delle Gesammelte Werke, Freud non ha mai usato l’espressione persönliche Analyse, preferendo invece usare Selbstanalyse (autoanalisi) o Eigenanalyse (propria analisi). Un modo elegante per prendere le distanze dal processo di burocratizzazione della formazione che a partire dal 1920 ha investito la psicanalisi.

Bibliografia

S. Freud, Ratschläge für den Arzt bei der psychoanalytischen Behandlung (1912), trad. it. S. Freud, Consigli al medico nel trattamento analitico, in Opere di Sigmund Freud, vol. VI, Boringhieri, Torino 1981, pp. 532-541.

S. Freud, Psychoanalyse e Libidotheorie (1923), trad. it. S. Freud, Due voci di enciclopedia: “Psicoanalisi” e “Teoria della libido”, in Opere di Sigmund Freud, vol. IX, Boringhieri, Torino 1979, pp. 435-462.

S Freud, Die Frage der Laienanalyse (1926), trad. it. S. Freud, La questione dell’analisi laica, Mimesis, Milano 2012.

S. Freud, Selbstdarstellung (1924), trad. it. S. Freud, Autobiografia, in Opere di Sigmund Freud, vol. X, Boringhieri, Torino 1980, pp. 69-141.

M. Heidegger, Seminari di Zollikon, Guida, Napoli 2000.

J. W. von Goethe, Faust.

S. Freud, Die endliche und die unendliche Analyse (1937), trad. it. S. Freud, Analisi terminabile e interminabile (1937), in Opere di Sigmund Freud, vol. XI, Boringhieri, Torino 1979, pp. 495-535.

S. Freud, Aufklärungen, Anwendungen, Orientierungen – XXXIV Vorlesung, in Neue Folge der Vorlesungen zur Einführung in die Psychoanalyse (1932), trad. it. S. Freud, Schiarimenti, applicazioni, orientamenti – Lezione XXXIV, in Introduzione alla psicoanalisi (nuova serie di lezioni), in Opere di Sigmund Freud, vol. XI, Boringhieri, Torino 1979, pp. 242-261.