Il disagio nella psicanalisi freudiana ovvero l’abbaglio medicale di Freud

“Le malattie che le medicine non curano, le cura il ferro;
quelle che il ferro non cura, le cura il fuoco;
quelle che il fuoco non cura, bisogna ritenerle incurabili.”
Ippocrate, Aforismi.

Premessa

15 anni fa, nel maggio 1998, feci a Berlino al iv Congresso della Fondation européenne pour la psychanalyse una comunicazione dal titolo: Das Unbehagen in der Psychoanalyse heisst Psychotherapie (“Il disagio in psicanalisi si chiama psicoterapia”). Sostenevo che la psicanalisi non è scienza ma l’etica della scienza. Aggiungevo che la psicanalisi soffre per essere ridotta a psicoterapia. Soffre perché la risposta terapeutica soffoca la domanda di etica.

15 anni dopo non ho cambiato idea. Grazie alla nuova traduzione della Frage der Laienanalyse di Freud, in collaborazione con Davide Radice (Mimesis, Milano 2012), posso precisare meglio la premessa. Oggi sostengo che, proprio nella versione teorica e pratica datale da Freud, la psicanalisi freudiana non è scienza, ma si presenta come variante della medicina. Oggi sono convinto che la psicanalisi sia scienza, ma la tesi sul disagio non cambia, anzi viene ribadita: la psicanalisi soffre per essere ingabbiata in una sovrastruttura medica: in teoria nella metapsicologia, in pratica nella  psicoterapia. La psicanalisi soffre nella gabbia medicale costruita da Freud intorno al nucleo scientifico della sua psicanalisi;[1] la costruzione medicale, per la precisione ippocratica,[2] di Freud impedisce alla cura psicanalitica, che originariamente non è medica, di diventare l’etica adatta all’epoca scientifica.

La psicanalisi soffre di questa malattia “morale”, in particolare in Italia, dove vige una legge dello Stato che della psicanalisi cancella persino il nome e ne regolamenta la pratica come una psicoterapia qualunque. Per far capire ai tedeschi la condizione di disagio che la psicanalisi soffre in Italia, dovrei rammentare loro il periodo nazista, quando Goering cancellò la “scienza ebraica”, facendo confluire la psicanalisi in un istituto di psicoterapia ariana.

Ma non di questo voglio parlare. Mettendo a frutto la lettura della Frage der Laienanalyse, parlerò della lotta donchisciottesca di Freud contro i medici, che pretenderebbero di essere gli unici autorizzati a esercitare la psicanalisi, in quanto cura medica. Come don Chisciotte, Freud cozzò contro dei mulini a vento. Oggi l’IPA vende psicanalisi in formato psicoterapico, cioè come cura medica delle nevrosi. Che errore commise Freud?

L’analisi laica

Ippocrate di Kos
Ippocrate di Kos

Nelle prime due righe del testo citato Freud dà una bizzarra definizione di laico con l’equazione laici = non medici.[3] Sarebbe come dire che le formiche e gli ingegneri, non essendo medici, sono laici. Bizzarria a parte, l’equazione è chiaramente non ippocratica. Infatti, nella seconda metà del v sec a.C., il secolo di Pericle, Ippocrate inventò la medicina laica, cioè non sacerdotale. Dire che laico equivale a non medico fa pensare alla possibile regressione religiosa verso il regime sacerdotale.[4] La definizione freudiana è chiaramente sintomatica e andrebbe analizzata. Ma non voglio fare un discorso ad personam; non voglio aggredire Freud, come Freud ha aggredito i medici; voglio smontare il paradigma medicale, che ingombra la psicanalisi sin dai tempi di Freud e da allora si è rinforzato, parassitando e indebolendo la psicanalisi.

Freud ha insegnato che nell’inconscio non esiste negazione; se l’analizzante nega un enunciato, spesso lo afferma, perché usa la negazione per far arrivare alla coscienza il contenuto rimosso. Non condivido al 100% questa teoria, che presuppone un piccolo uomo dentro l’uomo che dirige l’uomo. Però tengo per buono il risultato clinico. Allora, per la teoria freudiana non medico = medico? E, per la suddetta identità, medico = laico, come si augurava Ippocrate?

Sì e no. Bisogna procedere con prudenza e distinguere i casi.

Tutte le 87 pagine del pamphlet freudiano, postfazione compresa, sono una tirata contro i medici, che eserciterebbero la psicanalisi in modo selvaggio, senza essere mai passati per la formazione ortodossa, envisagée da Freud: l’analisi personale, i controlli della pratica clinica con analisti esperti, la partecipazione alle attività culturali degli istituti psicanalitici. Fin qui niente di male; ognuno ha il diritto di annunciare il vangelo che crede e fondare la propria chiesa su certi riti di cooptazione. Il paradosso fa capolino appena Freud attacca, con accenti a volte persecutori, i medici, specialmente quelli americani, proprio mentre propone una psicanalisi medica. Questa è la prima delle incongruenze freudiane che incontriamo. La sviluppo in breve.

Tutto comincia da una fallacia molto comune; era comune ai tempi di Freud non meno che ai nostri. Non diversamente da molti nostri contemporanei, Freud considerava la medicina una scienza e i medici degli scienziati;[5] come don Chisciotte, Freud prendeva i mulini a vento per dei giganti. Era in buona compagnia. Ancora oggi il re di Svezia premia con il Nobel i medici, alla pari di uomini di scienza della fisica, chimica e dell’economia. Proponendo una psicanalisi medica, quindi, Freud si illudeva di proporre una psicanalisi scientifica. Io stesso condivido l’illusione freudiana che la psicanalisi sia scienza, ma non l’assunto, mai ben esplicitato da Freud, che sia “scienza medica”. Scienza e medicina non vanno insieme, perché la medicina è una tecnica; Ippocrate parlava di techne, anche un’arte, che applica alla terapia i ritrovati delle scienze, ma non è di per sé una scienza. Su questo punto non mi posso soffermare.[6] Ne accenno solo per dire che, se la medicina è un’applicazione tecnica, nel migliore dei casi può essere regolata da una deontologia professionale; non sarà mai strutturata come un’etica.

Mi soffermo, allora, sull’assetto medico che Freud conferì alla cura psicanalitica, analizzandolo, come detto, dal punto di vista sia teorico sia pratico.

Comincio dalla teoria.

La psicanalisi freudiana è, di principio se non di fatto, una specialità medica perché la sua teoria – la metapsicologia – è organizzata come un’eziopatogenesi. L’eziopatogenesi è una variante del principio di ragion sufficiente, che sta alla base del discorso medico, nonché del senso comune, dove forma la comune dietrologia. Per il paradigma medico, come per il senso comune, dietro ogni fenomeno patologico c’è una causa specifica che lo produce – l’agente morboso, che va dal virus al batterio, dal fattore ambientale al gene – e una precisa via di sviluppo, lungo la quale si produce – la patogenesi. In metapsicologia le cause, che stanno dietro i fenomeni psichici, sono i traumi sessuali; la patogenesi metapsicologica si sviluppa lungo linee pulsionali. Le pulsioni non sono istinti, ma mitiche forze psichiche costanti;[7] portano alla soddisfazione sessuale, se sono sessuali, o allo stato di equilibrio psichico finale, se sono pulsioni di morte. Di tutta questa dottrina non condivido molto. La considero prescientifica per il ruolo preponderante che assegna al determinismo. Oggi le scienze sono indeterministiche: non parlano di cause o di moventi, come si fa alla polizia, in tribunale o al bar, ma si dedicano a (ri)costruire il reale attraverso modelli probabilistici. Ma per Freud non si può dire un numero a caso, senza avere dietro un movente edipico.

E passo alla pratica della terapia psicanalitica.

Ancora più che nella teoria è nella pratica della cura che emerge l’assetto medicale della psicanalisi. Nella Frage all’interlocutore imparziale Freud descrive la cura psicanalitica come ripristino dello stato di salute premorboso.[8] Freud presuppone che prima della cura agiscano delle cause patogene, responsabili della nevrosi dell’Io: sono le inefficienti e dispendiose rimozioni infantili, che l’Io debole ha esercitato nei confronti delle rappresentazioni dei traumi sessuali. La cura analitica rimuove le rimozioni, rinforza l’Io e lo porta ad accettare la sessualità; dopo la cura l’Io torna a essere libero, sano e forte, capace di fronteggiare le richieste pulsionali e offrire prestazioni sessuali all’altezza grazie alla liberazione delle energie già congelate nella rimozione. Il modello medico è evidente: l’Io viene riportato a una sorta di stato ideale precedente la rimozione; la cura analitica agisce come in medicina agisce la cura antibiotica, che riporta l’individuo allo stato di salute precedente all’infezione; l’analisi sarebbe l’azione che combatte le rimozioni infantili come l’antibiotico combatte l’infezione. La cura analitica fa la guerra alle resistenze che difendono la rimozione. Non lo dico a caso; proprio nella Frage le metafore belliche sono tra le più gettonate da Freud, forse non solo come espediente retorico per farsi meglio intendere dal proprio interlocutore. Nella Frage parla il Freud “guerrafondaio” dei conflitti, dei meccanismi di difesa, delle censure e delle rimozioni.

Questo, semplificando molto, è l’assetto medico all’interno del quale Freud attacca i medici che esercitano l’analisi. Ma – mi chiedo – perché mai i medici non dovrebbero esercitare la psicanalisi, se sia in teoria sia in pratica è organizzata come una disciplina medica? Perché mai la psichiatria non dovrebbe annoverare la psicanalisi come uno dei tanti presidi psicoterapeutici delle malattie mentali? Questa è la prima incongruenza freudiana, che emerge dal testo della Frage. Incongruenza – va detto – non più attuale come ai tempi di Freud, dato che oggi nessun medico crede più alle virtù terapeutiche della psicanalisi.

Ma dal discorso freudiano emerge una seconda incongruenza, più sottile e più devastante, più pratica che teorica. Eccola.

La nolontà di guarigione

“Potrebbe forse darsi che in questo caso i malati non siano come gli altri malati”,[9] afferma Freud nell’introduzione al suo pamphlet.

Freud ebbe sempre una concezione medica della malattia mentale; sin dal 1895, nell’Eziologia dell’isteria, propose per essa il modello della tubercolosi. Come la tbc è causata dal bacillo di Koch, l’isteria sarebbe causata dalla reviviscenza del trauma sessuale infantile in età pubere. Trent’anni dopo, davanti all’imparziale, arriva a dire che, prima di esercitare l’analisi, il laico deve chiedere una sorta di permesso al medico, perché escluda la malattia organica nel caso di isteria. Ma, non del tutto ottenebrato della polemica, lo sfiora un dubbio.

L’isteria potrebbe essere una malattia non medica; non perché non avrebbe una causa organica – un virus o un gene; l’isteria potrebbe essere una malattia non medica perché, a differenza delle malattie mediche, resiste alla cura: letteralmente non vuole guarire, cioè non vuole tornare alla status quo ante che precede la rimozione. L’isteria sarebbe una peste che non vuol guarire dalla peste; quindi non è una peste.[10] Nella Frage Freud suscita lo stupore e lo scalpore dell’interlocutore imparziale affermando la nolontà di guarigione del nevrotico. L’interlocutore imparziale condivide l’opinione del senso comune del medico: se c’è una malattia, ci vuole una cura. Una malattia che non voglia guarire non è una malattia “naturale”. Se non vuole essere curata lasciamola al proprio destino e non scomodiamo neppure la psicanalisi, conclude l’interlocutore di Freud. L’imparziale ragiona come l’attuale dsm, che ha radiato l’isteria dal catalogo delle malattie mentali curabili. Entrambi non vogliono riconoscere la volontà di impotenza, o volontà di fallimento, che anima la vita psichica del nevrotico, ancorata com’è a un godimento che produce sofferenza.

Sorvolo sulla giustificazione della nolontà di guarigione che Freud dà in termini di complesso d’Edipo, di Super-Io fustigatore dell’Io, di pulsione di morte che si ripete sempre uguale a se stessa, perché sono schematismi ad hoc poco convincenti perché circolari, scambiando talvolta la causa con l’effetto.[11] Resta il dato di fatto della resistenza alla guarigione, che è il problema principale cui la cura analitica deve far fronte. Saper trattare le resistenze e saper trattare il transfert, in cui tutte le resistenze si riassumono: sono questi i due caposaldi su cui valutare la prestazione dell’analista. Freud non cambiò mai idea in proposito. Con questa precisazione da parte mia: la vera resistenza all’analisi non è tanto la resistenza ad accettare i vari “freudismi” della dottrina freudiana: la mitologia edipica, la castrazione, l’invidia del pene e tutta la metapsicologia pulsionale; la resistenza all’analisi è la resistenza ontologica alla guarigione, cioè al cambiamento di vita. Il nevrotico pretende permanere nel proprio stato di malessere; contro l’esortazione del filosofo, il nevrotico non vuol cambiar vita.[12]

Ma ecco, allora, affiorare la seconda incongruenza, cui accennavo.

Se l’isteria non vuole guarire, la cura psicanalitica dell’isteria si configura praticamente e in linea di principio come accanimento terapeutico (therapeutische Verbissenheit). Lo psicanalista pretenderebbe curare il proprio paziente contro la sua volontà, che è di restare malato. Questa è esperienza comune di qualsiasi psicanalista. Come la mettiamo, allora? La psicanalisi medica è un accanimento terapeutico, altro che psicoterapia! Rischia di mettersi da sola fuori legge.

Questo è un punto importante e, credo, fecondo. È la seconda volta che nel mio discorso la psicanalisi si scontra con la medicina. Questa volta lo scontro è frontale. Se la psicanalisi insiste nella sua volontà di guarire, va incontro a una contraddizione pratica: contraddice la nolontà di guarigione, che è un dato clinico.

L’incongruenza freudiana è doppia; è teorica e pratica, perché ci propone una versione medica della cura delle nevrosi, che non sono malattie che rispettano il modello medico: non hanno una causa organica e non vogliono guarire. Come uscirne?

Laico = autonomo

Credo di avere la risposta a questa domanda e credo che sia una risposta autenticamente freudiana. La critica a Freud, anche se aspra, la fuorclusione della metapsicologia, per molti dolorosa, lungi dal portarmi all’eresia o alla restrizione del cosiddetto campo freudiano, ha prodotto una verità freudiana. La mia proposta è di dare un nuovo significato al termine “laico”: un significato positivo, diverso da quello negativo di “non medico”. Concludo il mio discorso proponendo una nuova equazione per laico, meno sintomatica di quella freudiana, ma al tempo stesso più freudiana, nel senso di più etica e ultimamente più coerente con una concezione autenticamente freudiana e non più medica della psicanalisi.

Freud lo dice a chiare lettere; nella nostra traduzione abbiamo inteso restituire alla lettera freudiana tutta la sua chiarezza, che le precedenti traduzioni, soprattutto quelle italiane, avevano offuscato. “Voglio solo sapermi al sicuro – dice Freud – dall’eventualità che la terapia uccida la scienza”; mentre la traduzione ufficiale gli fa dire: “Voglio solo cautelarmi, ed esser sicuro che la terapia non soverchi la scienza”, che non corrisponde all’originale tedesco: “Ich will nur verhütet wissen, dass die Therapie die Wissenschaft erschlägt”.[13] Erschlägt, viene da erschlagen, ammazzare, non da überwältigen, sopraffare. Non è differenza da poco.[14]

Insomma, è lo stesso Freud a riconoscere il proprio sviamento medicale e ad affermare che la terapia medica può ammazzare la psicanalisi. Allora, quasi paradossalmente, bisogna salutare con grida di gioia la resistenza dell’isteria alla guarigione, perché grazie a tale resistenza la psicanalisi può prendere le distanze dalla medicina e imboccare la strada della scientificità.

Dalla proposta di scienza come isteria,[15] che feci qualche anno fa, deduco allora la vera equazione che Freud avrebbe dovuto mettere in testa alla propria Frage; non: laico = non medico, ma laico = autonomo, in particolare laico = autonomo dalla medicina, o semplicemente, laico = scientifico; in ciò seguo e prolungo Ippocrate,[16] che proponeva l’autonomia della medicina laica rispetto alle credenze religiose.

So bene che con ciò il problema delle resistenze all’analisi non è risolto, ma forse addirittura accresciuto. Alla scienza si resiste alla grande. Alla scienza non resistiamo solo noi semplici mortali, che non amiamo interferenze scientifiche – oggettive, quantitative e deterministiche – in questioni psichiche – soggettive, qualitative e non deterministiche. Alla scienza hanno resistito grandi scienziati, da Newton a Darwin, da Einstein a Freud. Ma questo è un discorso da riservare ad altra sede. Alla scienza resistiamo noi in nome della medicina, nella misura in cui pretendiamo una cura medica, che poi istericamente rifiutiamo.

In questo difficile contesto la psicanalisi riuscirà a essere laica se e solo se si regolamenta da sé, senza nessun soccorso esterno, ivi compreso quello offerto dal paradigma medico; la dico tutta: la psicanalisi è laica come sono laiche le scienze, come la fisica, la biologia, la sociologia e tutte le scienze moderne, che non hanno bisogno di essere regolamentate da leggi dello Stato come la medicina e le procedure del diritto civile e penale.

O non è la psicanalisi una forma di libero pensiero e di ricerca incondizionata? Non è forse potenzialmente una scienza, come auspicava Freud? Non è attualmente, di fatto e di principio, un’etica?

Antonello Sciacchitano

Berlino, 4 maggio 2013.

Poscritto milanese

L’analisi che precede, per quanto plausibile, è oltremodo carente. Manca di due dimensione: la storica e la collettiva (sono una sola?). L’abbaglio medicale di Freud non fu tutto “merito” suo. Cominciò almeno mezzo secolo prima della sua nascita con la medicalizzazione post-rivoluzione francese della follia a opera di Pinel ed Esquirol, con qualche contributo, rimasto inanalizzato, del marchese De Sade, in quanto la professione del medico è originariamente sadica, stando alla tesi di Freud stesso, proposta proprio nel 1926 in Questione dell’analisi laica. Le pretese di cura medica della follia passarono a Freud per il tramite di Charcot, che teneva le sue presentazioni di casi clinici di isteria nella stessa Salpêtrière, dove prima di lui pontificava Esquirol. La cura psichiatrica fu l’internamento del soggetto individuale nel collettivo – il manicomio; la cura psicanalitica fu – in gran parte a rovescio ­– l’internamento del soggetto collettivo nell’individuale. La simmetria stabilì l’equivalenza delle due operazioni. La riduzione del collettivo all’individuale ebbe la ratifica finale della psicanalisi nel 1921 nel testo freudiano Psicologia delle masse e analisi dell’Io, glorificato da un grande teorico del diritto come Kelsen.

Purtroppo la medicalizzazione della psicanalisi censurò sin dall’inizio la dimensione collettiva della cura. Grazie alla medicalizzazione la psicanalisi divenne sin dal suo nascere una pratica individualistica di cura delle psiconevrosi. La stessa medicalizzazione paralizzò poi il pensiero freudiano, consegnandolo allo schematismo medicale del ripristino dello stato individuale allo stato premorboso. Questa operazione fu sì collettiva, ma a opera del collettivo medico, che si preoccupò da subito di “addomesticare” il messaggio freudiano, riducendone la dimensione collettiva a individuale, naturalmente sotto il controllo del collettivo della corporazione medica (su cui l’IPA si è successivamente modellata).

Ulteriori sviluppi di queste provvisorie considerazioni sono possibili a partire dal pensiero di Manfred Pohlen, sinteticamente espresso nella prefazione tedesca a In analisi con Freud (2006, trad. Ada Cinato, Bollati Boringhieri, Torino 2009.)

 

Note

[1]  Riconosco il nucleo non medico ma scientifico della psicanalisi freudiana in tre assiomi esistenziali, espressamente formulati da Freud: 1) esiste l’inconscio, che è un sapere che non si sa di sapere; 2) esiste la rimozione primaria; 3) esiste la Nachträglichkeit, cioè il sapere inconscio produce effetti differiti nel tempo. Sono questi gli assiomi che salvano l’eticità della psicanalisi, nel momento in cui ne promuovono la scientificità.

[2] Freud non fu solo ippocratico. C’è in lui la componente medica empedoclea dell’Antica medicina, come la chiamava Ippocrate. Sviluppo il tema nel testo Scienza come isteria. Il soggetto della scienza da Cartesio a Freud e la questione dell’infinito

[3]  Laien = Nichtärzte. S. Freud, „Die Frage der Laienanalyse“ (1926-1927), in Sigmund Freud gesammelte Werke, vol. xiv, Fischer, Frankfurt a.M. 1999, p. 209, trad. A. Sciacchitano e D. Radice, La questione dell’analisi laica, Mimesis, Milano 2012, p. 23.

[4] Chi oggi preferisce parlare di psicanalisi “profana” invece che “laica”, adottando l’opzione francese, si espone, secondo me, al pericolo della sacralizzazione indiretta della psicanalisi. “Profano” presuppone l’esteriorità rispetto al tempio; convoca la dimensione religiosa e connota indirettamente come religioso un discorso che dovrebbe rimanere sul piano scientifico.

[5] “La soluzione più naturale era che la psicoanalisi diventasse parte della medicina, che Freud considerava la ‘nostra madrepatria’, la ‘sorella’ in cui rientravano tutte le scienze riguardanti l’organismo umano”. E. Zaretsky, I misteri dell’anima. Una storia sociale e culturale della psicoanalisi (2004), trad. A. Bottini, Feltrinelli, Milano 2006, p. 99-100.

[6] Lo sviluppo nell’articolo Perché la medicina non è scientifica?

[7] A riconoscere che la dottrina delle pulsioni era la sua mitologia fu lo stesso Freud nella famosa Lezione 32 del 1933.

[8]  Il ripristino è il caposaldo della nuova medicina ippocratica, opposto all’Antica medicina empedoclea. Ippocrate non partiva dalle malattie (non faceva diagnosi); considerava nel malato la deviazione dall’equilibrio della salute, per cause ambientali, dietetiche, traumatiche e genetiche – equilibrio che la terapia doveva ripristinare.

[9]  Es wird sich vielleicht ergeben, dass die Kranken in diesem Falle nicht sind wie andere Kranke. S. Freud, „Die Frage der Laienanalyse“ (1926-1927), cit., p. 210, trad. S. Freud, La questione dell’analisi laica, cit., p. 24.

[10] Secondo la dottrina lacaniana nella nevrosi si annida la peste del plusgodere, un godimento al di là del godimento, che è sofferenza pura.

[11] Era il parere di Max Schur, psicanalista e medico personale di Freud, espresso in M. Schur, The Id and the regulatory Principles of Mental Functioning, 1966, p. 184, citazione in P. Gay, Freud: A Life for our Time, Norton and Co., London 1988, p. 398n; cit. in P. Gay, Una vita per i nostri tempi, trad. M. Cerletti Novelletto, Bompiani, Milano 2007, p. 361n. Gay tratta dell’ambivalenza di Freud nei confronti della medicina in cit. p. 24. Sulla circolarità del ragionamento freudiano vedi anche M. Schur, Freud in vita e in morte (1972), a c. A. Guglielmi, Bollati Boringhieri, Torino 2006, p. 311.

[12] Cfr. P. Sloterdijk, Du musst dein Leben ändern. Über Anthropotechnik, Suhrkamp, Frankfurt a.M. 2009, trad. S. Franchini, P. Sloterdijk, Devi cambiare la tua vita. Sull’antropotecnica, Cortina, Milano 2010.

[13] S. Freud, „Die Frage der Laienanalyse“ (1926-1927), cit., p. 291, trad. S. Freud, La questione dell’analisi laica, cit., p. 112.

[14] Ne parlo, con qualche risvolto biografico sulla mia evoluzione in psicanalisi, anche nell’articolo Che la terapia non uccida la scienza

[16] In conclusione, Freud fu medico, non uomo di scienza; fu troppo medico, ma più empedocleo che ippocratico; come Empedocle proponeva una “fisiologia” della “natura”, governata da “principi” mitologici, così Freud proponeva una psicopatologia dell’anima, governata da due tipi di pulsioni: sessuali e mortifere; in Empedocle i principi (archai) regolavano l’aggregazione e la disaggregazione dei quattro elementi primi: acqua, fuoco, terra, aria; i principi di Freud sono i principi pulsionali di neikos e philia. Il riferimento a Empedocle è formulato da Freud expressis verbis solo molto tardi in Analisi finita e infinita (Cfr. S. Freud, “Die endliche und die unendliche Analyse” (1937), in Sigmund Freud gesammelte Werke, vol. xvi, Fischer, Frankfurt a.M. 1999, pp. 91-93). Ricordo che a Ippocrate è attribuito un pamphlet polemico contro Empedocle e la sua filosofia della natura, intitolato Antica Medicina (intorno al 430 a.C.). La nuova medicina, meno ideologica e più laica dell’antica, era quella empirica ed eziologica della scuola ippocratica di Cos. Si può pensare che la Frage der Laienanalyse rappresenti in parte la reazione del vecchio medico empedocleo contro i nuovi medici ippocratici. Ovviamente, la posizione della psicanalisi scientifica è distante sia dagli uni sia dagli altri. I rapporti tra metapsicologia freudiana e ontologia empedoclea sono analizzati da Lacan in diversi scritti alla luce del proprio logocentrismo. Cfr. J. Lacan, “Fonction et champ de la parole et du langage en psychanalyse” (1953), in Id., Ecrits, Seuil, Paris 1966, pp. 318 e 320; J. Lacan, “L’instance de la lettre dans l’inconscient ou la raison depuis Freud” (1957), cit., p. 519; J. Lacan, “Position de l’inconscient” (1960), cit., p. 843. Nel suo ultimo scritto del 1972, Lacan classificava i detti di Empedocle tra i vaticini presocratici, e non dei migliori, di cui tuttavia Freud si leccava i baffi (cfr. J. Lacan, “L’Etourdit” (1972), in Id., Autres écrits, Seuil, Paris 2001, p. 480).

Antonello Sciacchitano

Autore: Antonello Sciacchitano

Nato a San Pellegrino il 24 giugno 1940. Medico e psichiatra, lavora a Milano come psicanalista di formazione lacaniana; riceve domande d'analisi in via Passo di Fargorida, 6, tel. 02.5691223: E' redattore della rivista di cultura e filosofia "aut aut", fondata da Enzo Paci nel 1951.